In questi giorni è stato diffuso il testo di una conferenza di Toni Negri tenuta il 18 Gennaio scorso all’Università di St. Denis sul tema “Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa”.
In quest’occasione Negri individua nella BCE il “Palazzo d’Inverno
nell’Europa di oggi” e scrive della necessità, da parte dei movimenti, di
individuare, agendo contro le “strutture costituzionali del biopotere
capitalistico” un terreno di sviluppo per la costruzione di “un potere
costituente democratico, di massa, moltitudinario”.
In quest’ambito cita come “iniziative costituenti” quelle
sviluppatesi in Italia sul terreno dei “beni comuni”, sostenendo che il cammino
da intraprendere sia quello di “affermare il diritto di accesso al comune”,
costruendo l’alternativa rivoluzionaria attraverso la liberazione della potenza
della “forza-lavoro” dal dominio capitalistico.
Per far questo, Negri pensa che sia necessario tirarsi fuori
dalle campagne elettorali ricorrenti, muovendosi a livello europeo per
costruire nuovi modelli di solidarietà e nuovi progetti di solidarietà che “sappiano
negoziare le differenze tra le geografie frastagliate non solo tra i vecchi
stati-nazione, ma anche fra le diverse storie dei movimenti attuali”.
A prescindere dall’eccessiva, almeno a mio giudizio,
definizione di obsolescenza della realtà degli “Stati – Nazione” (pur nel
riconoscimento dell’esigenza di muoversi a livello
europeo) sorge comunque un interrogativo: qual è il livello di contraddizione
sociale che è necessario affrontare per
muoversi nella direzione dell’alternativa rivoluzionaria, così come indicata da
Negri in questo testo?
Sinceramente non appare chiaro, soprattutto se valutiamo, com’è
necessario, che la proposta di liberazione della forza lavoro dal dominio
capitalistico viene avanzata in una fase di egemonia dell’individualismo
consumistico, in pieno fulgore di quello che Marx definì “feticismo della merce”,
con relativo trionfo del “valore di scambio”.
Il meccanismo consumistico, infatti, risiede alla base della
scomposizione sociale dell’oggi e della difficoltà nel rintracciare, a tutti i
livelli, un “blocco sociale anticapitalistico”, a mio giudizio, necessario per
affrontare il tema della trasformazione sociale, rimanendo l’orizzonte “moltitudinario”
assolutamente generico e di difficile rintracciabilità, proprio a livello sociale.
Nella crisi di oggi, per le sue caratteristiche e la sua
profondità, la messa in discussione del “soggetto consumatore” non può che
ripartire dalla contestazione secca delle politiche liberiste: politiche la cui
attuazione sta agitando anche la piccola tempesta nel bicchiere delle elezioni
italiane, dimostrando tra l’altro la veridicità di un altro concetto marxiano,
relativo al “capitale come contraddizione in continuo processo”, ed è proprio
nel varco della contraddizione che è necessario infilarci per far tornare a
scavare la vecchia talpa, che Negri vorrebbe tenere in superficie per farla
colpire dal meccanismo della repressione politica (del tutto involontariamente,
dal suo punto di vista: è ovvio)
Questo perché, riprendo pari pari proprio dalle ragioni di
fondo della critica marxiana all’economia politica, l’obiettivo unificante
delle contraddizioni di questo capitale (mai così dinamico) rimane quello dell’estensione
dello sfruttamento attraverso la crescita del plusvalore, creando ulteriori
spazi per rovesciare il rapporto tra valore assoluto e pluslavoro.
E’ il tema della globalizzazione, nelle sue diverse sfaccettature
(finanziarizzazione dell’economia, delocalizzazioni, creazione di nuovi scenari
di guerra locale, sfruttamento delle risorse): il tutto, però, destinato a far
crescere il peso dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Occorre far comprendere che questo, del ritorno evidente se
mai ci fosse stato un periodo di allontanamento, se non dettato dai fumi di una
propaganda malata) alla contraddizione di classe.
E’ questo il tema di fondo di questa fase della crisi: un
tema che segnerà i prossimi decenni, in un – alla fine non troppo sorprendente-
gioco di “corsi e ricorsi”.
Quali conclusioni sul piano dell’organizzazione politica
nell’immediato?
Il tema del “potere moltitudinario” richiama l’idea di un
nuovo pluralismo politico, di tipo “orizzontale”, teso a formare coalizioni movimentiste
– governiste (in Europa non tanto sul modello sudamericano, laddove esse
agiscono in condizioni politico – sociali molto diverse, a partire dallo
stretto rapporto con il concetto prevalente di agire politico nella forma del “caudillismo”)
come nel caso di Syriza e della stessa Rivoluzione Civile in Italia.
Il pieno recupero sul piano politico, come resto convinto,
sia necessario della centralità della “condizione di classe” richiama invece al
tema dell’“elitismo” portato nella sua forma di espressione politica
organizzata nella dimensione del “partito di massa”: un recupero, in sostanza,
dell’idea di costruzione di un “partito di massa” che propone la ricostruzione
di un “blocco storico” e della sua egemonia, attualizzata attraverso l’analisi
attenta dell’utilizzo, nelle sue espressioni di confronto e aggregazione
politica, delle grandi novità intercorse sul piano tecnologico, in particolare
nel settore della comunicazione.
E’ evidente che l’ipotesi del partito di massa fondato,
ancora com’è necessario sulla centralità della “contraddizione di classe”,
richiama l’esigenza di un rapporto con la democrazia rappresentativa
assolutamente alternativa al “potere moltitudinario”, rivalutando in pieno il
ruolo delle Istituzioni politiche, a partire dal Parlamento: il rischio, nel
caso di un cedimento su questo terreno, sarebbe quello di lasciare spazio alle
tentazioni autoritarie della destra, a partire dall’apparentemente incolmabile “deficit
democratico” europeo.
Un punto, questo dell’attacco della destra portato avanti,
fin dagli anni’80 del XX secolo, in nome della riduzione nel rapporto tra
politica e società per attuare il “taglio” della domanda sociale, che non
possiamo permetterci di sottovalutare, proprio in questi tempi in cui – come abbiamo
visto – l’obiettivo del capitalismo finanziario è quello di imporre ulteriori –
se possibile – condizioni di sfruttamento sui singoli e, di conseguenza, sull’intera
società limitandone le possibilità di espressione democratica.

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