mercoledì 14 agosto 2013

CONFLITTI SOCIALI INTERNAZIONALI: IL TABU' DELLA SINISTRA ITALIANA di Loretta Scannavini

Una domanda inquietante mi perseguita da tempo: perché nel sentire di tutta la sinistra italiana è scomparsa qualsiasi traccia di tutti i conflitti sociali che stanno scuotendo l'intero pianeta in questi ultimi tempi? Ma, soprattutto, perché non si parla più neppure di quelli più vicini a noi? Perché nessuno sa più che fine abbiano fatto gli Indignatos, le Primavere Arabe o, addirittura, la Grecia e la Turchia?

Certo noi in Italia stiamo vivendo tempi difficili, ma forse in quelle agitazioni sociali ci sono molte risposte che ci potrebbero illuminare un cammino che la sinistra sembra non trovare più e che forse ci tirerebbe fuori da una semplice ottica di comitati elettorali.
Da anni sappiamo che la nostra storia, soprattutto, in un momento in cui la globalizzazione è cosa fatta, fosse altro per i vari strumenti di comunicazione che ci mettono in contatto con tutto il mondo, è legata strettamente alle sorti di ciò che avviene in campo internazionale, ma sembriamo piegati all'ottica che l'unica storia internazionale che conti sia quella dei movimenti finanziari ed economici abbracciando totalmente la logica di chi vorremmo combattere.
Intanto in quei posti dimenticati le cose vanno avanti e sono molto più complesse ed interessanti di quanto si possa pensare.
In Tunisia la gente è ancora in piazza e le donne conducono battaglie impensabili fino a pochi mesi fa proprio nel momento in cui l'integralismo religioso sembra voler fare un sol boccone dei diritti di uno stato laico; il fortissimo conflitto delle donne indiane ha portato a manifestazioni come il “One billions rising” quasi nel totale silenzio della nostra sinistra eppure lì le donne continuano la loro dura battaglia; gli Indignatos spagnoli hanno dato vita a miriadi di iniziative che oggi penetrano a fondo il tessuto sociale spagnolo; l'Egitto è sull'orlo di una guerra civile che noi abbiamo, con estrema leggerezza, bollato come colpo di stato (forse 17 milioni di persone in piazza ci avrebbero dovuto far riflettere); la Grecia muore più che mai di fame lasciata sola in una disperazione senza precedenti che ricorda solo i regimi autoritari del Sud America degli anni '70 e '80; e poi ci sono la Siria, la Turchia, la Libia di cui ormai non sappiamo più nulla e il Brasile di cui si è saputo solo per “merito” di un evento calcistico di portata mondiale!
L'elenco dei conflitti sociali dimenticati è più lungo di così, ma a noi sembra non interessare neppure ad un livello minimo di discussione.
Certo, i tempi di una guerra lontana che scuoteva gli animi di tutti i giovani occidentali come quella del Vietnam o dei colpi di stato in Grecia e in Cile che tante lacrime ci hanno fatto versare, sono lontani, ma forse non sono passati, sono cambiati i modi e soprattutto è cambiato che quei giovani popoli quiescienti e oppressi oggi stanno trovando nuove primavere per noi (invecchiati?) ormai incomprensibili. E la cosa più ingiusta è che noi, la sinistra, non proviamo neppure a confrontarci con queste novità, non proviamo neppure a cambiare linguaggio, mentre siamo disponibili a “capire” quanto i tempi qui in Europa siano cambiati e che la sinistra debba essere un “forza di governo” (tanto di governo da accettare il patto infame con un pregiudicato), non ci sforziamo minimamente di comprendere ciò che avviene nelle nostre fattorie di sempre il cui sfruttamento ci ha concesso una vita facile e ricca.
Certo l'Italia si è impoverita e i nostri giovani ormai emigrano per poter lavorare, ma abbiamo mai pensato che in quelle strenue primavere internazionali ci potrebbero essere molte delle risposte che stiamo cercando?
Io sono confusa ma forse parlandone scopriremmo nuovi confini che forse ci aiuterebbero anche a risolvere quei confini mai affrontati seriamente come la diversità di genere, le donne e i nuovi poveri.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Purtroppo le due cose vanno assieme, non può esserci un vivace movimento internazionalista se non c'è contemporaneamente un fronte di lotta nazionale, se ci pensi è sempre stato così, la ribellione è un atteggiamento che pervade una comunità a 360 gradi, o c'è verso tutto o non c'è verso niente.
Oggi il sentimento della sinistra è quello dell'inutilità, direi quasi futilità delle lotte , a che serve lottare per cose lontane se il quadro dell'esistente è dato per inamovibile ?
Se non posso ribellarmi per la chiusura di un ospedale del mio quartiere, perché "ce lo chiede l'europa", per quale motivo dovrei manifestare per diritti di remoti sconosciuti ?
E' l'Europa la tomba di ogni movimento , questa fogna creata a beneficio della finanza a cui anche la sinistra d'alternativa ha deciso di legare i propri destini, scardiniamola e tutto si potrà rimettere in movimento.

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