Nel pieno della campagna elettorale tedesca la cancelliera
uscente Angela Merkel grande favorita (anche se si dichiara disponibile,
nell’eventualità, alla “grossekoalition”) rilascia un’intervista dai toni molti
netti: l’intervista destinata alla Frankfurter Allgemeine Zeitung è pubblicata integralmente, in
Italia, da “Repubblica”.
La cancelliera ribadisce con assoluta nettezza la sua posizione
rispetto alla crisi e alla politica d’austerità, nel solco di un liberismo
rigido che si esemplifica nella risposta data a una domanda relativa alla
situazione greca: “ Tagliare il debito ad Atene? Una simile azione può generale
instabilità in altre aree del Continente..”.
Parole che tracciano netto il solco delle condizioni nelle
quali si giocherà la contesa europea dell’immediato futuro e impongono anche a
noi, a sinistra, elementi importanti di riflessione.
E’ in atto da tempo, infatti, una discussione sulla
necessità (sacrosanta) di “rompere” con questa Unione Europea, ponendosi così
il dilemma “uscire/non uscire” dall’Euro: una discussione che, appunto, a
sinistra ha fatto addirittura emergere una posizione che si potrebbe definire
anche di “terza via”, con l’idea, avanzata da Frederic Lordon in un ampio
articolo apparso su “Le monde diplomatique”, di un’uscita dall’euro tesa
favorire la costruzione di monete nazionali “comuni” (una moneta “comune”) con una convertibilità da realizzarsi
attraverso la BCE (nell’articolo si ripensa anche al tema degli Eurobond).
Davvero questo tipo di posizioni meriterebbero, però, di
essere analizzate non in astratto ma alla luce di un’analisi realistica delle
condizioni dello scontro sociale in atto nel vecchio Continente ed anche sulla
base proprio delle posizioni molto precise portate avanti dai ceti dominanti,
di cui Angela Merkel appare essere sicuramente la rappresentante più
autorevole.
L’Europa, nell’era in cu viviamo, appare essere, dal punto
di vista storico – geografico, il perimetro di riferimento principale.
Non è questione di rottura, ma – appunto – di analisi delle
condizioni date che possono essere così riassunte: la ferocia della gestione
capitalistica della crisi sta portando alla disperazione milioni di donne e di
uomini ricondotti a una condizione di assoluta marginalità sociale e di
conseguenza alla disponibilità a ritornare a una condizione di tipo servile.
I fenomeni che stiamo vivendo possono essere giudicati come
di complessivo arretramento sul piano della storia, come mai si era assistito
in precedenza almeno nel corso del tanto
deprecato ‘900.
Nello stesso tempo è stata smarrita, da parte dell’insieme
di quelle che potevano essere state definite “forze progressiste” una anche
minima capacità di produrre un progetto di trasformazione sociale e politica, a
partire dall’esame della qualità delle contraddizioni e delle “fratture”
presenti nella realtà, intrecciandone – proprio a livello di progetto – i
termini materiali attorno a quella “contraddizione di classe” che rimane la
vera e propria “pietra di paragone” per misurarsi con questa drammatica
attualità.
Ci troviamo nella condizione di dover condurre, usando un
pertinente riferimento gramsciano, una “guerra di posizione”.
I punti sono due: quello di una ricostruzione di un’opposizione
sociale e quello dell’avanzarsi di una proposta politica di radicale
trasformazione degli equilibri dati.
Due punti, attorno ai quali lavorare con fatica attorno agli
obiettivi della ricostruzione di un blocco sociale e di un’autonomia e
un’identità politica, nella consapevolezza – appunto – che il livello europeo è
quello assegnato dalle vicende storiche.
Ci sono scadenze ineludibili: fra queste anche quelle
elettorali, a partire dal 2014, al riguardo della quale riproponiamo con forza
l’idea di una proposta unitaria internazionalista e sovranazionale delle forze
della sinistra d’opposizione, comuniste per l’alternativa con un solo capolista
e un programma comune, da declinarsi poi in diversi aspetti necessari per
ricomprendere i diversi quadri nazionali che non possono essere ignorati.
Si tratterà soltanto di un piccolo passo che potrebbe anche
dotare di una rappresentanza politica internazionalista i lavoratori europei
(pur nelle loro diversità, nelle incrostazioni che ci sono e che debbono essere
riconosciute tra egoismi politici e corporativismi): deve essere, però, offerta
loro la possibilità di battersi e organizzarsi per cercare di opporsi, su tutti
i piani, al prosieguo incontrastato di queste politiche di divisione,
sfruttamento, massacro sociale.
Serve recuperare e proporre una politica per la nostra
classe, destinandovi il meglio delle nostre capacità e delle nostre risorse.
Una politica comunista è possibile.
2 commenti:
E' vero, bisogna accettare il terreno che la storia di volta in volta ci presenta , ma detto questo rimane il quesito : che vuol dire accettare il terreno ?
Vuol dire anche accettare le regole imposte ?
Oppure tentare di ribaltarle ?
Lenin, in questa ottica, avrebbe dovuto "accettare" lo scenario del macello della prima guerra mondiale ?
Oppure doveva combattere la stessa idea di una guerra che metteva uno contro l'altro i popoli di ogni paese ?
Domande retoriche, naturalmente, ma giova ricordare che anche a quel tempo ci furono parti politiche, i socialisti, che "accettarono" lo scenario di guerra e altri che meritoriamente lo combatterono.
E allora ad oggi : che vuol dire accettare lo scenario europeo ?
Vuol dire legittimare questo terreno partecipando alle prossime elezioni , oppure scatenare una guerra d'opinione per far saltare questa Europa dei banchieri ?
Accettare la moneta unica o lottare contro questa ?
Siamo ancora lì : riformismo o rivoluzione ?
I comunisti sono chiusi nelle retoriche politiche che non hanno futuro.Rilanciare l'idea di liberta' dei diritti e di ugualianza,non puo'essere che il patrimonio dei comunisti rinnovatori. i segni del passato debbono fare riflettere sugli errori ma non possono certo essere dei freni per lo sviluppo di un comunismo moderno. Il rinnovamento e' alla nascita di una nuova idea di comunismo che alla base ci deve essere la democrazia partecipata e/o diretta. Il cittadino del21secolo non vuole delegare nessuno alla guida del governo ,ma vuole decidere le politiche che debbono essere alla base della vita sociale. Realizzare il nuovo comunismo dipende dai comunisti che debbono impegnarsi nella difficile battaglia per realizzare tutto questo.saluti comunisti ---pier domenico
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