domenica 3 febbraio 2013

POTERE MOLTITUDINARIO, ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA E CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA di Franco Astengo

In questi giorni è stato diffuso il testo di una conferenza di Toni Negri tenuta il 18 Gennaio scorso all’Università di St. Denis sul tema “Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa”.
In quest’occasione Negri individua nella BCE il “Palazzo d’Inverno nell’Europa di oggi” e scrive della necessità, da parte dei movimenti, di individuare, agendo contro le “strutture costituzionali del biopotere capitalistico” un terreno di sviluppo per la costruzione di “un potere costituente democratico, di massa, moltitudinario”.
In quest’ambito cita come “iniziative costituenti” quelle sviluppatesi in Italia sul terreno dei “beni comuni”, sostenendo che il cammino da intraprendere sia quello di “affermare il diritto di accesso al comune”, costruendo l’alternativa rivoluzionaria attraverso la liberazione della potenza della “forza-lavoro” dal dominio capitalistico.
Per far questo, Negri pensa che sia necessario tirarsi fuori dalle campagne elettorali ricorrenti, muovendosi a livello europeo per costruire nuovi modelli di solidarietà e nuovi progetti di solidarietà che “sappiano negoziare le differenze tra le geografie frastagliate non solo tra i vecchi stati-nazione, ma anche fra le diverse storie dei movimenti attuali”.
A prescindere dall’eccessiva, almeno a mio giudizio, definizione di obsolescenza della realtà degli “Stati – Nazione” (pur nel riconoscimento dell’esigenza di muoversi a livello europeo) sorge comunque un interrogativo: qual è il livello di contraddizione sociale  che è necessario affrontare per muoversi nella direzione dell’alternativa rivoluzionaria, così come indicata da Negri in questo testo?
Sinceramente non appare chiaro, soprattutto se valutiamo, com’è necessario, che la proposta di liberazione della forza lavoro dal dominio capitalistico viene avanzata in una fase di egemonia dell’individualismo consumistico, in pieno fulgore di quello che Marx definì “feticismo della merce”, con relativo trionfo del “valore di scambio”.
Il meccanismo consumistico, infatti, risiede alla base della scomposizione sociale dell’oggi e della difficoltà nel rintracciare, a tutti i livelli, un “blocco sociale anticapitalistico”, a mio giudizio, necessario per affrontare il tema della trasformazione sociale, rimanendo l’orizzonte “moltitudinario” assolutamente generico e di difficile rintracciabilità, proprio a livello sociale.
Nella crisi di oggi, per le sue caratteristiche e la sua profondità, la messa in discussione del “soggetto consumatore” non può che ripartire dalla contestazione secca delle politiche liberiste: politiche la cui attuazione sta agitando anche la piccola tempesta nel bicchiere delle elezioni italiane, dimostrando tra l’altro la veridicità di un altro concetto marxiano, relativo al “capitale come contraddizione in continuo processo”, ed è proprio nel varco della contraddizione che è necessario infilarci per far tornare a scavare la vecchia talpa, che Negri vorrebbe tenere in superficie per farla colpire dal meccanismo della repressione politica (del tutto involontariamente, dal suo punto di vista: è ovvio)
Questo perché, riprendo pari pari proprio dalle ragioni di fondo della critica marxiana all’economia politica, l’obiettivo unificante delle contraddizioni di questo capitale (mai così dinamico) rimane quello dell’estensione dello sfruttamento attraverso la crescita del plusvalore, creando ulteriori spazi per rovesciare il rapporto tra valore assoluto e pluslavoro.
E’ il tema della globalizzazione, nelle sue diverse sfaccettature (finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazioni, creazione di nuovi scenari di guerra locale, sfruttamento delle risorse): il tutto, però, destinato a far crescere il peso dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Occorre far comprendere che questo, del ritorno evidente se mai ci fosse stato un periodo di allontanamento, se non dettato dai fumi di una propaganda malata) alla contraddizione di classe.
E’ questo il tema di fondo di questa fase della crisi: un tema che segnerà i prossimi decenni, in un – alla fine non troppo sorprendente- gioco di “corsi e ricorsi”.
Quali conclusioni sul piano dell’organizzazione politica nell’immediato?
Il tema del “potere moltitudinario” richiama l’idea di un nuovo pluralismo politico, di tipo “orizzontale”, teso a formare coalizioni movimentiste – governiste (in Europa non tanto sul modello sudamericano, laddove esse agiscono in condizioni politico – sociali molto diverse, a partire dallo stretto rapporto con il concetto prevalente di agire politico nella forma del “caudillismo”) come nel caso di Syriza e della stessa Rivoluzione Civile in Italia.
Il pieno recupero sul piano politico, come resto convinto, sia necessario della centralità della “condizione di classe” richiama invece al tema dell’“elitismo” portato nella sua forma di espressione politica organizzata nella dimensione del “partito di massa”: un recupero, in sostanza, dell’idea di costruzione di un “partito di massa” che propone la ricostruzione di un “blocco storico” e della sua egemonia, attualizzata attraverso l’analisi attenta dell’utilizzo, nelle sue espressioni di confronto e aggregazione politica, delle grandi novità intercorse sul piano tecnologico, in particolare nel settore della comunicazione.
E’ evidente che l’ipotesi del partito di massa fondato, ancora com’è necessario sulla centralità della “contraddizione di classe”, richiama l’esigenza di un rapporto con la democrazia rappresentativa assolutamente alternativa al “potere moltitudinario”, rivalutando in pieno il ruolo delle Istituzioni politiche, a partire dal Parlamento: il rischio, nel caso di un cedimento su questo terreno, sarebbe quello di lasciare spazio alle tentazioni autoritarie della destra, a partire dall’apparentemente incolmabile “deficit democratico” europeo.
Un punto, questo dell’attacco della destra portato avanti, fin dagli anni’80 del XX secolo, in nome della riduzione nel rapporto tra politica e società per attuare il “taglio” della domanda sociale, che non possiamo permetterci di sottovalutare, proprio in questi tempi in cui – come abbiamo visto – l’obiettivo del capitalismo finanziario è quello di imporre ulteriori – se possibile – condizioni di sfruttamento sui singoli e, di conseguenza, sull’intera società limitandone le possibilità di espressione democratica.

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