martedì 12 febbraio 2013

DIARIO POLITICO di Giovanni Lamagna

dal sito: www.dongiorgio.it


Martedì 5 febbraio 2013 
Ieri sera ho seguito con attenzione Matteo Renzi da Lilly Gruber su La 7....

Lunedì 11 febbraio 2013 
La notizia del giorno oggi è costituita sicuramente dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI.....
 Martedì 5 febbraio 2013
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Direi che nel complesso il “ragazzo” non mi è dispiaciuto: ha detto parecchie cose sensate e in modo tipicamente suo, disinvolto e simpatico.

C’è stato un passaggio però, nelle cose che ha detto, che mi ha fatto misurare (ancora una volta e ammesso che ce ne fosse stato bisogno) tutta la distanza che mi separa dal suo pensare politico.

Commentando il fatto che lui è rimasto nel PD (dopo la sua sconfitta alle primarie nel confronto con Bersani), mentre molti si aspettavano (anzi lo davano per scontato) che egli mettesse su una sua lista, ha detto con parole più o meno simili: “Io non ho mai pensato di fare una mia lista, un mio partito. Perché di partiti ce ne sono fin troppi. In una democrazia bastano due soli partiti!”

Trovo questa affermazione profondamente sbagliata, perché apodittica e senza nessun fondamento teorico e scientifico. Anzi, per dirla tutta, la trovo di una banalità sconcertante.

Essa è, secondo me, il frutto velenoso di una involuzione (in senso americano) del pensiero oltre che dell’agire politico, che si è avuta in Italia negli ultimi vent’anni. Il risultato di una loro patologica semplificazione, che si è accompagnata (non a caso) ad altri fenomeni deteriori, dei quali i principali mi sembrano l’eccesso di “spettacolarizzazione” del dibattito politico e l’esasperata personalizzazione delle soggettività politiche.

Fenomeno che ha avuto una sua ragione e giustificazione storica, quando si è incominciato ad affermare circa vent’anni fa: era, infatti, forse una reazione naturale, quasi obbligata, ad una eccessiva frammentazione del quadro politico italiano, che aveva generato, specie negli ultimi anni della “prima Repubblica”, diffusi e gravi fattori di interdizione e quindi un sostanziale stallo dell’attività politica.

Ma che non ha nessun fondamento teorico in assoluto. Come se il pensiero politico si dovesse, per forza naturale delle cose, contenere in due sole opzioni teoriche e pratiche e tutte le altre non fossero che varianti, del tutto secondarie e accessorie, di queste due.

Un tale assunto teorico non ha nessun fondamento scientifico. La “verità” (ammesso che esista da qualche parte), come ci insegna da qualche millennio la storia delle filosofie, è una realtà complessa, estremamente articolata e pluralista e non può essere ridotta mai a due sole e semplici opzioni.

Ben venga, allora, lo sforzo di “reductio ad unum” di posizioni sostanzialmente affini ed omologhe. Ben venga la polemica, anche dura, contro i sofisti della politica, che pretendono sempre di spaccare il capello in quattro.

Ma questo sforzo e questa lotta non devono mai superare (a mio modo di vedere) certi limiti e pretendere di ingabbiare il pluralismo dei pensieri (e, io direi, anche degli interessi) a due sole e semplici posizioni.

Tale pretesa, infatti, ben lungi dal rappresentare e auspicare il compimento di una democrazia matura, è la premessa pericolosa della eclissi di una democrazia effettiva.



Lunedì 11 febbraio 2013

La notizia del giorno oggi è costituita sicuramente dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI.

Notizia a suo modo clamorosa, perché da quello che ho appreso, finora nella storia millenaria della Chiesa, un accadimento simile si era avuto solo tre volte; l’ultima addirittura circa seicento anni fa.

Quando un fatto è così insolito, è di per sé clamoroso.

Se poi riguarda un’istituzione come quella della Chiesa Cattolica, che ha ancora un peso rilevante nella cultura e nella società del mondo e di quella italiana in modo particolare, il clamore si amplifica ovviamente in modo esponenziale.

Ma questa notizia è importante solo per questi motivi?

No. Ritengo che ce ne siano anche altri a renderla importante e significativa.

Il primo (e, forse, quello più rilevante) è che questa decisione di Benedetto XVI toglie in qualche modo al ruolo e alla figura del Papa quell’aura di sacralità eccessiva e spropositata, di “santità”, mi verrebbe di dire addirittura istituzionale, che nei secoli aveva assunto la carica dei successori di Pietro.

La stacca dai cieli eterei del soprannaturale e la riporta sulla terra degli uomini. La rende una carica un po’ più simile alle altre (alte) cariche di cui hanno bisogno tutte le società e le istituzioni umane.

Una carica che è indubbiamente un onore (per chi ne viene investito), ma anche un (terribile) onere. Che quindi si deve confrontare, soprattutto nell’incedere del tempo, con le energie, morali, intellettuali e fisiche, di cui un “normale” essere umano dispone e che, fatalmente, con l’avanzare dell’età, tendono ad indebolirsi e affievolirsi.

Il gesto di oggi di Benedetto XVI sembra dirci questo (soprattutto sembra dirlo ai Cattolici): non esiste una spiritualità disincarnata; il carisma, anche il carisma divino, anche il carisma di Pietro, anche il carisma del “rappresentante di Cristo in terra” non può prescindere, per realizzarsi, dalle forze concrete di cui può disporre un essere umano.

Per cui, quando queste forze vengono meno, per ragioni “naturali” legate all’età, non ci sono forze “soprannaturali” che possano surrogarle o, addirittura, sostituirle.

Se questo è il significato profondo (forse quello più profondo) del gesto odierno di Benedetto XVI, a me sembra che esso sia di grande innovazione. Un gesto che fa compiere alla Chiesa Cattolica un passo significativo nella direzione della “modernità”. Quella “modernità” nei confronti della quale la Chiesa Cattolica ha avuto sempre (finora) un atteggiamento molto ambivalente, se non decisamente antagonista e ostile.

Anche per questo, quindi, è un gesto che fa (giustamente) clamore.

Ma, forse, è un gesto che fa clamore anche perché si distingue nettamente, direi in maniera addirittura vistosa, dal modo in cui volle affrontare l’ultima fase della sua vita (e della sua missione di Papa) il predecessore di Benedetto XVI: papa Giovanni Paolo II.

Questo Papa, infatti, morto appena otto anni fa (quindi di lui il ricordo è ancora vivo) pur essendo, negli ultimi anni del suo Pontificato, molto malato, addirittura impossibilitato nella deambulazione e (negli ultimi mesi) perfino nell’uso della parola, volle restare nel suo incarico fino all’esalazione dell’ultimo respiro.

Lungi dal prendere in considerazione l’incompatibilità tra l’incarico ricoperto e il suo stato di grave infermità, sembrò quasi considerare questo stato una condizione privilegiata per continuare a dare la sua testimonianza di Pastore. Tanto è che non limitò affatto le sue uscite pubbliche, ma sembrò quasi voler esibire in pubblico la sua sofferenza, a immagine perfetta del Cristo in croce.

E non è un caso, secondo me, che oggi l’attuale cardinale di Cracovia, che per alcuni decenni fu il segretario particolare prima del vescovo Woitila e poi di papa Giovanni Paolo II, abbia criticato, senza nessuna velatura diplomatica e con ben poco rispetto gerarchico, la scelta di papa Ratzinger, con l’espressione “Dalla croce non si scende. Mai!”

Effettivamente la scelta odierna di Ratzinger e quella che fu all’epoca di Woitila si pongono agli antipodi. Sottintendono due concezioni del Papato profondamente diverse, forse addirittura opposte.

E la cosa è tanto più sorprendente, in quanto Ratzinger fu il collaboratore più fedele e fidato di papa Woitila.

Anche per questo la scelta di papa Benedetto XVI appare di grande innovazione. Non solo perché ha pochissimi precedenti nella storia di una istituzione bimillenaria. Ma perché si pone in antitesi a una scelta che fu compiuta dal suo predecessore manco dieci anni fa.

Anzi, mi pare che questa scelta sia la prima vera (e, forse,unica) scelta di innovazione di un Pontificato, che per il resto si è mosso nella più assoluta (e, direi, grigia) continuità con quello precedente. E, forse, anche l’unica decisione per la quale il Pontificato di Benedetto XVI sarà ricordato nella storia.

Per quanto mi riguarda considero questa scelta molto umana e, perciò, anche profondamente cristiana. E mi inchino di fronte ad essa con rispetto, anzi ammirazione.

Mentre trovo sgradevoli le parole del cardinale di Cracovia. Anzi (per dirla tutta) le considero ben poco cristiane. Figlie di una malcelata “superbia”, camuffata da “eroismo”.

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