Non lasceremo trascorrere anche questo 2 agosto 2013 senza
rinnovare il ricordo della tragica strage della Stazione di Bologna:
quell’esplosione tremenda, quell’orologio fermo alle 10,25 del mattino, quelle
vittime ignare colpite dal fulmine nel crocevia delle vacanze.
Sarà come per tanti altri fatti della storia d’Italia più
recente, che non intendiamo far cadere nell’oblio: fatti che ci ricordano il
doppio stato, i segreti, i misteri che hanno resto la nostra democrazia, quella
scritta nella Costituzione Repubblicana, monca, distorta, lontana dai reali
bisogni delle grandi masse, per colpirne l’essenza e – come sta accadendo oggi
– cercare di cancellarla non solo dalla memoria, ma anche dalla realtà.
Dodici mesi fa la dichiarazione più provocatoria, a
proposito di quel fatto venne proprio da lui, dal Maestro Venerabile, da Licio
Gelli in persona: “Si è trattato di un mozzicone di sigaretta, la bomba non è
mai stata trovata”.
La frase di Gelli è rimasta senza repliche perché come
sempre l’intero circo mediatico – politico è stato impegnato nei propri riti di
arrogante conservazione del potere e la verità, la ricerca della verità
“storica” su quei lontani fatti potrebbe ancora dare fastidio. E’ la continuità
del “doppio Stato” o della “tela di ragno” (come la definì Flamigni, a proposito
del delitto Moro) snodo fondamentale dell’intera storia del nostro Paese che,
come abbiamo visto anche nello sviluppo dell’inchiesta sulla trattativa Stato
–Mafia (dodici anni dopo la strage di Bologna) non pare proprio si abbia
intenzione di affrontare
Correva l’anno 1980 fu messa alla prova la democrazia e che
si concluse con i 35 giorni alla Fiat e la marcia dei cosiddetti
“quarantamila”.
In quel 1980 si mise in evidenza, almeno agli occhi degli
osservatori più attenti ma inascoltati, non tanto il “ritorno” al terrorismo
fascista (che pure si era verificato) ma l’esigenza di una “teoria politica del
terrorismo” che, almeno da Piazza della Fontana in avanti, aveva rappresentato
uno degli elementi costitutivi della gestione del potere nel nostro Paese.
Furono svolti alcuni tentativi di analisi in questa
direzione, di collegamento tra il terrorismo stragista di evidente matrice
“nera”, i servizi segreti, la massoneria occulta della quale la Loggia P2
appariva come l’espressione più evidente .
Il 1980, sempre per cercare di non dimenticare, fu anche
l’anno in cui Gherardo Colombo scoprì gli elenchi di Castiglion Fibiocchi che
comprendevano anche le prove del collegamento tra P2 e Mafia, attraverso logge
coperte siciliane provviste anche di diramazioni nel Ponente Ligure: tanto per
ricordare che, quanto alla mafia al nord, nessuno ha scoperto nulla di nuovo.
Altri denunciarono il fatto che, in quella direzione, non si
fosse mai svolta una valutazione di fondo: il Centro di Riforma dello Stato,
diretto da Pietro Ingrao, convocò un convegno su questo tema, proprio ad
Arezzo; alcuni coraggiosi tentarono analisi anche in sede locale.
Intanto che le indagini sulla strage marcavano il passo
qualcuno, che magari oggi si batte per la “coesione nazionale”, rispose che
sarebbe stata sufficiente la riforma dei servizi segreti e che una collocazione
diversa della sinistra nel quadro politico (c’erano già stati il “governo delle
astensioni” e la “solidarietà nazionale”) avrebbe rappresentato un’ulteriore
garanzia per il successo dell’operazione di riforma che tendeva a cambiare il
modo di agire d’interi pezzi dello stato e che, comunque, il terrorismo nero, cui
si era accompagnato quel tipo di attività dei servizi di sicurezza fosse ormai
in declino, se non addirittura in via di estinzione.
Di fronte a questa sconcertante analisi che pure, a
sinistra, ebbe piena cittadinanza, si replicò – pur nel rischio di rimanere
profeti inascoltati – al riguardo della necessità di vedere lo stragismo
attraverso una nuova lente, da parte di una sinistra istituzionalmente matura e
capace di vedere lo spessore del meccanismo statuale, che riproduceva abilmente
se stesso attraverso l’espansione dei corpi separati, aggiungendo come, almeno
da Piazza della Fontana in avanti, analizzando i passaggi procedurali si poteva
ben vedere come vi fosse stata una gestione politica dei procedimenti.
La sinistra, all’epoca, sulla base di queste analisi avrebbe
dovuto elaborare un’idea di riforma dello Stato non attraverso una serie di
“elemosine riformistiche”, ma realizzando, non tanto e non solo una magari
ottima serie di proposte di legge, ma lavorando a realizzare una trasformazione
radicale del quadro politico.
Al centro, insomma, doveva ritornare, secondo questa
ipotesi, il tema della “volontà politica”.
Ciò non avvenne, per molteplici ragioni che non ho qui lo
spazio per analizzare e che comunque riguardano l’intero corso della storia
d’Italia, e abbiamo così assistito – da quel fatidico 2 agosto 1980 – al
realizzarsi progressivo di quel meccanismo di autoritarismo, negazione della
democrazia, affermazione di poteri occulti contenuti proprio nel documento
sulla “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975, proprio dalla Loggia P2 di
Licio Gelli, che è tornato a sostenere che la strage non c’è mai stata.
E oggi quel documento pare trovare piena e compiuta
applicazione: nella realtà economico – sociale, dell’informazione,
nell’architettura delle istituzioni al riguardo delle quali si sta progettando
il passaggio compiuto al presidenzialismo, cancellando così l’idea (pur già in
grandissimo affanno) di repubblica parlamentare. Un affanno dovuto, è bene
dirlo con chiarezza, all’iniziativa di assunzione di una sorta di “Costituzione
materiale” privilegiante quella formale, il cui impulso maggiore è venuto
proprio dall’attuale Presidenza della Repubblica.
Memoria, quindi, assolutamente memoria e analisi, analisi di
ciò che è stato allora rispetto alla realtà del nostro sistema politico e di ciò
che sta avvenendo adesso in un quadro di limitazione dell’agibilità democratica
che pare proprio rispettare alla lettera gli intendimenti di quella massoneria
occulta e di quei servizi deviati.
Vale la pena ogni volta che si scende alla stazione di Bologna,
fermarsi a leggere i nomi scolpiti nella lapide che ricorda quel tragico
giorno: un utile esercizio della memoria di un momento fondamentale nella
storia d’Italia, non soltanto di tragedia per le famiglie delle vittime ma di
dramma per la qualità della nostra democrazia

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