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| immagine dal sito: http://lettura.corriere.it |
“La lettura del Corriere della Sera” dedica ampio spazio,
oggi 7 Luglio, a un’analisi di Franco Venturini: “La rivolta delle classiemergenti”, nella quale si riportano le tesi di Francis Fukuyama, teorico della
“fine della storia”, che richiamando il testo di Moses Naim “La fine del
potere” nota come oggi in molti paesi (l’esempio è quello di Brasile, Cina,
Turchia, Russia) si riscontra un forte divario tra le richieste dei ceti
emergenti e le capacità dei governi di soddisfarle.
In questo senso si ricorda
come sul New York Times del 30 Giugno, Thomas Friedman (autore del saggio “Il
Mondo è piatto”, uscito nella tradizione italiana per Mondadori nel 2006)
indica due cause delle proteste attuali: il fatto che alcuni governanti eletti
non riconoscono limiti al loro potere e il malessere delle classi medie strette
nella morsa tra l’indebolimento delle tutele sociali e le pretese crescenti del
mercato del lavoro.
Nella sostanza Venturini indica, concludendo il suo lavoro,
accennando all’esistenza di una forma di “rabbia locale” che s’intreccia con la
“rabbia globale”, ma nessuna delle due formule può reggere , a suo giudizio, da
sola alla complessità delle situazioni specifiche. Di “davvero globale” –
aggiunge – c’è soprattutto una crisi di sistema. Le democrazie capitaliste,
diventate più finanziarie dopo la fase di globalizzazione economica, cercano
con affanno regole di auto governo. Le semi-democrazie autoritarie come quella
russa appaiono disarmate di fronte alla protesta e rispolverano forme di
repressione.
Accanto alla crisi sistemica emerge – sempre secondo
Venturini – un altro elemento globale: la perdita della paura e della passività
ovunque. Ma se questo basti a innescare un tempo della rabbia globale, senza
bisogno di maestri buoni o cattivi, è cosa che resta tutta da vedere, così come
resta da verificare la possibilità di saldatura tra la rabbia delle classi
medie e quella dei poveri.
Il commento all’analisi di Venturini è affidato ad un’intervista
di Antonio Carioti a Marco Tarchi, politologo studio del populismo contemporaneo
. Due punti dell’analisi di Tarchi debbono essere rimarcati (nell’articolo si
riporta anche il parere di Roberto Segatori che invita a non confondere l’opinione
delle piazze, mobilitate attraverso i social network da ceti inurbati ed
istruiti, con la voce “genuina” della società dei diversi paesi): “ i conflitti
in coso non possono essere descritti come lotta di classe e non si vedono ceti
emergenti ben distinti che rivendicano una maggiore influenza politica.
Assistiamo piuttosto a mobilitazioni “liquide” in cui le linee di frattura sono
piuttosto variegate e le rivendicazioni economiche si mischiano a quelle di
natura postmaterialista” e ancora, secondo Tarchi, “ L’affermarsi del
consumismo provoca il fenomeno che Ted Robert Garr ha chiamato “deprivazione
relativa”. Il richiamo del modello occidentale e il lusso esibito dai nuovi
ricchi alimentano la frustrazione di chi non può permettersi certe spese, anche
se il suo reddito è cresciuto. Così aumenta la ricchezza circolante ma peggiora
la condizione psicologica della gente comune, che finisce con il ribellarsi”.
Il complesso di queste analisi, dal nostro punto di vista,
conferma due elementi fondamentali della “crisi complessiva della politica” che
si è tentato di sottolineare anche rilanciando l’analisi sul “partito di
massa”:
1) La
difficoltà, in questa fase, a riconoscere corpi intermedi che esistono ma non
ricoprono più la funzione dei partiti che erano chiamati tra la società e la politica a produrre una
sintesi di proposta per un’ipotesi di cambiamento strutturale non rivolta
semplicemente ad un Paese o ad un’area geografica determinata. Il recupero dei
due concetti di internazionalismo e sovranazionalità da parte dei soggetti
politici che intendo muoversi sul terreno del cambiamento di fondo degli
assetti sociali, appaiono del tutto decisivi per il futuro;
2) La
proposizione, in dimensione teorica e sul piano della proposta politica, del
concetto di “frattura principale”, quella della contraddizione derivante tra
capitale e lavoro: difficile da attualizzare e analizzare proprio per via del
gigantesco processo di finanziarizzazione dell’economia che ha reso il concetto
di sfruttamento molto più opaco e meno visibile e dell’affermazione strapotente
del meccanismo dell’individualismo consumistico. Si tratta, però, dal nostro
punto di vista dell’analisi marxista e della prospettiva politica che essa
indica della sola strada possibile ponendoci ovviamente al di fuori dalla
logica di “fine della storia” che si è cercato di imporre, proprio per via
ideologica, subito dopo crollo degli ideologismi derivanti dai tentativi di
inveramento statuale di alcuni fraintendimenti marxiani avvenuto alla fine del
XX secolo con la fine dell’esperimento sovietico. Non si tratta, dal nostro
punto di vista, di attendere l’intreccio delle ragioni della rabbia dei ceti
emergenti nelle nuove metropoli con quelle dei poveri ma di costruire subito la
dimensione di una nuova “appartenenza di classe” i cui bisogni possono essere
soddisfatti soltanto percorrendo la strada del superamento dello sfruttamento
individuale e dell’eguaglianza. Motivi ben forti perché oggi siano ribadite, a
livello politico, le motivazioni di fondo della costruzione e/o ricostruzione
di grandi soggetti di massa, all’interno dei quali, si sviluppa la sintesi dei
bisogni delle masse in una proposta politica capace di reclamare il proprio
posto all’interno di una storia che non è finita ma che appare assolutamente
“in divenire”.

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