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Martedì 5
febbraio 2013
Ieri sera ho seguito con attenzione Matteo Renzi da Lilly Gruber su La 7....
Ieri sera ho seguito con attenzione Matteo Renzi da Lilly Gruber su La 7....
Lunedì 11 febbraio 2013
La notizia del giorno oggi è costituita sicuramente dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI.....
Martedì 5 febbraio 2013La notizia del giorno oggi è costituita sicuramente dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI.....
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Direi che nel complesso il “ragazzo” non mi è dispiaciuto: ha
detto parecchie cose sensate e in modo tipicamente suo, disinvolto e simpatico.
C’è stato un passaggio però, nelle cose che ha detto, che mi
ha fatto misurare (ancora una volta e ammesso che ce ne fosse stato bisogno)
tutta la distanza che mi separa dal suo pensare politico.
Commentando il fatto che lui è rimasto nel PD (dopo la sua
sconfitta alle primarie nel confronto con Bersani), mentre molti si aspettavano
(anzi lo davano per scontato) che egli mettesse su una sua lista, ha detto con
parole più o meno simili: “Io non ho mai pensato di fare una mia lista, un mio
partito. Perché di partiti ce ne sono fin troppi. In una democrazia bastano due
soli partiti!”
Trovo questa affermazione profondamente sbagliata, perché
apodittica e senza nessun fondamento teorico e scientifico. Anzi, per dirla
tutta, la trovo di una banalità sconcertante.
Essa è, secondo me, il frutto velenoso di una involuzione (in
senso americano) del pensiero oltre che dell’agire politico, che si è avuta in
Italia negli ultimi vent’anni. Il risultato di una loro patologica
semplificazione, che si è accompagnata (non a caso) ad altri fenomeni
deteriori, dei quali i principali mi sembrano l’eccesso di
“spettacolarizzazione” del dibattito politico e l’esasperata personalizzazione
delle soggettività politiche.
Fenomeno che ha avuto una sua ragione e giustificazione
storica, quando si è incominciato ad affermare circa vent’anni fa: era,
infatti, forse una reazione naturale, quasi obbligata, ad una eccessiva
frammentazione del quadro politico italiano, che aveva generato, specie negli
ultimi anni della “prima Repubblica”, diffusi e gravi fattori di interdizione e
quindi un sostanziale stallo dell’attività politica.
Ma che non ha nessun fondamento teorico in assoluto. Come se
il pensiero politico si dovesse, per forza naturale delle cose, contenere in
due sole opzioni teoriche e pratiche e tutte le altre non fossero che varianti,
del tutto secondarie e accessorie, di queste due.
Un tale assunto teorico non ha nessun fondamento scientifico.
La “verità” (ammesso che esista da qualche parte), come ci insegna da qualche
millennio la storia delle filosofie, è una realtà complessa, estremamente
articolata e pluralista e non può essere ridotta mai a due sole e semplici
opzioni.
Ben venga, allora, lo sforzo di “reductio ad unum” di
posizioni sostanzialmente affini ed omologhe. Ben venga la polemica, anche
dura, contro i sofisti della politica, che pretendono sempre di spaccare il
capello in quattro.
Ma questo sforzo e questa lotta non devono mai superare (a
mio modo di vedere) certi limiti e pretendere di ingabbiare il pluralismo dei
pensieri (e, io direi, anche degli interessi) a due sole e semplici posizioni.
Tale pretesa, infatti, ben lungi dal rappresentare e
auspicare il compimento di una democrazia matura, è la premessa pericolosa
della eclissi di una democrazia effettiva.
Lunedì 11 febbraio 2013
La notizia del giorno oggi è costituita sicuramente dalle
dimissioni di Papa Benedetto XVI.
Notizia a suo modo clamorosa, perché da quello che ho
appreso, finora nella storia millenaria della Chiesa, un accadimento simile si
era avuto solo tre volte; l’ultima addirittura circa seicento anni fa.
Quando un fatto è così insolito, è di per sé clamoroso.
Se poi riguarda un’istituzione come quella della Chiesa
Cattolica, che ha ancora un peso rilevante nella cultura e nella società del
mondo e di quella italiana in modo particolare, il clamore si amplifica ovviamente
in modo esponenziale.
Ma questa notizia è importante solo per questi motivi?
No. Ritengo che ce ne siano anche altri a renderla importante
e significativa.
Il primo (e, forse, quello più rilevante) è che questa
decisione di Benedetto XVI toglie in qualche modo al ruolo e alla figura del
Papa quell’aura di sacralità eccessiva e spropositata, di “santità”, mi
verrebbe di dire addirittura istituzionale, che nei secoli aveva assunto la
carica dei successori di Pietro.
La stacca dai cieli eterei del soprannaturale e la riporta
sulla terra degli uomini. La rende una carica un po’ più simile alle altre
(alte) cariche di cui hanno bisogno tutte le società e le istituzioni umane.
Una carica che è indubbiamente un onore (per chi ne viene
investito), ma anche un (terribile) onere. Che quindi si deve confrontare,
soprattutto nell’incedere del tempo, con le energie, morali, intellettuali e
fisiche, di cui un “normale” essere umano dispone e che, fatalmente, con
l’avanzare dell’età, tendono ad indebolirsi e affievolirsi.
Il gesto di oggi di Benedetto XVI sembra dirci questo
(soprattutto sembra dirlo ai Cattolici): non esiste una spiritualità
disincarnata; il carisma, anche il carisma divino, anche il carisma di Pietro,
anche il carisma del “rappresentante di Cristo in terra” non può prescindere,
per realizzarsi, dalle forze concrete di cui può disporre un essere umano.
Per cui, quando queste forze vengono meno, per ragioni
“naturali” legate all’età, non ci sono forze “soprannaturali” che possano
surrogarle o, addirittura, sostituirle.
Se questo è il significato profondo (forse quello più
profondo) del gesto odierno di Benedetto XVI, a me sembra che esso sia di
grande innovazione. Un gesto che fa compiere alla Chiesa Cattolica un passo
significativo nella direzione della “modernità”. Quella “modernità” nei
confronti della quale la Chiesa Cattolica
ha avuto sempre (finora) un atteggiamento molto ambivalente, se non decisamente
antagonista e ostile.
Anche per questo, quindi, è un gesto che fa (giustamente)
clamore.
Ma, forse, è un gesto che fa clamore anche perché si distingue
nettamente, direi in maniera addirittura vistosa, dal modo in cui volle
affrontare l’ultima fase della sua vita (e della sua missione di Papa) il
predecessore di Benedetto XVI: papa Giovanni Paolo II.
Questo Papa, infatti, morto appena otto anni fa (quindi di
lui il ricordo è ancora vivo) pur essendo, negli ultimi anni del suo
Pontificato, molto malato, addirittura impossibilitato nella deambulazione e (negli
ultimi mesi) perfino nell’uso della parola, volle restare nel suo incarico fino
all’esalazione dell’ultimo respiro.
Lungi dal prendere in considerazione l’incompatibilità tra
l’incarico ricoperto e il suo stato di grave infermità, sembrò quasi
considerare questo stato una condizione privilegiata per continuare a dare la
sua testimonianza di Pastore. Tanto è che non limitò affatto le sue uscite
pubbliche, ma sembrò quasi voler esibire in pubblico la sua sofferenza, a
immagine perfetta del Cristo in croce.
E non è un caso, secondo me, che oggi l’attuale cardinale di
Cracovia, che per alcuni decenni fu il segretario particolare prima del vescovo
Woitila e poi di papa Giovanni Paolo II, abbia criticato, senza nessuna velatura
diplomatica e con ben poco rispetto gerarchico, la scelta di papa Ratzinger,
con l’espressione “Dalla croce non si scende. Mai!”
Effettivamente la scelta odierna di Ratzinger e quella che fu
all’epoca di Woitila si pongono agli antipodi. Sottintendono due concezioni del
Papato profondamente diverse, forse addirittura opposte.
E la cosa è tanto più sorprendente, in quanto Ratzinger fu il
collaboratore più fedele e fidato di papa Woitila.
Anche per questo la scelta di papa Benedetto XVI appare di
grande innovazione. Non solo perché ha pochissimi precedenti nella storia di
una istituzione bimillenaria. Ma perché si pone in antitesi a una scelta che fu
compiuta dal suo predecessore manco dieci anni fa.
Anzi, mi pare che questa scelta sia la prima vera (e,
forse,unica) scelta di innovazione di un Pontificato, che per il resto si è
mosso nella più assoluta (e, direi, grigia) continuità con quello precedente.
E, forse, anche l’unica decisione per la quale il Pontificato di Benedetto XVI
sarà ricordato nella storia.
Per quanto mi riguarda considero questa scelta molto umana e,
perciò, anche profondamente cristiana. E mi inchino di fronte ad essa con
rispetto, anzi ammirazione.
Mentre trovo sgradevoli le parole del cardinale di Cracovia.
Anzi (per dirla tutta) le considero ben poco cristiane. Figlie di una malcelata
“superbia”, camuffata da “eroismo”.

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