Qualche considerazione sulle elezioni politiche nazionali di
domenica prossima.
La prima: devo fare fatica a elaborarne qualcuna.
Provo una vera e propria scissione tra la parte razionale di
me e quella emotiva ed istintiva.
La prima mi dice: si tratta di
una scadenza importante; che deciderà un bel pezzo di futuro per il nostro
paese.
La seconda mi induce apatia o,
quantomeno, disincanto, fastidio, distacco, se non vero e proprio disinteresse.
Quali sono queste proposte?
Ne vedo fondamentalmente cinque.
La prima è quella della destra
eversiva. I suoi “pilastri” sono costituiti da Berlusconi e dalla Lega di Maroni
e Bossi.
Quali sono le caratteristiche di
questa proposta?
Quella fondamentale mi sembra sia
questa: non esiste la società; esistono solo gli individui; quindi abbasso le
regole e ogni individuo si arrangi come può. Cioè l’esaltazione dell’egoismo.
Nella versione Lega non esiste
neanche la Nazione Italia.
Esiste solo una piccola nazione (la
Padania), che si potrà salvare solo se si separerà (di fatto,
se non di diritto) dal resto della Nazione.
Quindi no all’Europa, che ci
vuole imporre regole.
No alle tasse, che implicano
l’accettazione di un principio di solidarietà.
Sì ai condoni, in nome di una
forma di anarchia selvaggia.
Bisogna modificare la Costituzione del
1948: è questo il primo punto del programma!
Perché la Costituzione del 1948
è in antitesi totale, radicale a questa proposta.
Che è perciò eversiva, in senso
letterale e sostanziale.
Questa Destra dal 1994 ad oggi
(quindi negli ultimi 19 anni) ha governato da sola per ben 10 anni e mezzo. Ed
ha prodotto evidenti disastri.
Ha ben pochi riferimenti e
collegamenti nel resto dell’Europa.
E’ evitata anche dai partiti
cosiddetti “partiti fratelli”.
Eppure ancora oggi alcuni milioni
di italiani continueranno a votarla.
Molto probabilmente (per
fortuna!) non vincerà, ma raggranellerà comunque una percentuale di voti a due
cifre, quasi sicuramente, supererà il 20% e, forse (non è da escludere), si
avvicinerà al 30%.
Segno che essa esprime, dà voce
ad uno zoccolo duro di popolazione presente in questo paese, un fenomeno
antropologico che non esiterei a definire come un misto di individualismo
egoistico, rozzo ed asociale, di ignoranza crassa, di mancanza di cultura e,
perfino, di stupidità, di disonestà congenita e in molti casi addirittura di
malaffare.
La seconda proposta è quella che
si autodefinisce di centro, perché vuole distinguersi sia dalla Destra di cui
prima (che io ho definito, senza mezzi termini, “eversiva”, perché anticostituzionale),
sia dalla cosiddetta “Sinistra” (comprendendo nella “Sinistra” anche il PD, che
di “sinistra” non è).
Finora aveva riconosciuto i suoi
leader in Casini e Fini. Da un anno e mezzo ha trovato una nuova leadeship
nella figura autorevole e indiscussa (anche dai precedenti leader) di Mario
Monti.
Questa proposta si autodefinisce
di centro, ma in realtà è per me di destra come la prima. Solo che si presenta
in forme più eleganti, raffinate e colte. Più tecnocratiche ed elitarie e meno
demagogiche e populiste.
Infatti, non dice “no alle
tasse”, ma solo “meno tasse” e “più tagli alla spesa pubblica”.
Non dice “no all’Europa”, ma dice
“sì a questa Europa di lacrime e sangue”.
Questa Destra è sicuramente più
elegante e formalmente più presentabile della prima. Ma non è, nella sostanza,
meno eversiva della prima.
Perché il suo programma e
l’impianto ideologico che lo sorregge tendono a mettere in discussione le
fondamenta stesse e i principi ispiratori della Carta Costituzionale Italiana
del 1948.
Il vero (e, secondo me, unico
merito) di questa proposta (se riuscirà ovviamente a ottenere un significativo
risultato elettorale, cioè almeno superiore al 10% e magari vicino al 15/20%) è
che essa (probabilmente) ha incrinato la base di consenso della prima Destra,
della Destra Berlusconian/Leghista. E, quindi, l’ha resa meno compatta e,
soprattutto, meno numerosa.
Ma, francamente, non riesco a
riconoscergliene altri.
Essa non è di molto meno
pericolosa della prima Destra.
La terza proposta è quella che si
autodefinisce di centrosinistra.
La definizione, in questo caso,
mi sembra corretta. Perché essa è avanzata da un partito di Centro, che è il
PD, e da un partito di Sinistra, che è SEL:
Anche se verrebbe voglia di
aggiungere che essa è una proposta “molto” di centro e “ben poco” di sinistra;
vista la consistenza elettorale del PD e quella di SEL.
Che probabilmente, dopo le
elezioni, risulteranno in un rapporto di dieci a uno.
Anche questa proposta, infatti,
si inserisce pienamente (come le prime due) nell’ambito delle compatibilità di
una società che qualcuno acutamente ha definito “dei due terzi”. Cioè di una
società che tende ad escludere sempre più “l’altro terzo”, a ridurlo sempre più
ai margini, sia quanto al reddito che quanto ai diritti.
Con l’unica differenza (certo non
marginale, né da sottovalutare, né tanto meno disprezzare) che le prime due
proposte (quella della Destra rozza e populista e quella della Destra elegante
e tecnocratica) hanno come referente sociale privilegiato il primo dei “due
terzi” (cioè le classi più abbienti ed elevate nella scala sociale).
Mentre questa terza proposta ha
come interlocutore privilegiato il secondo dei “due terzi” e cioè la classe
media, sia nella sua versione alta che nella sua versione bassa.
Questa proposta si definisce
fortemente europeista. Parte, dunque, dalla premessa che i vincoli europei
vadano accettati e condivisi (vedi “Fiscal Compact” e il “pareggio di
bilancio”) , anche se intende provare (in un quadro coordinato e non certo
unilaterale) a ridiscuterli, quanto alle rigidità (i tempi di attuazione), e a
integrarli, quanto alle unilateralità (crescita e non solo austerità).
Anche questa proposta prevede il
contenimento della spesa pubblica.
Ma non si vende l’argomento dei
tagli alle tasse (almeno nel breve periodo).
Non intende mettere in
discussione le recenti “riforme” del mercato del lavoro e del sistema
pensionistico, se non (per quanto riguarda quest’ultimo) relativamente alla
questione degli esodati (ecco un esempio di attenzione privilegiata alla classe
media).
Non intende mettere in
discussione il piano delle grandi opere (vedi, ad esempio, la Tav in Val di Susa).
Ma intende riconoscere maggiori
diritti alle coppie di fatto e agli immigrati extracomunitari.
A onore del vero Sel sta facendo
una campagna elettorale dicendo cose del tutto diverse da quelli che io ho
finora indicato come i punti qualificanti della linea politica maggioritaria del
centrosinistra. Le sue proposte (a parole) sono molto radicali e in molti casi
del tutto divergenti da quei punti.
Ma che speranza può avere che
esse passino anche in minima parte?
Secondo me, nessuna.
Infatti, nella “Carta di
intenti”, che ha sancito la nascita della coalizione di centrosinistra (e che,
quindi, ha firmato anche Sel), è scritto a chiare lettere che, nel momento in
cui sorgeranno divergenze nell’applicazione del programma di governo, si
riuniranno i gruppi parlamentari e si deciderà a maggioranza.
Per cui delle due l’una: o Sel si
condannerà all’ininfluenza e alla marginalità (se accetterà disciplinatamente
le decisioni della maggioranza) o diventerà un fattore costante di
conflittualità e, quindi, di instabilità all’interno della maggioranza (né più
e né meno di come lo fu Rifondazione nei governi Prodi).
In ogni caso (dal mio punto di
vista, ovviamente) non vedo buone prospettive per questa coalizione, se essa
dovesse vincere le elezioni di domenica prossima.
La quarta proposta politica in campo
è quella del “Movimento 5 stelle” di Grillo.
Essa si definisce né di destra né
di sinistra. Perché considera queste due categorie oramai superate.
In realtà essa è a mio avviso in
parte di sinistra e in parte di destra.
E’ (in parte) di sinistra innanzitutto
perché pone le questioni del rispetto dell’ambiente al centro del proprio
programma e poi perché (almeno nelle intenzioni) vorrebbe superare la letale
divaricazione tra il ceto politico e la restante massa dei cittadini, in nome
di una democrazia partecipativa, almeno virtuale, cioè realizzata attraverso
l’uso della Rete.
E’ (in parte) di destra, perché
strutturalmente legata alle figure del suo leader carismatico (Beppe Grillo) e
di quello ombra (Casaleggio), che gestiscono il movimento in modo del tutto
autoritario, autocratico e insindacabile (vedi recenti espulsioni).
Un altro problema molto serio e
grave di questa proposta è che essa si presenta in forme molto semplicistiche,
facendo ricorso per lo più a slogan e a parole d’ordine ad effetto, più che a
soluzioni seriamente studiate e argomentate.
E che potrà contare su un
personale politico certo proveniente in grandissima parte dalla società civile,
ma sulle cui competenze specifiche è quantomeno lecito avanzare qualche dubbio
e qualche sospetto di inadeguatezza.
Il suo maggiore (se non unico
merito) è che essa dà voce, espressione (e si prevede che essa sarà molto forte
nelle urne; qualcuno addirittura le pronostica un risultato da secondo partito)
al diffusissimo (e del tutto sacrosanto) malcontento, anzi alla vera e propria
indignazione nei confronti del ceto che ha calcato il palcoscenico della
politica italiana in questi ultimi trenta anni, inteso come ceto (anzi “casta”)
trasversale ai diversi schieramenti politici.
Se riuscirà ad ottenere un
clamoroso risultato elettorale, certamente non ci troveremo di fronte a quella
alternativa di programmi, di metodi e di personale politico di cui l’Italia ha,
secondo me, in questo momento un disperato e oggettivo bisogno.
Ma forse si porranno le premesse
per un vero e proprio terremoto politico, i cui esiti certamente non saranno
scontati, ma potrebbero aprire anche scenari positivi, di radicale rinnovamento
delle proposte e del personale politici.
La quinta proposta è quella di “Rivoluzione Civile”, capeggiata
da Antonio Ingroia.
E’ stata questa l’ultima ad organizzarsi e a scendere in
campo.
L’ha fatto a poche settimane
dalla presentazione delle liste, in un clima confuso di assemblee pubbliche
(abbastanza partecipate), che si sono susseguite a distanza di pochi giorni
l’una dall’altra, e di trattative segrete e parallele tra i principali
esponenti del ceto politico dei partiti (Rifondazione Comunista, Italia dei
Valori, i Verdi, i Comunisti Italiani …) che hanno aderito alla lista.
Ne è venuto fuori un programma
che è un assemblaggio abbastanza completo di tutte le rivendicazioni, che hanno
caratterizzato la sinistra antiliberista e quella dei movimenti sociali degli
ultimi decenni.
E’, quindi, la proposta che
(almeno a parole) meglio, in maniera più radicale, esprime gli interessi della
parte esclusa ed emarginata della “società dei due terzi”.
Si propone, infatti, di
ricontrattare con l’Europa il “Fiscal Compact”.
Vuole rimettere in discussione le
“controriforme” Fornero sul mercato del lavoro e sulle pensioni.
E’ contro le grandi opere, a
cominciare dalla Tav in val di Susa.
E’ contro le missioni militari
italiane all’estero. E’ contro l’aumento delle spese per gli armamenti, in
primo luogo contro l’acquisto dei nuovi cacciabombardieri F35.
E’ per l’introduzione della
patrimoniale.
E’ per una seria lotta alla
evasione fiscale e alla criminalità organizzata, intese non solo come questioni
morali e di legalità, ma anche come vere e proprie questioni economiche.
Purtroppo le modalità con cui si
è arrivati alla formazione della lista “Rivoluzione Civile” non hanno
corrisposto alle richieste e alle attese di molti (singoli e gruppi) della
cosiddetta “società civile”, che ne avevano sollecitato la nascita e la
formazione.
Centinaia di assemblee, svoltesi
un po’ in tutte le principali città italiane nel mese di dicembre 2012, che si
erano appassionate attorno alla elaborazione delle linee programmatiche della
lista e alla individuazione delle personalità che, per la loro storia e
competenza, meglio avrebbero potuto essere espressione di queste linee, hanno
partorito alla fine un piccolo topolino.
La maggior parte delle
candidature che sono entrate a far parte della lista sono state, infatti, decise
da una ristretta cabina di regia, costituita dai segretari dei quattro partiti
che hanno dato vita alla coalizione, dal sindaco di Napoli, De Magistris, e da
quello di Palermo, Orlando, oltre che, naturalmente, dal candidato premier
Antonio Ingroia.
In buona sostanza, quindi, il
metodo, con cui si è arrivati alla formazione della lista di “Rivoluzione
Civile” non ha rappresentato un vero e proprio salto di qualità e di
rinnovamento, quale la contingenza storica nella quale ci troviamo avrebbe
richiesto; ha ricalcato, invece, in misura importante, vecchie logiche spartitorie,
nelle quali, tra l’altro, hanno avuto un peso importante i partiti, anche quei
partiti che erano in forte crisi di immagine e di credibilità politica.
La stessa “incoronazione” di
Ingroia, come leader della lista, ha copiato un cliché, che è oramai pensiero
comune diffuso (anche a causa del meccanismo elettorale), ma non è molto
coerente con i valori e le idealità, che (a parole) questa lista dice di voler
perseguire.
In sintesi, la lista di
“Rivoluzione Civile” presidia e copre un’area politica che ha una sua base
sociale oggettiva: l’area che abbiamo definito del “terzo” più emarginato della
società, quello contro il quale gli altri “due terzi” si sono in qualche modo
(consapevole o inconsapevole, esplicito o implicito) coalizzati.
Lo fa con un programma messo su
all’ultimo momento, quasi fuori tempo massimo.
E con delle candidature, che solo
in parte sono credibili e all’altezza delle sue enunciazioni ideali e
programmatiche.
“Rivoluzione Civile” è una lista
elettorale. Non certo “il soggetto politico nuovo”, di cui ci sarebbe stato e
c’è oggettivo bisogno in questa fase storica della società italiana.
Ma, in questo momento, è per me la
meno peggiore tra le offerte politiche in campo.
Per questo la voterò. Alla
Camera. E anche al Senato.
Perché non voglio soccombere al
ricatto del “voto utile”. Da parte di chi ha fatto ben poco per cambiare questa
orribile legge elettorale. E, soprattutto, non è stato capace di conquistarsi
la credibilità necessaria a non farci vivere come ancora incombente il pericolo
di una vittoria possibile di Berlusconi
La voterò senza grande entusiasmo
e passione. Ma con ragionamento freddo e (spero) lucido.

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