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| Gamal Abdel Nasser dal sito: ziomania.com |
Il colpo di stato militare in atto in Egitto, al di là delle
valutazioni politiche contingenti, richiama sul piano storico un’altra fase
della travagliata vita politica nella terra dei Faraoni: l’Esercito egiziano,
guidato da un gruppo di giovani ufficiali ebbe, infatti, all’inizio degli
anni’50, un ruolo decisivo nel superamento di un regime monarchico feudale e
nell’avvio di una complessa e difficile modernizzazione di quel grande Paese.
In quel periodo l’Egitto, governato da un consiglio militare
presieduto da Gamal Abdel Nasser (che aveva sostituito con un altro “golpe”
all’interno dell’Esercito, Neguib), ebbe un ruolo molto importante nella
costruzione del cosiddetto “movimento dei non allineati”: un periodo storico
che, oggi, vale la pena rivisitare con una certa attenzione.
In un mondo dominato ormai, dopo la fine della seconda
guerra mondiale, dalla logica dei due blocchi contrapposti: quello occidentale
raccolto attorno agli USA, e quello orientale egemonizzato dall’URSS si
svilupparono, nel decennio intercorso tra il 1950 (anno di inizio della guerra
di Corea) e il 1960 (con il completamento, salvo alcune sanguinose eccezioni
come l’Algeria, del processo di decolonizzazione in Africa) si compirono alcuni
eventi assolutamente fondamentali per il prosieguo del processo storico a
livello planetario.
Assieme alla fine irreversibile del vecchio colonialismo si
possono ricordare l’entrata in crisi della “guerra fredda”, la ricostituzione
della potenza economica dell’Europa Occidentale e del Giappone, l’emergere
della Cina comunista.
Quattro paesi rimanevano ancora in possesso di imperi
coloniali: la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio e il Portogallo.
A simboleggiare l’anacronismo coloniale è utile ricordare
come i primi tre paesi abbiano assistito in questo decennio alla fine dei loro
Imperi (una fine subita dai britannici in modo assai meno drammatico rispetto
ai francesi) e che l’ultimo paese coloniale, fino al 1975, sia rimasto il povero
Portogallo di Salazar e Caetano.
La fine del colonialismo corrispose a una serie di
imperativi storici: dopo la seconda guerra mondiale apparve chiaro che la nuova
forma di dominio mondiale non passava più attraverso le forme coloniali, bensì
attraverso la costituzione di immense sfere di influenza che, includendo paesi
sviluppati o meno, non avevano più nulla a che fare con le colonie.
In questo senso agirono le due grandi potenze: USA e URSS.
L’influenza statunitense nel mondo si esprimeva esportando
capitali, tecnologia, fornendo aiuti di vario tipo e condizionando le linee
politiche degli Stati subalterni, come in Europa Occidentale, oppure
saccheggiando risorse e materie prime attraverso una combinazione di
sfruttamento economico e di controllo politico sui governi, come in America
Latina.
Questa logica esercitata dagli USA rappresentava una nuova
forma di imperialismo, che non si basava più sul possesso diretto dei territori
dipendenti, bensì sul controllo in senso politico ed economico, così da creare
una dipendenza fra Stato guida e Stati di secondo o terzo rango.
Il sistema neo – imperialista era molto articolato e andava
da una complessa politica di alleanza e di condizionamento verso grandi paesi
fino alla politica brutale in paesi sotto governi- fantoccio in Asia e in
America Latina.
Alla sfera di influenza statunitense, basata
sull’imperialismo di tipo nuovo, corrispondeva quella sovietica, nella quale
l’URSS, pur nemica del vecchio colonialismo e dell’imperialismo di nuovo conio
di marca statunitense, realizzava una sua forma di ferreo dominio sui paesi
minori, che si manifestava nel controllo politico ed economico e
nell’utilizzazione delle risorse dei piccoli e medi Stati dell’Est europeo (certo
in una misura meno brutale e massiccia di quanto non facessero gli USA verso i
paesi più deboli della loro sfera d’influenza).
Il primato sovietico nel campo socialista poggiava,
analogamente a quello statunitense, sul monopolio delle superarmi e dei più
avanzati settori tecnico – scientifici.
La decolonizzazione, con il sorgere conseguente di numerosi
Stati nuovi, portò al delinearsi di un nuovo mondo che fu battezzato con
un’espressione poi corrente per un lungo periodo eppur vaga “Terzo Mondo”.
Un “Terzo Mondo” variegato per storia, economia, struttura
politica eppure accomunato da alcune grandi tendenze di fondo: la necessità di
svilupparsi in tempi rapidi e la diffusa tendenza al “neutralismo”.
In quest’ambito si svilupparono alcune iniziative clamorose
che misero in luce proprio queste tendenze “neutraliste”.
Dopo la conferenza di Colombo (Ceylon) del 1954, nel corso
della quale India, Pakistan, Birmania, Ceylon e Indonesia presero posizione per
la fine della corsa all’armamento nucleare, contro il colonialismo, a favore
della pace e della distensione ebbe grandissima importanza la Conferenza di
Bandung (Indonesia), la quale fra il 18 e il 24 aprile 1955 riunì 29 stati che
per la maggior parte erano neutrali.
La conferenza era il frutto delle discussioni sviluppatesi
tra alcuni paesi asiatici durante la fase finale della crisi indocinese, e dopo
la firma, nel settembre del 1954, del trattato istitutivo della SEATO
(l’omologo sul fronte del Pacifico, della NATO).
Originariamente la conferenza di Bandung non era ispirata da
un comune progetto tra i paesi partecipanti di non allineamento rispetto agli
schieramenti della guerra fredda, dato che fra i paesi invitati erano presenti
tanto il Pakistan, ben legato all’Occidente dal trattato della SEATO e dalla
sua politica generale, quanto la Cina, in quel momento schierata con l’URSS, o
le Filippine e il Giappone, capisaldi degli USA nel Pacifico.
L’estensione del campo asiatico a quello afro-asiatico ebbe
luogo quando si pose la questione di invitare alcuni paesi arabi e africani di
recente indipendenza o di importanza risolutiva per l’ampliamento dei consensi:
così l’invito fu esteso all’Egitto, alla Siria, al Libano, alla Liberia, al
Sudan, all’Etiopia e al Ghana.
Complessivamente a Bandung furono presenti 29 delegazioni,
eterogenee quanto alla provenienza e anche rispetto alla loro linea di politica
internazionale ma tutte sensibili al tema degli schieramenti in relazione allo
scontro sovietico – americano e ai costi impropri che la logica dello scontro
proiettava su tutto il globo, deformando le possibili iniziative di sviluppo
come, ad esempio, il cosiddetto “piano di Colombo”, che era stato lanciato nel
1950 su iniziativa britannica, nell’ambito dei paesi asiatici del Commonwealth,
e dal quale avevano tratto ispirazione gli stessi promotori della Conferenza di
Bandung per dare maggiore evidenza al problema dello sviluppo economico
rispetto a quello dei conflitti militari.
In realtà il proposito iniziale fu modificato durante i
lavori dal ruolo dominante assunto da alcuni dei partecipanti, come Nehru,
Sukarno, Nasser, U Nu e Chou En Lai, che riuscirono a sovrapporre alle
tematiche di schieramento nelle quali i 29 partecipanti erano impegnati
l’analisi di alcuni principi generali che avrebbero dovuto costituire come una
sorta di guida del “non allineamento”.
Il diritto di autodeterminazione nazionale e la condanna del
colonialismo ebbero un posto importante nel dibattito, sebbene sul secondo tema
si verificassero gli scontri polemici più duri, dato che i Paesi più vicini
agli USA, come il Pakistan, posero la questione della condanna come forze
imperialistiche dell’URSS e degli altri paesi comunisti.
Un altro punto importante fu rappresentato dall’impegno,
sancito in linea di principio, di “astenersi dal partecipare ad accordi di
difesa collettiva volti a servire gli interessi particolari delle grandi
potenze”.
Era questa la formula del “non allineamento”, la cui formula
consentì però una vasta gamma di interpretazioni.
In generale la conferenza ebbe un forte valore simbolico,
offrendo anche forti spunti di dibattito e intervento ai movimenti della
sinistra critica in Occidente, in quanto vi furono affermati principi del
futuro ordinamento internazionale come il forte impegno a favore
dell’indipendenza dei popoli coloniali, che avrebbe avuto larga eco nel mondo,
così come ebbe grande risonanza l’annuncio di una nascente coalizione
neutralistica (alla quale avrebbero poi aderito anche la Jugoslavia e Cuba, al
momento della rivoluzione castrista).
Emerse poi un primo sintomo (in anticipo rispetto all’’apertura
del conflitto politico – ideologico con l’URSS coincidente, due anni dopo, con
l’avvio del processo di destalinizzazione) della volontà cinese di sviluppare
nel mondo afro-asiatico una propria politica estera e di intervento economico
del tutto autonoma da quella sovietica.
Quale seguito ideale della Conferenza di Bandung si svolse
nel 1961 la Conferenza di Belgrado, che mise in piena luce il ruolo della
Jugoslavia guidata da Tito nell’azione di disimpegno dei blocchi e in favore
dell’azione dei paesi non allineati.
La Jugoslavia che, in seguito alla rottura con l’URSS
avvenuta nel 1948, non si era più allineata all’interno del blocco sovietico,
aveva svolto un’intensa attività a favore del disimpegno presso i maggiori
paesi dell’Asia e dell’Africa.
La Conferenza di Belgrado ebbe i suoi massimi esponenti in
Tito, Nehru e Nasser e raggruppò una serie di Stati afro-asiatici, oltre a Cuba
e a Cipro, con l’esclusione dei Paesi schierati sulle posizioni statunitensi.
Si avviava concretamente, anche se non tutti ne avvertirono
l’importanza, un processo politico teso a determinare la fuoriuscita dallo
schema di Yalta.
Un avvio ben sintetizzato proprio dalle parole pronunciate
da Tito in quell’occasione: “ Questa riunione ha lo scopo di portare le grandi
potenze a constatare che esse non possono più tenere esclusivamente nelle loro
mani il destino del mondo”.
Oggi, proprio nei giorni del ritorno di un grande paese come
l’Egitto al “golpe” militare, quella situazione appare così lontana dalla
realtà; eppure vale la pena ritornarci e studiarla proprio come idea di un
metodo di capacità di affrontare temi globale e rapporti internazionali in una
logica ben diversa da quella aggressiva di “esportazione militare della
democrazia”, di soffocamento finanziario dell’economia, come stiamo verificando
nello scenario che quotidianamente ci ritroviamo di fronte.
Testi di riferimento:
Massimo L. Salvadori “Storia dell’Età contemporanea, dalla restaurazione all’eurocomunismo” Loescher editore, 1976.
Ennio Di Nolfo “Storia delle relazioni internazionali 1918-1922.Edizioni Laterza 1994.
Massimo L. Salvadori “Storia dell’Età contemporanea, dalla restaurazione all’eurocomunismo” Loescher editore, 1976.
Ennio Di Nolfo “Storia delle relazioni internazionali 1918-1922.Edizioni Laterza 1994.

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