Sergio Marchionne ha nuovamente, per l’ennesima volta,
rilasciato pesantissime dichiarazioni: “ In Italia – secondo lui – non è
possibile fare industria, senza una nuova legge sulla rappresentanza sindacale
che riduca finalmente a ragione questi operai ostinati nel chiedere salario e
diritti”. Due lussi, salari e diritti,
che nella società del liberismo selvaggio e della voglia padronale del ritorno
al servaggio della gleba non dovrebbero essere permessi.
Anche in quest’occasione intendiamo, come ci è già più volta
capitato, apparire ostinati custodi della memoria, incapaci di vedere il “nuovo
che avanza”: ma intendiamo rammentare, prima
di tutto a noi stessi e poi a qualcuno che può mantenere viva la stessa
memoria, quali erano i pilastri di quel sindacato unitario che abbiamo, in
altri tempi, cercare di definire come “soggetto politico” a tutto tondo.
Un sindacato che dopo tanti cedimenti, all’interno di una
situazione drammatica per la condizione materiale di vita per milioni di
persone, in un Paese quasi completamente privo di struttura industriale e con
infrastrutture del tutto deficitarie, dovrebbe trovare finalmente un guizzo per
ricordare e riproporre quelle che riteniamo i “pilastri” dell’identità e della
ragion d’essere di un’organizzazione dei lavoratori.
Non sviluppiamo in questa sede la storia del sindacato
italiano, la sua nascita parallela (a differenza di altre situazioni in Europa)
alla formazione dei grandi partiti socialisti di massa, al fatto che accanto
alle rivendicazioni puramente sindacali si situassero, sullo stesso terreno di
lotta, le rivendicazioni di tipo politico: la libertà d'associazione, la
libertà di stampa, l'allargamento del suffragio (quanti ricordano che, al
momento della proclamazione del Regno d'Italia il diritto di voto era riservato
a meno del 2% dei cittadini, in un paese con l'analfabetismo all'80% ?).
Poi, nel secondo dopoguerra, le diverse fasi della rottura e
del recupero dell'unità sindacale, le grandi battaglie degli anni'50 in difesa
delle fabbriche nella tormentata temperie della riconversione dell'industria
bellica e dell'intervento pubblico, poi il “boom”, il consumismo (elemento sul
quale andrebbe aperta una riflessione sincera e spregiudicata), la migrazione
biblica dal Nord al Sud, l'avanzamento sociale, l'allargamento del terreno dei
diritti.
Quale può essere, allora, il senso di questa estrema sintesi
di ricostruzione storica?
Appunto, quello, di ricordare i pilastri su cui poggiava il
sindacato italiano: non perché oggi si possa recuperare quella realtà, ma come
punto di riferimento, nozione di idea-guida, tentativo di mostrare, partendo
dal passato, un possibile campo di scelta.
Il primo elemento che è necessario sottolineare è quello dei
collegamenti internazionali: oggi sono richiamate “convenzioni internazionali”
sui diritti, strumenti sicuramente importanti ma nella maggior parte disattesi.
Il punto risiede, invece, nella necessità di ripresa e sviluppo di
organizzazioni sindacali che, attorno al nodo della realtà economica e
produttiva dell'Europa di fronte alla crisi, si muovano unitariamente in una
dimensione transnazionale.
Chiediamo, allora, a quanti sicuramente conoscono la
situazione meglio di noi: come sta la CISL internazionale (cui anche la CGIL
italiana aderì nel momento della chiusura dell'esperienza della FSM)?
Posta questa domanda, passiamo ad elencare quelli che
abbiamo definito “ i tre pilastri”:
1) Il
Contratto Collettivo nazionale di categoria: lo smantellamento di questo
istituto ha rappresentato, prima ancora che sul piano normativo ed economico,
il punto esiziale per il riconoscimento di un sindacato nazionale che ha,
sempre e comunque, la sua ragion d'essere; il decentramento sotto questo
aspetto, che pure poteva rappresentare parzialmente un momento di grande
interesse nello sviluppo di vertenze d'azienda e territoriali, non doveva
sostituire il momento fondamentale di un sindacato unitario come quello
rappresentato dal contratto collettivo nazionale di categoria;
2) La
scala mobile. Oggi, a distanza di tanti anni, credo si comprenda meglio il
valore di quella battaglia perduta e ci permettiamo di non aggiungere altro;
3) La
rappresentanza di tipo “consiliare” all'interno dei luoghi di lavoro. Senza
alcun accento nostalgico (di cui pure ci potrebbe essere ragione) è necessario
ricordare come l'unità sindacale possa poggiare soltanto su di un’unità di base
che i “consigli” erano in grado di assicurare, pur dentro ad un dibattito
acceso, non unanimistico, che rifiutava – ed è questo un altro punto decisivo-
il neo corporativismo e lo straccio della “concertazione” (Concertazione da
distinguere bene dalla politica dei redditi).
Potremmo ricordare, ancora, come la presenza contemporanea
di questi tre elementi (il contratto collettivo garantito dallo Statuto dei
Lavoratori; la scala mobile, ricordando l'accordo Lama-Agnelli; il sindacato
dei consigli emerso dalla grande stagione del 68-69) coincise con il momento
più forte e più alto della presenza sindacale nel nostro Paese, e di
avanzamento delle ragioni dei diritti e del miglioramento della qualità della
vita per tutti, non soltanto per i lavoratori dipendenti.
Qualcuno obietterà: c'era la classe operaia.
Giustissimo, e la classe operaia era legata ad un’idea di
sviluppo industriale che il nostro Paese, a differenza di altri partner
europei, ha abbandonato da tempo: siamo privi, per diverse ragioni, di chimica,
elettronica, agroalimentare, con il peso della scelta sbagliata della
privatizzazione di un settore ancora strategico come la siderurgia e la mancata
difesa di tanti altri settori manifatturieri.
Abbiamo puntato su di una visione sbagliata del ciclo
liberista: oggi la crisi reclama nuovi indirizzi, all'interno dei quali si
recuperano concetti quali quelli della programmazione e dell'intervento
pubblico in economia che apparivano superati ed obsoleti.
Obsoleti non appaiono certo quei “pilastri” dell’identità
sindacale che si è cercato di ricordare ostinatamente anche questa volta.
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