Nell’ultimo sondaggio
conosciuto, risalente al 1 luglio e realizzato dall’istituto Piepoli, le
quotazioni del governo sembrano tornare ad essere in salita presso la pubblica
opinione.
In particolare è elevato l’apprezzamento verso gli ultimi
provvedimenti economici emanati dal governo, quelli che dovrebbero favorire in
particolare l’occupazione giovanile – obiettivo che in sé non può non essere
popolare – e soprattutto la fiducia nel premier Letta riguarda il 51% degli
intervistati con un incremento di ben
otto punti in un solo mese. Quindi la luna di miele fra il “giovane” Letta e la
nostra vecchia Italia procede senza screzi né problemi? Non sembrerebbe del
tutto vero, se si distoglie un attimo l’attenzione dai sondaggi e si guarda
alle reazioni dell’intelligentsia del paese, se così la vogliamo chiamare.
Ed è il caso di
farlo, dal momento che sono assai in pochi coloro che conoscono il merito
specifico dei provvedimenti economici del governo al di là delle copertine
televisive. Del resto gli apprezzamenti nei sondaggi scendono se la domanda è
se l’intervistato si aspetta reali miglioramenti nella situazione occupazionale
e economica da questi provvedimenti. Ovvero i titoli dei provvedimenti “piacciono”,
ma quanto alla loro efficacia in una situazione così degradata sono in molti a
dubitare.
Per consolidare il
legame amoroso tra Letta e il paese serviva quindi un nuovo exploit, capace di colpire l’immaginazione
del colto e dello sprovveduto. L’occasione è stata trovata nella nuova presunta
tolleranza negli scarti dal rispetto dei vincoli di bilancio che l’Italia si
sarebbe conquistata a livello europeo, grazie alla virtuosità del governo
italiano nella cura dei conti, agli effetti futuri presumibili dei citati
provvedimenti e della chiusura della procedura di infrazione per deficit
eccessivo che l’Italia aveva aperta dal 2009 quando governava Berlusconi. Il
presidente del Consiglio non ha atteso un momento per cinguettare su Twitter
della sua vittoria.
Ma la puntuale
preparazione e il rigonfiamento dei risultati ottenuti non pare avere convinto
neppure gli economisti del mainstream.
Tanto il Corriere della Sera,
malgrado sia la preda designata della Fiat ( a proposito ma Marchionne non
aveva detto che si sarebbe occupato solo di automobili?), con un articolo di
Giuseppe Sarcina, quanto Tito Boeri su la Repubblica, smontano pezzo per pezzo
la costruzione propagandistica lettiana.
In effetti, calato il
sipario sulla rappresentazione del consiglio europeo di fine giugno e andando
al sodo di ciò che viene messo per iscritto, il quadro è tutt’altro che
ottimistico per il nostro paese.
In primo luogo ciò
che si permette all’Italia di fare è semplicemente potere operare “scarti temporanei dalla
traiettoria del deficit strutturale”, per usare le parole di Barroso, ma “in
ogni caso” e alla fine dei conti il disavanzo del 3% non potrà essere superato.
Come questo “miracolo contabile” possa avvenire non è chiarissimo. Vi saranno
probabilmente ulteriori istruzioni dettagliate, secondo lo stile pesantemente
precettistico degli organi della governance
europea. Ma già da adesso si può bene comprendere che il famoso tesoretto
aggiuntivo su cui il governo Letta contava, anche per tranquillizzare le
tensioni interne alla sua maggioranza, non si è mai materializzato. Infatti lo
stesso Fondo monetario internazionale ci spiega, con le sue previsioni
sull’andamento della produzione nel nostro paese e sullo stato dei nostri conti
pubblici, che sarà assai dura mantenerci al di qua della soglia del 3% nel
rapporto con il Pil per la fine del 2013.
In secondo luogo,
anche supponendo per puro esercizio scolastico che questi calcoli siano troppo
severi e che quindi siano possibili deviazioni momentanee dai vincoli senza
pregiudicare il risultato finale, i famosi margini per il nostro paese
sarebbero vincolati alla sua partecipazione a programmi di spesa decisi a
livello europeo. Il cofinanziamento è cioè una scelta obbligata, se il nostro
governo vuole spendere qualcosa. Il che significa che sono gli organi europei e
non il nostro governo (del Parlamento, dopo lo schiaffo sugli F35, ormai è
persino inutile parlare in materia di spesa) a decidere quantità e qualità
degli eventuali investimenti. In questo modo la Commissione europea mantiene
uno stretto controllo sulle politiche di investimento dei governi cui vengono
concessi margini di bilancio. Anzi le decide direttamente.
L’ineffabile
Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, autore della prima lettera di
istruzioni al nostro paese su come esercitare le presunte nuove facoltà, indica come prioritari gli investimenti nelle
reti di interconnessione in Europa, e quindi torniamo nuovamente, come nel
gioco dell’oca, alla casella della linea ad alta velocità Torino – Lione. Ma
anche se dovesse prevalere un’interpretazione più estensiva del campo degli
investimenti e quindi si allargasse al Mezzogiorno d’Italia, resterebbe sempre
la condizione del cofinanziamento, ovvero i progetti dovrebbero rientrare fra
quelli previsti in ambito europeo. Mentre le promesse governative sulla ripresa
di una politica industriale, che manca da diversi lustri nel nostro paese si
sprecano, intanto si vende come vittoria ciò che determina l’impossibilità stessa
di una programmazione di nuovo tipo in quel campo che sarebbe strategica per la
fuoriuscita dalla crisi. La quale, particolarmente nel nostro paese, non è solo
finanziaria.
Come si vede siamo in
una condizione molto diversa da quella prospettata da molti nel dibattito
economico di questi anni di crisi. Ovvero la possibilità di non conteggiare gli
investimenti produttivi nei calcoli riguardanti la determinazione del deficit,
riprendendo la vecchia idea contenuta nel piano Delors del 1993. L’hanno
chiamata golden rule, ma tra ciò che è stato deciso nel vertice europeo
di fine giugno non c’è nemmeno un lontano luccichio.
In terzo luogo, ed è
forse il punto più grave, bisogna ricordare che nel 2014 entra in funzione il
vincolo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione da questa stessa
maggioranza all’epoca del governo Monti. Proprio l’anno che viene dovrebbe
consegnarci, secondo le previsioni ufficiali, un segno positivo seppur timido
nella crescita del Pil. Cosa già discutibile. Ma a quel punto saremmo costretti
a garantire il pareggio delle entrate e delle uscite. Neppure la contabilità
creativa ci salverà.
Quindi non ci sono
soldi non solo per politiche anticicliche, ma neppure per tenere fede ad alcuni
punti programmatici del governo Letta. Non è tanto il parere del Fmi a revocare
in dubbio la cancellazione dell’Imu, ma lo stato dei conti pubblici e i vincoli
in precedenza contratti, che la destra finge di dimenticare e il Pd non smette
di lodare.
Il Pdl avanza
all’attenzione del premier la proposta, non nuova, di vendere buona parte del
patrimonio pubblico al fine di abbassare con una misura choc il volume del debito pubblico. Ma le passate privatizzazioni
non hanno portato alcun sollievo al livello di indebitamento. Anzi gli anni Novanta,
che hanno visto nel nostro paese un volume monetario di privatizzazioni
inferiore solo al Regno Unito della Signora Thatcher, non hanno affatto
interrotto la corsa verso l’alto del debito pubblico. Consapevoli di ciò, anche
se non lo dicono, gli esponenti del Pdl hanno avanzato la proposta di vendere una
porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, sia a livello centrale che
periferico, a una nuova società di diritto privato nella quale la farebbero da
padrone banche e fondazioni. Quest’ultima avrebbe il potere di emettere
obbligazioni a 15-20 anni garantite da quei beni diventati di sua proprietà. Ciò non
entrerebbe a fare parte del debito pubblico perché i titoli sarebbero emessi da
un soggetto privato e lo Stato potrebbe incassare e diminuire così il debito
pubblico medesimo.
Tutto bene? Niente
affatto. Intanto si tratterebbe di capire di quali beni si tratta – senza
scomodare qui la grande questione della tutela dei beni comuni - visto che anche la vendita delle caserme
inutilizzate ha battuto la fiacca. Non solo, ma in molti casi è successo che
l’Amministrazione pubblica privatasi dei beni immobili in suo possesso è stata
poi costretta ad affitti insostenibili e l’intera operazione si è verificata
del tutto antieconomica, al punto da consigliare il riacquisto dei beni
dismessi. Inoltre non è affatto detto
che le obbligazioni emesse dalla società privata siano in grado di reggere il
confronto con il mercato. Potrebbero subire un deprezzamento in tempi molto
rapidi portando al fallimento l’intera operazione, poiché al momento di entrare
in possesso della parte di beni relativa alla scadenza del prestito
obbligazionario quei titoli potrebbero avere perso gran parte del loro valore.
Tanto varrebbe allora
procedere più seriamente e istituire una tassa patrimoniale ordinaria e invece
puntare su una riqualificazione dei beni pubblici immobiliari anche attraverso
un cambiamento di destinazione per dare sollievo alle esigenze abitative e di
spazi pubblici agibili per la socialità. Ma tutto questo è tabù in questo
quadro politico e anche l’opposizione è scarsamente ricettiva su questi temi.
Siamo arrivati ormai
agli sgoccioli. Alla vigilia dell’entrata in vigore del pareggio di bilancio e
del fiscal compact è sempre più
evidente che la tattica delle concessioni, degli strappi tollerati, delle
contabilità creative non hanno il fiato corto. Non c’è l’hanno affatto. Se si
vuole evitare che l’Europa, e non solo la sua moneta, imploda, bisogna che i
paesi più in difficoltà chiedano, come condizione determinante la loro
permanenza nella Ue, la revisione radicale di quei vincoli e di quei trattati,
antichi e recenti, che hanno dimostrato
solo di aggravare le conseguenze sociali ed economiche della più grave crisi di
tutti i tempi del capitalismo europeo.

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