Il 14 luglio 1948 l’attentato al segretario del PCI, Palmiro
Togliatti, scosse profondamente l’Italia e il mondo, in una fase di fortissima
contrapposizione fra le due grandi potenze, quella americana e quella
sovietica, che avevano appena avviato il confronto della “guerra fredda” e di
assoluta fragilità della democrazia italiana
, appena ricostruita dopo la
tragedia della guerra, attraverso il lavoro dell’Assemblea Costituente: pochi
mesi prima, il 14 Aprile, una tesissima campagna elettorale che aveva visto
contrapposti la visione “liberal-atlantica” della Democrazia Cristiana,
appoggiata dalla Chiesa Cattolica che uso tutte le sue possibili sfere
d’influenza, e il Fronte Democratico Popolare, formato da comunisti e
socialisti, si era conclusa con la maggioranza assoluta assegnata alla DC, in
un clima di rivendicazioni sociali molto forti, dettate dalle precarie
condizioni di vita di gran parte della popolazione.
La reazione della base comunista fu fortissima: ma si
verificò davvero il rischio di arrivare alla guerra civile e, soprattutto,
quale fu l’esito sul piano politico al riguardo delle prospettive in quel
momento della situazione politica italiana?
Lo sciopero generale che seguì la notizia dell’attentato a
Togliatti è stato giudicato da autorevoli osservatori come “lo sciopero
generale più completo e più esteso che si sia mai avuto nella storia d’Italia”
(Sergio Turone: Storia del Sindacato in Italia 1943-1969. Dalla Resistenza
all’autunno caldo. Laterza 1973.)
La base comunista aveva interpretato, senza esitazioni,
l’attentato a Togliatti come l’atto estremo di una reazione volta a cancellare
il PCI: gli altri si chiudono in casa e le forze dell’ordine appaiono, subito,
prive di ordini precisi.
La mattina presto Togliatti ha partecipato a una riunione
della Segreteria con Longo, Secchia e Scoccimarro, poi si è recato alla Camera
uscendone verso le 11,30 dal portone secondario di via della Missione,
accompagnato da Nilde Jotti. Un giovane vestito di blu lo raggiunge di corsa e
spara.
Antonio Pallante, l’attentatore è subito arrestato. I
rapporti riservati della polizia, che l’ambasciata USA a Roma ha potuto
esaminare, lo descrivono come un isolato e valgono a fugare il sospetto di una
trama più vasta. Al processo Pallante dichiarò : “ Sul giornale del PSDI
Togliatti era descritto come un uomo infausto, pericoloso per l’Italia, da
“inchiodare al muro”. E il capo del PCI annunciava di essere pronto a prendere
a calci De Gasperi. Ecco, esaltato da tutto questo, decisi di eliminare il
pericolo” (intervista di Antonio Pallante, rilasciata a Pino Aprile di “Oggi”
il 19 Maggio 1988).
Processato nel luglio 1949 e condannato a 13 anni, Pallante
uscì dal carcere nel dicembre 1953 e tornò a Catania dove trovò lavoro come
guardia forestale.
La notizia dell’attentato a Togliatti rimbombò
immediatamente in Parlamento, cogliendo tutto di sorpresa.
Secchia e Longo seguirono Togliatti al Policlinico. Non ci
fu bisogno di proclamare lo sciopero generale, che partì spontaneamente anche
nelle sedi più periferiche, esterne al gruppo dirigente centrale, come emerge
dalle testimonianze inserite nel volume di Gozzini e Martinelli: “Storia del
Partito Comunista Italiano: dall’attentato a Togliatti, all’VIII Congresso”
(Einaudi, 1998).
Sull’onda di questo quadro, apparentemente tumultuoso e
incontrollabile, la Direzione del PCI si riunì in un clima di grande incertezza
derivante non soltanto dalle condizioni fisiche di Togliatti, ma anche e
soprattutto al riguardo delle valutazioni inerenti il tipo di attacco cui era
sottoposto, in quel momento, il Partito.
Emerse subito un orientamento unitario: quello di una
risposta forte ma ordinata, che predisponesse una linea di difesa organizzativa
e militare contro ogni tipo di aggressione.
Una seconda linea di dirigenti (Barontini a Livorno,
Pellegrini a Venezia, Spano a Genova) fu inviata nelle situazioni che si
annunciavano come le più difficili.
Fu emesso un comunicato chiedendo le dimissioni del governo e
Ingrao preparò per l’Unità un titolo “Via il governo della guerra civile”:
entrambi gli atti sottolineavano, oggettivamente, il carattere pacifico della
protesta.
Al tempo stesso la non definizione di obiettivi immediati fu
testimoniata dallo stesso comunicato con cui la CGIL proclamò ( a posteriori)
lo sciopero generale “in attesa di ulteriori disposizioni”.
A spingere verso la moderazione ci fu, senza dubbio, anche
la stessa voce di Togliatti all’atto del ferimento: il suo invito a stare calmi
e a non perdere la testa.
La Camera si riunì in una tempestosa seduta, nel corso della
quale De Gasperi espresse la preoccupazione e l’ansia per “l’atmosfera di odi e
di risentimenti, che l’esecrando attentato avrebbe potuto innescare”.
La ricostruzione della geografia del moto popolare che
scosse, in quel momento, l’Italia appare come una geografia frastagliata e , di
conseguenza, di per stessa significativa.
Secondo i dati esposti dal ministro dell’Interno Scelba,
nella seduta del Senato del 20 luglio, il bilancio complessivo degli scontri
contò 16 morti ( 7 civili e 9 agenti di polizia) e oltre duecento feriti,
concentrati nelle maggiori realtà urbane del Centro-Nord, con la vistosa
eccezione del paese di Abbadia San Salvatore, alle pendici del monte Amiata.
Al Sud si verificarono scontri tra dimostranti e polizia a
Napoli, Salerno e Taranto, tentativi di blocco del traffico a Cagliari,
manifestazioni e scioperi riusciti a Cosenza, Vibo Valentia, Crotone, Messina e
Sassari; le sedi della DC furono devastate a Foggia, Lecce, Messina, Matera e
Salerno.
Il quadro fornito dal Mezzogiorno è quello di un movimento
di protesta non particolarmente organizzato, che non prende di mira i centri
del potere istituzionale.
Diverso è il quadro delle città del triangolo industriale:
Genova, che rappresenta il caso estremo, fu isolata fin dalle prime ore del
pomeriggio da una serie di posti di blocco nelle principali vie d’accesso
all’abitato: apparve chiaro il dispiegarsi di un’attività coordinata di
presidio del territorio organizzato per difendere la Città da attacchi esterni:
una struttura di ordini e di comando elaborata in caso di colpo di Stato,
quindi in funzione difensiva (cfr: “Paride Rugafiori, in AA:VV “ Genova, il
triangolo industriale tra ricostruzione e lotta di classe 1945 – 1948”
Feltrinelli 1974).
A Milano, Torino, Venezia, l’esistenza di questo piano di
difesa appare avvalorata dall’immediata occupazione delle fabbriche più
importanti :alla Fiat rimane al suo posto, nella fabbrica occupata, anche il
presidente Valletta.
Blocchi stradali comparirono anche alla periferia di Roma e
nelle campagne toscane; i binari delle ferrovie furono interrotti a Foligno,
Fidenza, Massarosa.
Il grosso delle azioni offensive verso le sedi di partiti di
governo si verificarono nella notte tra il 14 e il 15 Luglio a Roma, Viterbo,
Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena,
Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. A Piombino fu assaltata la
caserma dei carabinieri e quella della guardia di finanza chiedendo la consegna
delle armi e a Busto Arsizio si tentò, senza successo, un assalto alle carceri
nelle quali erano rinchiusi partigiani condannati per atti di guerra.
La mattina del 15 Luglio la CGIL, con DI Vittorio appena
rientrato dalla Conferenza Internazionale del lavoro di San Francisco, si
incontrò con De Gasperi, aprendo la trattativa per il rientro dallo sciopero.
L’esecutivo della Confederazione, assente la componente
democristiana che stava già preparando la scissione “liberina”, emise un
comunicato fissando la fine delle agitazioni per il mezzogiorno del 16 Luglio :
l’ordine fu eseguito anche se, in particolare a Milano e Torino, la
“normalizzazione” incontrò serie difficoltà.
A sciopero finito la Direzione del PCI rivolse un nuovo
appello per cercare un equilibrio tra la valorizzazione della combattività
delle masse e la preoccupazione di rientrare nell’ambito di una politica
costituzionale.
E’ questo il punto politico “vero” di questa vicenda, sul
quale è il caso, ancor oggi, di soffermarsi nell’analisi.
La domanda è questa : si può sostenere, sulla base di ciò
che avvenne attorno a quel drammatico 14 Luglio 1948, che si ebbe una “delle
maggiori dimostrazioni della “doppiezza” comunista intesa non solo come
duplicità di impostazioni tattico – strategiche, ma anche proprio come scontro di
linee tra anime diverse del partito?” (tesi sostenuta da diversi autori, da Pinzani
a Di Loreto a Simona Colarizi).
Nell’emergenza drammatica del Luglio 1948 il gruppo
dirigente del PCI si dimostrò unito dimostrando come, nei tempi brevi della
politica, il partito fosse legato prima di tutto a una sostanziale adesione
alle regole e ai meccanismi di funzionamento della Costituzione repubblicana.
E’ innegabile però che, da quel frangente, il sistema
politico restasse diviso da una profonda linea di frattura suscitata dal
sospetto reciproco sulle intenzioni antidemocratiche dell’avversario: una linea
di frattura che riprendeva e allargava quella più generale determinata dalla
guerra fredda e dalla logica dei blocchi.
La contraddizione più significativa che era emersa, però, da
quelle giornate riguardava invece il complesso della cultura politica
patrimonio del Partito.
Il comportamento pratico osservato dal PCI nell’emergenza
non aveva sicuramente significato che la cultura del gruppo dirigente e del
corpo militante esprimesse una completa adesione ai valori della democrazia: ma
fu in quell’occasione che prevalse chiaramente la linea, il cui concretizzarsi
rappresentava la massima preoccupazione di Togliatti, quella della
“legittimazione nazionale del Partito”, quella del suo pieno inserimento nei
gangli del meccanismo sociale, politico, istituzionale, per far vivere davvero
il “partito nuovo” e porlo al riparo dal rischio di un inasprirsi secco della
repressione poliziesca e delle possibili richieste – addirittura – di “messa
fuori legge” (sono anche i mesi dell’anatema lanciato verso i militanti
comunisti dalla Chiesa Cattolica).
Il punto forte d’aggancio per la “legittimazione nazionale”
del PCI era rappresentato dalla Costituzione.
La Costituzione, alla cui stesura i parlamentari comunisti
avevano fornito un fondamentale contributo, costituiva un argine contro la
tendenza all’arroccamento settario e l’aspetto probabilmente più vistoso della
contraddizione tra la critica della democrazia borghese e l’adesione al sistema
politico italiano: era quello il punto vero sul quale si saldava la logica
della “doppiezza”.
L’esito più importante di quella tormentata stagione fu
dunque rappresentato da un’espressione piena di lealismo costituzionale da
parte comunista, attraverso il quale si esprimeva un’indubbia radice di
integrazione nella democrazia repubblicana: una tappa significativa del
processo di acculturazione democratica del PCI, un processo di lungo periodo,
come tutti quelli che si verificano nella sfera della cultura collettiva, ma
soprattutto un processo tutt’altro che lineare e irreversibile, soggetto a
continue oscillazioni e strappi, costantemente esposto alle difficili
congiunture della situazione politica interna e internazionale ma dimostratosi
saldamente acquisito, come si verificherà nel futuro, in altri complessi
frangenti come quelli del ’53 con la “legge truffa” , del ’56 con il
verificarsi quasi contemporaneo del XX congresso e dei fatti d’Ungheria, del
’60 con i fatti del Luglio e la caduta in piazza del governo Tambroni.
Il “partito nuovo” di impronta togliattiana, come aveva
superato il frangente del Luglio ’48 superò anche quei complessi passaggi
dimostrandosi, nella sostanza, pilastro della democrazia repubblicana e,
insieme, per milioni di iscritti e di elettori portatore di una prospettiva di
cambiamento per il futuro.

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