Il lunghissimo e tormentato iter di modifica della legge
elettorale 270/2005 potrebbe anche essere giunto a un punto di svolta,
considerato che è stato approvato, dalla Camera, un calendario che dovrebbe
permettere una discussione “con corsia preferenziale” per Settembre.
Del resto l’urgenza, questa volta, è dettata da una
situazione politica molto complessa che richiede la “messa in salvaguardia”
della legge elettorale stessa, ponendola al riparo dal giudizio della Corte
Costituzionale: giudizio pendente dopo la coraggiosa iniziativa di alcuni
avvocati, cui la Cassazione ha dato ragione, rimandando – appunto – la legge
stesse al vaglio della Consulta (caso unico in una democrazia occidentale).
Tralasciamo i commenti, ma prendiamo spunto da questo stato
di cose per lanciare la proposta di costituire un movimento d’opinione e di
battaglia politica perché prevalga l’ipotesi di una legge elettorale
proporzionale, attraverso la quale risultino evidenti due elementi: la
centralità della democrazia parlamentare così come scritta nella Costituzione e
la prevalenza del concetto di rappresentatività politica su quello di
governabilità.
E’ nostra precisa opinione, infatti, attribuire al passaggio
dal sistema proporzionale a quello misto maggioritario/proporzionale avvenuto
nel 1993 (con successiva modifica nel 2005: sistema proporzionale “finto” con
abnorme premio di maggioranza, varietà di soglie di sbarramento, liste
bloccate) grandi responsabilità nella crisi verticale che sta incontrando il
sistema politico italiano e l’insieme della convivenza sociale e civile nel
nostro Paese.
Ma, nel proporre questo movimento, abbiamo cercato anche di
interrogarci più a fondo, rispetto alle pur pressanti esigenze contingenti.
Perché, dunque, riformare un sistema elettorale?
Esiste una sola risposta plausibile e accettabile a questo
quesito: perché quello in uso non consegue gli effetti desiderati.
Infatti, gli
obiettivi che un sistema elettorale dovrebbe porsi, e le relative valutazioni
sulle quali, il giudizio circa il loro conseguimento si basano, o dovrebbero
basarsi: essi possono essere di due tipi, partigiani o sistemici (Pasquino
1982).
Vale a dire che qualsiasi sistema elettorale può essere
considerato buono o cattivo, efficace o inefficace, utile o controproducente a
seconda delle valutazioni che ne danno i singoli attori politico – partitici in
chiave di parte, o a seconda di una considerazione sui suoi effetti complessivi
sul sistema, con una valutazione che miri a preservarne le caratteristiche più
tipicamente democratiche: la competizione elettorale e il potere dei cittadini
sulla formazione dei governi.
Degli obiettivi partigiani si può prendere atto, magari per
criticarli quando non siano accompagnati da una visione sistemica e quando non
possano, in nessun modo, essere collocati in una visione di riforma.
Ecco: In Italia dal 1993 in avanti le modifiche del sistema
elettorale hanno corrisposto soltanto a obiettivi partigiani.
Degli obiettivi sistemici, invece, bisogna parlare
approfonditamente poiché essi non possono che basarsi su una valutazione del
tipo di sistema politico (e di regime democratico) che si è sviluppato fino a
quel punto, e come questo sistema democratico possa essere modificato.
Torniamo, comunque, al filo principale del nostro
ragionamento.
Prima di individuare gli obiettivi sistemici, cui dovrebbe
cercare di fare riferimento, è decisamente opportuno dare una valutazione
complessiva degli apporti che i diversi livelli di rappresentanza, nella
versione italiana, hanno fornito al radicamento e al funzionamento della nostra
democrazia.
Infatti, solo chi è capace di non fare di ogni erba un
fascio, ma di distinguere gli apporti dagli inconvenienti, dimostra di
possedere quelle capacità riformatrici, senza le quali potremmo tutti rivelarci
allegri (e pericolosi) apprendisti stregoni.
E' fuor di dubbio che, almeno nel contesto dell'Italia dopo
il 1945, come forse in tutte le democrazie di massa, a partecipazione
allargata, la rappresentanza proporzionale consentì il radicamento dei regime
democratico (Rokkan 1982).
A fronte di una società civile, già debole in partenza e
comunque uscita atomizzata dall'esperienza fascista e incapace di darsi un’organizzazione
autonoma, e di fronte all'imperativo di creare istituzioni nuove, repubblicane
e democratiche, solo i partiti, con le strutture e il seguito che la
proporzionale impose loro di creare e di attrarre, potevano garantire quella
competizione elettorale di massa caratteristica dei regimi democratici
(Pasquino 1985).
Ben diversa avrebbe potuto essere la situazione, e
imprevedibili avrebbero potuto essere gli effetti, se fosse stato adottato
(senza alcun altro accorgimento) un sistema elettorale di tipo anglosassone:
circoscrizioni uninominali, con la vittoria assegnata al candidato che ottiene
la maggioranza, anche, e spesso, soltanto relativa dei voti.
Questo tipo di competizione, per quanto variegata e forse
addirittura rappresentativa della società italiana, difficilmente avrebbe
garantito il radicamento della democrazia.
Sicuramente avrebbe tenuto ai margini del sistema politico
italiano considerevoli quantità di “cittadini”, producendo una mobilitazione
selettiva (sotto questo aspetto si possono, ancora oggi, leggere con interesse
i saggi di Caciagli – Scaramozzino del 1983).
Ancor più sicuramente un sistema di tipo anglosassone
avrebbe dato origine, prima a un parlamento di eletti senza disciplina, poi a
un Parlamento di rappresentanti debitori della loro elezione a singoli e
facilmente individuabili gruppi di sostegno (tutt'altro che disposti a
transigere sulla restituzione del favore, ed è stupefacente come chi parla del
voto ridotto a merce, non si renda conto che si può far peggio del sistema
proporzionale, voto di preferenza.).
Occorre, allora, ricordare che i partiti hanno adempiuto in
maniera efficace alle funzioni classiche (che solo i partiti possono svolgere
soddisfacentemente, come i ripetuti, e falliti, tentativi di sostituirli hanno
dimostrato in maniera convincente) di presentare alternative elettorali.
Per restare al “caso italiano” la crisi di sistema
dell'inizio degli anni'90, pose in evidenza la necessità di superare la fase
del radicamento della democrazia attraverso i partiti, ponendo all'attenzione
del mondo politico nuovi obiettivi sistemici, che furono così indicati: a)
sbloccare la democrazia e creare condizioni per un'alternanza mai realizzata,
non per difetto del sistema, ma per la presenza di una forza anti – sistema
della consistenza del PCI; b) rinnovare i singoli partiti e trasformarne il
sistema; c) ampliare gli spazi della società civile e rendere autonome le
istituzioni dai partiti; d) aumentare il potere dei cittadini.
E' evidente come questi quattro obiettivi sistemici si
“tenessero” tra loro, rafforzandosi ( o indebolendosi) reciprocamente e siano
risultati, alla fine, tutti falliti anche quello del realizzare l’alternanza,
vista l’attuale situazione di governo del Paese
Ne deriva, ed è questo lo scopo di questo schematicissimo
testo, la necessità di avviare un’accurata opera di chiarificazione del tipo di
obiettivi che si intendono perseguire, allo scopo di aprire spazi
effettivamente riformatori.
Neppure una chiarificazione di questo tipo, che è
necessaria, potrà però essere sufficiente se non sarà accompagnata (come, in
effetti, è avvenuto in una misura troppo parziale, nel 1993, affidando la
valutazione addirittura all'intero corpo elettorale attraverso la strategia
referendaria) dalla volontà politica.
Infatti, quella operazione di riforma del sistema elettorale
che molti si ostinano a definire come “ingegneristica” è, al contrario, una
grande operazione di (alta) politica, di politica sistemica e riformatrice.
Oggi tutti, o quasi , parlano dei diritti dei cittadini:
sarà opportuno prenderli sul serio e sottolineare che, fra i diritti dei
cittadini, si può a giusto merito e a pieno titolo annoverare quello di
influire sui processi decisionali.
Questa influenza, com’è noto, nella versione, che per
brevità si può definire di Schumpeter (1955) e Downs (1988), può forse
addirittura essere esercitata direttamente sulla scelta delle compagini
governative.
L'interrogativo di fondo risiede proprio su questo punto: il
sistema elettorale attualmente in uso(scontati i suoi limiti insuperabili in
materia di sovranazionalità) non funziona neppure, come hanno dimostrato gli
avvenimenti più recenti, per consentire l’affidamento di un mandato di governo
in regime di alternanza.
Ecco allora che, rispetto alla scelta del sistema elettorale,
la riflessione deve essere aperta sulla configurazione dell’intero sistema
politico e in particolare del ruolo partiti. Se si pensa, infatti, che le
organizzazioni partitiche possano esercitare una funzione positiva sul piano
della rappresentanza e della partecipazione politica, allora l'idea di un
sistema di tipo proporzionale (che, come nel nostro caso, possa funzionare sia
sul versante della governabilità sia della rappresentanza politica) deve essere
nuovamente presa in considerazione, come intendiamo proporre adesso.
L'affermazione che, di per sé, nessun sistema elettorale
possa essere definito in astratto superiore a qualsiasi altro sistema, però non
deve essere interpretata, qualunquisticamente, come se tutti i sistemi
elettorali fossero equivalenti.
Tutt'altro.
Esiste, invece, un preciso rapporto tra sistema elettorale,
sistema dei partiti e forma di governo (Bettinelli 1982 e Lanchaster 1981).
Esistono, altresì, problemi che un sistema elettorale
apposito può minimizzare, o ingigantire, risolvere o aggravare, creare o
distruggere.
Non esiste, pertanto, intercambiabilità fra i sistemi
elettorali.
Sembra continui ad affermarsi una sorta di filosofia della
riforma elettorale, che merita di essere catalogata come “minimalista”. Come fu
del resto quella del 1993,e ancor peggio nel 2005, equilibrate entrambe su obiettivi
“partigiani”.
Poco e probabilmente nulla, in materia di riforma
elettorale, è accettabile se non fornisce con una qualche credibilità risposte a
obiettivi che ci permettiamo di ricordare:
a)
la centralità del Parlamento e la rappresentanza –
appunto – di tipo proporzionale in quella sede del complesso di “sensibilità
politiche” presenti e attive nella società;
b)
creazione delle
condizioni dell'alternanza e sblocco della democrazia. Senza che
necessariamente questo avvenga attraverso una coartazione nella complessità
delle scelte effettuate da elettrici ed elettori (attenzione! In un sistema
sano ciò può avvenire anche nel corso del libero gioco parlamentare, senza che
necessariamente si debba gridare al “tradimento” o al “ribaltone”. Il
centrosinistra italiano del 1963 rappresentò, al di là dei diversi giudizi
storici un sicuro avanzamento del nostro processo democratico, e prese l'avvio
proprio in Parlamento, tre anni prima, come risposta ai tragici “fatti
Tambroni”, in una fase, cioè, in cui pareva proprio che la nostra democrazia
tendesse a restringere le proprie basi sociali); c)
c)
rinnovamento del
sistema politico e delle classi dirigenti, attraverso meccanismi di selezione
non necessariamente legati all'esasperata personalizzazione legata a certi tipi
di presentazione elettorale, considerati veicolo esaustivo di partecipazione
alla politica;
d) ampliamento dello spazio della società civile e
dell'autonomia delle istituzioni; aumento del potere decisionale dei cittadini
(prestando attenzione alla possibilità di intervenire, attraverso i meccanismi
della partecipazione e della rappresentanza, sui fatti politici).
Non si capirebbe d'altronde, perché si dovrebbe ingaggiare
una battaglia politica su questo argomento se non per ampliare la democrazia
dei cittadini, per migliorare il rendimento del sistema politico, per
restituire la speranza di cambiamenti di fondo coerenti con le preferenze degli
elettori, incisivamente espresse.
Questa deve essere la filosofia politica di qualsiasi
riforma elettorale.
L'obiettivo di fondo dovrà essere quello
della politica che recupera i criteri della legittimazione sociale, nell'idea
di una rappresentanza quale fattore fondamentale dei processi di inclusione.
Un cammino che siamo convinti valga la pena
di percorrere, non certo in forma isolata, ma costruendo interesse collettivo,
capacità di dibattito, costanza di un’iniziativa tale da produrre effettivi
momenti di crescita nella conoscenza, nella consapevolezza, nella realtà di una
proposta rivolta verso il futuro.
Per questi motivi, dopo aver già assunto
diverse iniziative a proposito, cercheremo di lavorare per organizzare un vero
e proprio movimento che faccia della legge elettorale il suo obiettivo
politico.

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