mercoledì 20 febbraio 2013

DIARIO POLITICO di Giovanni Lamagna

Qualche considerazione sulle elezioni politiche nazionali di domenica prossima.



La prima: devo fare fatica a elaborarne qualcuna.

Provo una vera e propria scissione tra la parte razionale di me e quella emotiva ed istintiva.

La prima mi dice: si tratta di una scadenza importante; che deciderà un bel pezzo di futuro per il nostro paese.

La seconda mi induce apatia o, quantomeno, disincanto, fastidio, distacco, se non vero e proprio disinteresse.
 Tale scissione percettiva e soggettiva d’altra parte corrisponde a un dato che a me appare oggettivo, di realtà: il momento è grave, anzi drammatico; ma nessuna delle proposte in campo è all’altezza dei problemi che abbiamo davanti, nessuna di esse mi appare come una soluzione; meno che mai “la” soluzione.

Quali sono queste proposte?

Ne vedo fondamentalmente cinque.



La prima è quella della destra eversiva. I suoi “pilastri” sono costituiti da Berlusconi e dalla Lega di Maroni e Bossi.

Quali sono le caratteristiche di questa proposta?

Quella fondamentale mi sembra sia questa: non esiste la società; esistono solo gli individui; quindi abbasso le regole e ogni individuo si arrangi come può. Cioè l’esaltazione dell’egoismo.

Nella versione Lega non esiste neanche la Nazione Italia. Esiste solo una piccola nazione (la Padania), che si potrà salvare solo se si separerà (di fatto, se non di diritto) dal resto della Nazione.

Quindi no all’Europa, che ci vuole imporre regole.

No alle tasse, che implicano l’accettazione di un principio di solidarietà.

Sì ai condoni, in nome di una forma di anarchia selvaggia.

Bisogna modificare la Costituzione del 1948: è questo il primo punto del programma!

Perché la Costituzione del 1948 è in antitesi totale, radicale a questa proposta.

Che è perciò eversiva, in senso letterale e sostanziale.



Questa Destra dal 1994 ad oggi (quindi negli ultimi 19 anni) ha governato da sola per ben 10 anni e mezzo. Ed ha prodotto evidenti disastri.

Ha ben pochi riferimenti e collegamenti nel resto dell’Europa.

E’ evitata anche dai partiti cosiddetti “partiti fratelli”.

Eppure ancora oggi alcuni milioni di italiani continueranno a votarla.

Molto probabilmente (per fortuna!) non vincerà, ma raggranellerà comunque una percentuale di voti a due cifre, quasi sicuramente, supererà il 20% e, forse (non è da escludere), si avvicinerà al 30%.

Segno che essa esprime, dà voce ad uno zoccolo duro di popolazione presente in questo paese, un fenomeno antropologico che non esiterei a definire come un misto di individualismo egoistico, rozzo ed asociale, di ignoranza crassa, di mancanza di cultura e, perfino, di stupidità, di disonestà congenita e in molti casi addirittura di malaffare.



La seconda proposta è quella che si autodefinisce di centro, perché vuole distinguersi sia dalla Destra di cui prima (che io ho definito, senza mezzi termini, “eversiva”, perché anticostituzionale), sia dalla cosiddetta “Sinistra” (comprendendo nella “Sinistra” anche il PD, che di “sinistra” non è).

Finora aveva riconosciuto i suoi leader in Casini e Fini. Da un anno e mezzo ha trovato una nuova leadeship nella figura autorevole e indiscussa (anche dai precedenti leader) di Mario Monti.

Questa proposta si autodefinisce di centro, ma in realtà è per me di destra come la prima. Solo che si presenta in forme più eleganti, raffinate e colte. Più tecnocratiche ed elitarie e meno demagogiche e populiste.

Infatti, non dice “no alle tasse”, ma solo “meno tasse” e “più tagli alla spesa pubblica”.

Non dice “no all’Europa”, ma dice “sì a questa Europa di lacrime e sangue”.



Questa Destra è sicuramente più elegante e formalmente più presentabile della prima. Ma non è, nella sostanza, meno eversiva della prima.

Perché il suo programma e l’impianto ideologico che lo sorregge tendono a mettere in discussione le fondamenta stesse e i principi ispiratori della Carta Costituzionale Italiana del 1948.

Il vero (e, secondo me, unico merito) di questa proposta (se riuscirà ovviamente a ottenere un significativo risultato elettorale, cioè almeno superiore al 10% e magari vicino al 15/20%) è che essa (probabilmente) ha incrinato la base di consenso della prima Destra, della Destra Berlusconian/Leghista. E, quindi, l’ha resa meno compatta e, soprattutto, meno numerosa.

Ma, francamente, non riesco a riconoscergliene altri.

Essa non è di molto meno pericolosa della prima Destra.



La terza proposta è quella che si autodefinisce di centrosinistra.

La definizione, in questo caso, mi sembra corretta. Perché essa è avanzata da un partito di Centro, che è il PD, e da un partito di Sinistra, che è SEL:

Anche se verrebbe voglia di aggiungere che essa è una proposta “molto” di centro e “ben poco” di sinistra; vista la consistenza elettorale del PD e quella di SEL.

Che probabilmente, dopo le elezioni, risulteranno in un rapporto di dieci a uno.

Anche questa proposta, infatti, si inserisce pienamente (come le prime due) nell’ambito delle compatibilità di una società che qualcuno acutamente ha definito “dei due terzi”. Cioè di una società che tende ad escludere sempre più “l’altro terzo”, a ridurlo sempre più ai margini, sia quanto al reddito che quanto ai diritti.

Con l’unica differenza (certo non marginale, né da sottovalutare, né tanto meno disprezzare) che le prime due proposte (quella della Destra rozza e populista e quella della Destra elegante e tecnocratica) hanno come referente sociale privilegiato il primo dei “due terzi” (cioè le classi più abbienti ed elevate nella scala sociale).

Mentre questa terza proposta ha come interlocutore privilegiato il secondo dei “due terzi” e cioè la classe media, sia nella sua versione alta che nella sua versione bassa.



Questa proposta si definisce fortemente europeista. Parte, dunque, dalla premessa che i vincoli europei vadano accettati e condivisi (vedi “Fiscal Compact” e il “pareggio di bilancio”) , anche se intende provare (in un quadro coordinato e non certo unilaterale) a ridiscuterli, quanto alle rigidità (i tempi di attuazione), e a integrarli, quanto alle unilateralità (crescita e non solo austerità).

Anche questa proposta prevede il contenimento della spesa pubblica.

Ma non si vende l’argomento dei tagli alle tasse (almeno nel breve periodo).

Non intende mettere in discussione le recenti “riforme” del mercato del lavoro e del sistema pensionistico, se non (per quanto riguarda quest’ultimo) relativamente alla questione degli esodati (ecco un esempio di attenzione privilegiata alla classe media).

Non intende mettere in discussione il piano delle grandi opere (vedi, ad esempio, la Tav in Val di Susa).

Ma intende riconoscere maggiori diritti alle coppie di fatto e agli immigrati extracomunitari.



A onore del vero Sel sta facendo una campagna elettorale dicendo cose del tutto diverse da quelli che io ho finora indicato come i punti qualificanti della linea politica maggioritaria del centrosinistra. Le sue proposte (a parole) sono molto radicali e in molti casi del tutto divergenti da quei punti.

Ma che speranza può avere che esse passino anche in minima parte?

Secondo me, nessuna.

Infatti, nella “Carta di intenti”, che ha sancito la nascita della coalizione di centrosinistra (e che, quindi, ha firmato anche Sel), è scritto a chiare lettere che, nel momento in cui sorgeranno divergenze nell’applicazione del programma di governo, si riuniranno i gruppi parlamentari e si deciderà a maggioranza.

Per cui delle due l’una: o Sel si condannerà all’ininfluenza e alla marginalità (se accetterà disciplinatamente le decisioni della maggioranza) o diventerà un fattore costante di conflittualità e, quindi, di instabilità all’interno della maggioranza (né più e né meno di come lo fu Rifondazione nei governi Prodi).

In ogni caso (dal mio punto di vista, ovviamente) non vedo buone prospettive per questa coalizione, se essa dovesse vincere le elezioni di domenica prossima.



La quarta proposta politica in campo è quella del “Movimento 5 stelle” di Grillo.

Essa si definisce né di destra né di sinistra. Perché considera queste due categorie oramai superate.

In realtà essa è a mio avviso in parte di sinistra e in parte di destra.

E’ (in parte) di sinistra innanzitutto perché pone le questioni del rispetto dell’ambiente al centro del proprio programma e poi perché (almeno nelle intenzioni) vorrebbe superare la letale divaricazione tra il ceto politico e la restante massa dei cittadini, in nome di una democrazia partecipativa, almeno virtuale, cioè realizzata attraverso l’uso della Rete.

E’ (in parte) di destra, perché strutturalmente legata alle figure del suo leader carismatico (Beppe Grillo) e di quello ombra (Casaleggio), che gestiscono il movimento in modo del tutto autoritario, autocratico e insindacabile (vedi recenti espulsioni).



Un altro problema molto serio e grave di questa proposta è che essa si presenta in forme molto semplicistiche, facendo ricorso per lo più a slogan e a parole d’ordine ad effetto, più che a soluzioni seriamente studiate e argomentate.

E che potrà contare su un personale politico certo proveniente in grandissima parte dalla società civile, ma sulle cui competenze specifiche è quantomeno lecito avanzare qualche dubbio e qualche sospetto di inadeguatezza.



Il suo maggiore (se non unico merito) è che essa dà voce, espressione (e si prevede che essa sarà molto forte nelle urne; qualcuno addirittura le pronostica un risultato da secondo partito) al diffusissimo (e del tutto sacrosanto) malcontento, anzi alla vera e propria indignazione nei confronti del ceto che ha calcato il palcoscenico della politica italiana in questi ultimi trenta anni, inteso come ceto (anzi “casta”) trasversale ai diversi schieramenti politici.

Se riuscirà ad ottenere un clamoroso risultato elettorale, certamente non ci troveremo di fronte a quella alternativa di programmi, di metodi e di personale politico di cui l’Italia ha, secondo me, in questo momento un disperato e oggettivo bisogno.

Ma forse si porranno le premesse per un vero e proprio terremoto politico, i cui esiti certamente non saranno scontati, ma potrebbero aprire anche scenari positivi, di radicale rinnovamento delle proposte e del personale politici.



La quinta proposta è quella di “Rivoluzione Civile”, capeggiata da Antonio Ingroia.

E’ stata questa l’ultima ad organizzarsi e a scendere in campo.

L’ha fatto a poche settimane dalla presentazione delle liste, in un clima confuso di assemblee pubbliche (abbastanza partecipate), che si sono susseguite a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, e di trattative segrete e parallele tra i principali esponenti del ceto politico dei partiti (Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, i Verdi, i Comunisti Italiani …) che hanno aderito alla lista.

Ne è venuto fuori un programma che è un assemblaggio abbastanza completo di tutte le rivendicazioni, che hanno caratterizzato la sinistra antiliberista e quella dei movimenti sociali degli ultimi decenni.



E’, quindi, la proposta che (almeno a parole) meglio, in maniera più radicale, esprime gli interessi della parte esclusa ed emarginata della “società dei due terzi”.

Si propone, infatti, di ricontrattare con l’Europa il “Fiscal Compact”.

Vuole rimettere in discussione le “controriforme” Fornero sul mercato del lavoro e sulle pensioni.

E’ contro le grandi opere, a cominciare dalla Tav in val di Susa.

E’ contro le missioni militari italiane all’estero. E’ contro l’aumento delle spese per gli armamenti, in primo luogo contro l’acquisto dei nuovi cacciabombardieri F35.

E’ per l’introduzione della patrimoniale.

E’ per una seria lotta alla evasione fiscale e alla criminalità organizzata, intese non solo come questioni morali e di legalità, ma anche come vere e proprie questioni economiche.



Purtroppo le modalità con cui si è arrivati alla formazione della lista “Rivoluzione Civile” non hanno corrisposto alle richieste e alle attese di molti (singoli e gruppi) della cosiddetta “società civile”, che ne avevano sollecitato la nascita e la formazione.

Centinaia di assemblee, svoltesi un po’ in tutte le principali città italiane nel mese di dicembre 2012, che si erano appassionate attorno alla elaborazione delle linee programmatiche della lista e alla individuazione delle personalità che, per la loro storia e competenza, meglio avrebbero potuto essere espressione di queste linee, hanno partorito alla fine un piccolo topolino.

La maggior parte delle candidature che sono entrate a far parte della lista sono state, infatti, decise da una ristretta cabina di regia, costituita dai segretari dei quattro partiti che hanno dato vita alla coalizione, dal sindaco di Napoli, De Magistris, e da quello di Palermo, Orlando, oltre che, naturalmente, dal candidato premier Antonio Ingroia.

In buona sostanza, quindi, il metodo, con cui si è arrivati alla formazione della lista di “Rivoluzione Civile” non ha rappresentato un vero e proprio salto di qualità e di rinnovamento, quale la contingenza storica nella quale ci troviamo avrebbe richiesto; ha ricalcato, invece, in misura importante, vecchie logiche spartitorie, nelle quali, tra l’altro, hanno avuto un peso importante i partiti, anche quei partiti che erano in forte crisi di immagine e di credibilità politica.

La stessa “incoronazione” di Ingroia, come leader della lista, ha copiato un cliché, che è oramai pensiero comune diffuso (anche a causa del meccanismo elettorale), ma non è molto coerente con i valori e le idealità, che (a parole) questa lista dice di voler perseguire.



In sintesi, la lista di “Rivoluzione Civile” presidia e copre un’area politica che ha una sua base sociale oggettiva: l’area che abbiamo definito del “terzo” più emarginato della società, quello contro il quale gli altri “due terzi” si sono in qualche modo (consapevole o inconsapevole, esplicito o implicito) coalizzati.

Lo fa con un programma messo su all’ultimo momento, quasi fuori tempo massimo.

E con delle candidature, che solo in parte sono credibili e all’altezza delle sue enunciazioni ideali e programmatiche.

“Rivoluzione Civile” è una lista elettorale. Non certo “il soggetto politico nuovo”, di cui ci sarebbe stato e c’è oggettivo bisogno in questa fase storica della società italiana.

Ma, in questo momento, è per me la meno peggiore tra le offerte politiche in campo.

Per questo la voterò. Alla Camera. E anche al Senato.

Perché non voglio soccombere al ricatto del “voto utile”. Da parte di chi ha fatto ben poco per cambiare questa orribile legge elettorale. E, soprattutto, non è stato capace di conquistarsi la credibilità necessaria a non farci vivere come ancora incombente il pericolo di una vittoria possibile di Berlusconi

La voterò senza grande entusiasmo e passione. Ma con ragionamento freddo e (spero) lucido.

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