Mi è capitato di sentir parlare spesso (e io stesso ne ho
parlato talvolta) di “cultura del Berlusconismo”. Ma che cosa si intende con
questa espressione? Voglio provare a darne la mia lettura, quanto più possibile
chiara e distinta, anche se, mi rendo conto, forse un po’ troppo schematica ed
elementare.
Non ho nessuna intenzione o presunzione, pertanto, di avviare
qui un’analisi sociologica o psicologica o antropologica approfondita e di
chissà quale livello, perché non ne ho le capacità e le competenze. Eppure
credo che l’operazione, pure in sé modesta, possa avere una qualche utilità.
Incomincio allora col pormi una domanda banale, ma di base
per la piccola ricerca che intendo fare: che cosa si intende per “cultura”?
Nella accezione in cui intendo usarla qui, la parola “cultura” è un termine che
usa definire un insieme di valori (morali, intellettuali, comportamentali … ),
intrecciati e collegati tra di loro in un tutto abbastanza omogeneo e coerente,
che lo distingue e caratterizza in maniera chiara e significativa, rispetto ad
altri. E’, insomma, “una visione del mondo”.
Fatta questa premessa, chiediamoci allora quali sono i
fattori, che contraddistinguono la “cultura del berlusconismo” da altre “culture”,
nell’accezione che ne abbiamo data prima.
1) E qui il primo fattore che mi viene in mente è l’individualismo. Ma (attenzione!) non
l’individualismo che esalta semplicemente il valore dell’individuo. Che
giustamente ambisce a non essere schiacciato dalla massa e manco dalla società.
Bensì l’individualismo che esalta l’individuo che confligge con la società, che
vede nella società il nemico (o che, più semplicemente, ne nega l’esistenza,
come faceva la Tatcher). Perché, in fondo, vede nell’altro non il proprio
simile, ma il concorrente, il competitor, il rivale.
2) Da questo primo fattore discende, secondo me, come figlio
naturale, il secondo: l’insofferenza
verso le regole. Le regole servono (o dovrebbero servire) per loro natura a
disciplinare e a rendere più fluida, più agevole la convivenza tra gli
individui, la cosiddetta vita sociale. Ma a cosa servono le regole, se io vedo
la società, gli altri come nemici? O se, addirittura, nego l’esistenza stessa
della società?
Se il valore fondamentale è affermarmi come individuo (anche
contro gli altri), allora l’unica regola che vale è quella della concorrenza,
della competizione. Anche la più spietata. E’ “buono”, quindi, non chi rispetta
le regole, ma chi riesce ad infrangerle o ad aggirarle e a trarne un vantaggio
individuale. A prescindere dai modi e dai mezzi con i quali esso verrà
raggiunto.
3) Da questo secondo fattore ne deriva un terzo: il vittimismo. “Lo Stato mi vessa con
troppe tasse; quindi io cerco di pagarne di meno o di non pagarle affatto”. “La
magistratura indaga su di me; quindi mi perseguita; quindi è politicizzata!”.
“Gli altri partiti non condividono i miei programmi e i miei metodi politici;
allora sono comunisti; mi vogliono togliere la libertà”.
4) E un quarto: il
culto delle gerarchie. I gruppi sociali sono composti per loro natura di vincenti e di perdenti. Di “primi”, “secondi”, “terzi” … penultimi ed … ultimi.
Nessuno si può lamentare della sua posizione nella scala sociale. Tutt’al più
può lottare per salire in questa scala ad un gradino più alto. Ricorrendo a
qualsiasi mezzo e modo. E, se non ci riesce, è un suo demerito. Non è mai un
problema di regole non rispettate o ingiustamente applicate.
5) Da qui deriva un’idea del tutto singolare e particolare
del merito (ed è questo il quinto
fattore del “berlusconismo”). Il merito non è dato dal possesso di particolari
caratteristiche morali, intellettuali, di ingegno, di impegno, di coraggio, di
responsabilità, di assunzione di rischi, che anche una cultura della
cooperazione richiede che venga riconosciuto, quando emerge all’interno di un
quadro di regole chiare, trasparenti e condivise.
Inteso in questo senso anche una cultura della cooperazione
mira a valorizzare il merito, pretende che la persona giusta stia al posto
giusto e che ogni individuo venga valorizzato al massimo per i suoi talenti
naturali e per le sue competenze acquisite.
Ma, per “la cultura del berlusconismo” il merito è tutt’altra
cosa: esso è riconosciuto ex post, coincide cioè col gradino sociale che
ciascun individuo è stato in grado di scalare, a prescindere dal rispetto delle
regole e dalla correttezza dei suoi comportamenti. Per cui il merito spesso
(anzi, il più delle volte) è sinonimo di furbizia e di spregiudicatezza.
6) Date queste premesse, “la cultura del berlusconismo” è
nemica giurata non solo di ogni idea di “egualitarismo” di fatto, ma anche di
ogni idea di “eguaglianza” tendenziale. Per questa “cultura” gli uomini sono
dissimili per loro natura. Quindi è non solo naturale, ma giusto che occupino
posizioni sociali differenti. E questo è disposto a riconoscerlo anche chi
(condividendo questa cultura) occupa gradini molto bassi nella scala sociale.
Da ciò derivano due conseguenze.
7) La prima: il “berlusconiano doc” (specie se di condizione
sociale bassa) è per sua natura “servile”, tende cioè ad omaggiare, adulare in
maniera vistosa, se non addirittura strisciante, il “superiore” o il “padrone”,
per esserne riconosciuto, apprezzato e, possibilmente, “ripagato”; oppure è
“cliente”, perché spera di trarre qualche vantaggio o utile personale dal
rapporto con chi sta sopra di lui nella scala gerarchica; oppure è “fan”
acritico ed entusiasta del “leader”.
8) La seconda: il “berlusconiano doc” è o tende ad essere
razzista, a vedere nell’immigrato (extracomunitario o no) un essere inferiore,
da trattare come tale, se non maltrattare o vessare.
9) Ancora: la “cultura berlusconiana” dà poco (o nessun)
valore alla Cultura. Perché “con la Cultura non si mangia”. La cultura
berlusconiana esalta al massimo il fattore della “produzione materiale”. Anzi,
per dire meglio, quello della “produzione dell’effimero e del futile”. Per cui
la Cultura, intesa come elevazione della sensibilità, della intellettualità e
dello spirito dell’uomo, è vista come qualcosa di estraneo, di totalmente
altro, di vacuo e inutile. Le televisioni Mediaset, coi loro programmi, sono la
più esemplare esplicitazione e traduzione del modello culturale berlusconiano.
10) La “cultura berlusconiana” dà per converso molto valore
al reddito. Anzi alla ricchezza. Sono questi i due indicatori fondamentali del
valore sociale di un individuo. Se sei ricco, vali molto. Se sei benestante,
vali abbastanza. Se sei povero, vali niente o quasi niente. Le differenze
reddituali sono essenziali nella “cultura berlusconiana”, perché esse vengono
considerate il motore dello sviluppo sociale e dell’intrapresa. L’unico. Perciò
le differenze di ricchezza più sono accentuate più incentivano l’intrapresa e,
per conseguenza, lo sviluppo economico e sociale complessivo.
11) La “cultura berlusconiana” è, poi, intrinsecamente
“maschilista”. Fa molta presa quindi sull’italiano medio, che considera la
donna poco più che un oggetto dei suoi appetiti sessuali. Di conseguenza i
comportamenti sessuali del “cavaliere” (alcuni oggetto anche e perfino di
procedimenti giudiziari), lungi dal fargli perdere stima e consenso, gliene
hanno perfino fatto guadagnare o consolidare presso folte schiere di maschi
italiani e , perfino, di molte donne, affascinate e sedotte dalla sua immagine
prorompente e inesausta di virilità e di machismo “tipicamente” latini.
Berlusconi anche da questo punto di vista è considerato un modello da invidiare
e, possibilmente, da imitare. Altro che da giudicare o condannare.
12) Possiamo, dunque, dire che la “cultura berlusconiana” è
perfettamente e integralmente “cattolica”. Rigida, addirittura integralista,
nella difesa (a parole e nelle scelte pubbliche/politiche) dei principi
dell’etica tradizionalista della Chiesa cattolica (la difesa e tutela della
famiglia, la contrarietà tendenziale alla legge 140, l’opposizione ad una
legislazione sulle coppie di fatto, l’omofobia, chiusura totale ad ogni
discorso sull’eutanasia e perfino sul testamento biologico …). E, allo stesso
tempo, estremamente tollerante rispetto ai comportamenti concreti, specie
quando essi riguardano esponenti della propria parte politica. Una “cultura”,
quindi strutturalmente ed intrinsecamente ipocrita, anzi farisaica.
13) La “cultura berlusconiana” è, infine, una cultura
dell’abuso. Ad esempio dell’abuso edilizio. Fattore questo perfettamente
coerente con quello dell’individualismo da cui la nostra analisi è partita. Se
io voglio allargare la mia casa, che male c’è se lo faccio anche in presenza di
un esplicito divieto di edificazione? Se io voglio costruirmi una casa, che
importanza ha dove la costruisco? Che male c’è se per farlo devo abbattere
delle piante o deturpare un paesaggio protetti?
14) E’ intrinseca alla “cultura berlusconiana” la negazione
del valore e dell’uso sociale della proprietà, sanciti dalla Costituzione
italiana. Per la “cultura berlusconiana” la “proprietà privata” è un valore in
sé, un valore assoluto, da anteporre ad ogni altro valore. Per l’homo
berlusconensis l’art. 1 della nostra Costituzione potrebbe essere così
riscritto “L’Italia è una repubblica democratica (?) fondata sulla proprietà
privata”.
15) Ne consegue che la “cultura berlusconiana” è
geneticamente, strutturalmente, intrinsecamente ostile, anzi incompatibile, se
non con tutti, con molti dei valori affermati nella nostra Carta
Costituzionale. Per questo uno degli obiettivi fondamentali che si è posto
Berlusconi, da quando è entrato in politica, è stato quello di modificare (e
non marginalmente, cioè non solo nella seconda parte, ma in profondità, e cioè
anche nei suoi principi fondanti) la nostra Costituzione.
Sono perfettamente consapevole che la mia ricostruzione della
“cultura del berlusconismo” è forse esasperata, che ha estremizzato quelle che
sono solo caratteristiche tendenziali, che non tutti quelli che aderiscono al
“Popolo della Libertà” possono (forse) essere così semplicisticamente fatti
rientrare nelle caratteristiche “culturali” che ho delineato, meno che mai
(necessariamente) in tutte.
E tuttavia ritengo che la forzatura (di cui, ripeto, sono
consapevole) fosse necessaria, per inquadrare, definire, delineare con
chiarezza un modello culturale, che è ben presente oggi nel Paese, forse è
addirittura egemone, anche se, ovviamente, si realizza concretamente nelle
persone in carne ed ossa, con sfumature e modalità del tutto singolari e
differenziate, con gradazioni più o meno accentuate e a livelli più o meno alti
e completi.
In modo da prendere consapevolezza che qualsiasi tentativo di
rappresentare, anzi di costruire, “un’alternativa politica” al “Berlusconismo”
non potrà prescindere dalla necessità di costruire anche e, forse, prima ancora
“un’alternativa culturale” al modello berlusconiano, che qui (seppure con
qualche forzatura, di cui, ripeto, sono perfettamente consapevole) ho cercato
di delineare con chiarezza. Non potrà, insomma, eludere questo passaggio.
Al contrario, venire a patti, trovare compromessi con il
modello culturale berlusconiano (come spesso, purtroppo, è stato fatto in
questi anni, da parte di molti di coloro che pure hanno tentato di opporsi
politicamente a Berlusconi) costituirà la premessa certa di ulteriori e
inevitabili sconfitte politiche. Quand’anche dovesse venir meno la figura
politica del “personaggio Berlusconi”. Il rischio, infatti, molto concreto che
abbiamo davanti è che alla “morte politica” del personaggio Berlusconi faccia
seguito la sopravvivenza, se non addirittura la diffusione, fino all’egemonia,
del suo “modello culturale”.
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