In questi giorni in cui la politica interna italiana e quella
egiziana, nella differente drammaticità,
sembrano navigare entrambe in cattive acque, mi vengono in mente
pericolose uniformità di futuro.
In primis, sarà ancora l'Italia ad accogliere
i profughi da una situazione tanto cruenta? Se si, saremo capaci di non
tuffarci nell'allarmismo emergenziale che ha dato da mangiare a tante
associazioni e ha buttato via, in gran parte, un'occasione di accoglienza
(integrazione è parola ed azione pericolosa) ? Siamo in un'Italia in cui
finalmente vien distrutto un CIE e episodi di maggior accoglienza diventano
occasione di utile discussione. Perfino Mara Carfagna parla di ridiscutere la
Bossi Fini, ed è sotto l'occhio di tutti il cambiamento dei flussi migratori,
che vede il nostro paese sempre più zona di immigrazione familiare e di
passaggio verso il Nord (vedi IX rapporto CNEL). Di fronte ad un vertice
politico fermo nel cancellare una qualsiasi alternativa di società dai suoi
programmi, l'unico internazionalismo che potremmo praticare è quello di
riconvertire, o far nascere, l'industria dell'accoglienza. Gli effetti positivi
prima o poi raggiungerebbero anche i paesi del resto del Mediterraneo.
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