sabato 9 febbraio 2013

GIORGIO NAPOLITANO E IL FALLIMENTO DEL COMUNISMO: VECCHI ARGOMENTI E NUOVE UTOPIE di Franco Astengo


Nel giro di una settimana il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, antico capo-corrente dei “miglioristi” del PCI ha ricordato “il fallimento del comunismo”.
Ritengo sia necessario entrare nel merito, provando anche a rispondere: pur con tutti i limiti del caso.
Non si tratterà, comunque, di una polemica sterile.




Alla base del discorso almeno due interrogativi: in realtà che cosa è fallito? L’esigenza di fondo, sul piano storico, che il movimento comunista ha rappresentato ha esaurito definitivamente le sue ragioni?
Nella sostanza, tanto per procedere per rappresentazioni simboliche: la caduta del muro di Berlino, ha rappresentato la fine della storia?
Prima di tutto si può ben affermare, scontando le esigenze di semplificazione che è fallito, dolorosamente, un tentativo d’inveramento statuale di un fraintendimento dell’etica marxiana: non si può certo parlare, invece, di “crollo” e di “fallimento” del comunismo.
Una risposta semplicistica? Non credo proprio se cerchiamo di rispondere alla seconda domanda: l’idea del comunismo, la sua espressione utopica, ha esaurito definitivamente le proprie ragioni?
Andiamo per ordine: il mondo, l’Occidente in particolare, si trovano oggi a far i conti, nel pieno di una crisi finanziaria di enorme portata con una nuova fase di passaggio epocale, dopo quella che era stata definita tra la società industriale a quella post-industriale: una società nella quale si dipenderà sempre di più dall’innovazione delle tecnologie e delle conoscenze.
Abbiamo constatato nel corso di questi anni che l’idea di offrire una rinnovata giustificazione al sistema capitalistico, attraverso l’espressione di un mercato liberato da “lacci” e “lacciuoli” che assicurasse flessibilità, rapidità, decentramento nelle decisioni non solo non ha funzionato, ma ha causato guai enormi sul piano della crescita della corruzione e della messa in discussione degli stessi principi della democrazia liberale rappresentativa.
Come sta ben dimostrando la stessa vicenda del processo d’integrazione europea, nel corso del quale si sta accumulando un enorme “deficit democratico”.
Sembrava rendersi sempre più obsoleta la contrapposizione storica capitalismo/socialismo perché pareva venir meno la divisione della società in classi. Su questo punto l’offensiva culturale della destra pareva avere basi oggettive e, a sinistra, c’è stato chi (in una dimensione maggioritaria) ha introiettato questa idea di una società ormai senza classi, al punto di poter far scrivere che oggi “la sinistra fa le cose della destra”.
Ci stiamo rendendo conto, invece, che proprio la qualità della crisi che stiamo vivendo e, più in particolare, il tipo di gestione che la grande tecnocrazia sta portando avanti ricollocano, se mai ce ne fosse stato bisogno, i soggetti all’interno di una ri-stratificazione sociale, le cui caratteristiche appaiono evidentemente interne proprio a quel concetto di “collocazione di classe” che si riteneva superato e da abbandonare.
Così com’era apparso superato, da abbandonare, del tutto obsoleto il concetto di rivoluzione.
A mio giudizio, invece, vanno ripresi – sotto quest’aspetto – alcuni punti teorici fondamentali.
Innanzi tutto va ricordato come l’idea di rivoluzione proletaria non fu mai intesa da Marx come compimento nella storia del capitalismo, ma come vero e proprio rovesciamento di una lunga storia, di cui il capitalismo aveva creato le condizioni.
L’ipotesi di abolizione dei rapporti mercantili, di riduzione del lavoro comandato e della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale; della soppressione dello Stato come istituzione separata; dell’arricchimento qualitativo dei bisogni umani come vera misura del progresso sociale non rappresentano soltanto i punti di una critica al capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo come forma compiuta della società mercantile.
Quella di Marx non era una diversa “economia politica” ma la “critica dell’economia politica”.
Il fraintendimento cui accennavo all’inizio è avvenuto, invece, sull’idea che si potesse operare una rottura per opera di soggetti e contraddizioni ancora interni all’epoca dell’industrialismo: da questo punto discese l’insistenza sul concetto di cesura epocale e di dittatura del proletariato, che non furono certo invenzioni di Lenin e dell’Ottobre, ma che si collocarono alla base di quel tentativo – del tutto limitato – d’inveramento statuale che abbiamo visto regredire prima e crollare poi nella fase conclusiva del XX secolo.
Occorre riprendere il ragionamento, almeno dalla “nostra parte”, sul concetto di socialismo così come questo si era storicamente configurato: proprietà statale e piano centralizzato, dittatura di partito come garanzia di una non verificata egemonia sociale, priorità dello sviluppo su basi materiali.
Invece di riprendere questi elementi come oggetto di riflessione la sinistra italiana (anche quella che si proponeva una “rifondazione”) e, più in generale, quella europea li ha abbandonati per rifugiarsi in una genericità di protesta movimentista, tesa semplicemente ad afferrare il “giorno per giorno” e contrapponendovi semplicisticamente soltanto l’idea di concorrere alla governabilità, in funzione di “subalternità temperante”.
La proposta potrebbe, constatate oggi le condizioni in cui si trova la società occidentale dentro la crisi dell’egemonia liberista, quella di avviare una direzione di ricerca e di sperimentazione, collegandosi a scelte politiche ben precise allo scopo di operare per la ricostruzione di una propria identità autonoma di una sinistra d’alternativa:
  1. Riaprire una riflessione e un’elaborazione intorno al concetto di transizione, che tenga conto della necessità di non ridurci all’ovvietà storicista che la rivoluzione è un processo, rinunciando così a determinare scientificamente le scansioni a livello mondiale. Debbono essere individuati, via, via, i meccanismi che dovrebbero garantire il decorso di un’effettiva fase di transizione, sia a individuare le opposte tendenze alla barbarie (un tema, quest’ultimo, completamente abbandonato nella fase di rottura neo-liberista che ha contrassegnato una lunga fase storica: dagli anni’70 del XX a oggi);
  2. Un urgente impegno nel campo della riattualizzazione del marxismo inteso come idea del cambiamento della società, da attuarsi a partire dalle contraddizioni reali
Da questo punto discende prioritariamente, almeno nella mia valutazione soggettiva, il tema della crisi delle forme politiche e della sovrastruttura.
La moderna democrazia rappresentativa è per sua natura fondata sull’eguaglianza dei diritti politici tra individui diseguali, nel loro potere reale.
Il suffragio universale ha rappresentato il nodo di questa contraddizione.
Negli ultimi decenni, in particolare all’interno del “caso italiano” a seguito dall’adozione del sistema maggioritario che sta all’origine di quei fenomeni di spettacolarizzazione e di personalizzazione della politica che sono stati definiti giornalisticamente come “berlusconismo” ma che in realtà hanno permeato l’intero sistema politico determinandone una modifica strutturale nei rapporti democratici, si sono create le condizioni per una totale autonomizzazione del ceto politico (a costi altissimi per l’intera collettività) e per una segmentazione della società, i cui reciproci rapporti tendono sempre più a realizzarsi sulla base di un costante ricatto di tipo corporativo, di cui sono protagonisti anche i soggetti di un nuovo apparente populismo liberatore, in realtà del tutto interno al sistema.
Forma peculiare ed estrema di questo ricatto, di questa crisi di valori comuni e delle istituzioni che la producono, è il crescere di un’attività economica e politica fondata sull’esercizio diretto della corruzione: un gigantesco intreccio tra “questione morale” e “questione politica” che nessuno pare proprio aver voglia di affrontare.
La struttura politica è così sempre più fondata sull’individualismo, sulla delega, sul carattere formale della rappresentanza come nel caso delle “primarie” che, com’è stato acutamente osservato, relegano l’elettore al ruolo di “consumatore di eventi”, in una sorta di simulacro di democrazia, definita “frattale”, che riproduce il proprio meccanismi all’infinito in una sorta di avvitamento perenne.
Da queste riflessioni nascono interrogativi nuovi e difficili.
Ad esempio, il più scottante: dopo il fallimento evidente del “partito leggero” e/o “personale”, per evitare il ritorno già in atto dell’antico “partito dei notabili”, quale tipo di “forze” e di istituzioni possono gestire una nuova, più complessa, fase di coesistenza e di intreccio tra i diversi principi e ordinamenti sociali?
Per rispondere è necessario affrontare con coraggio i problemi di organizzazione e i principi che li regolano: cercare una nuova concezione della “sintesi politica”.
Rispetto alle urgenti esigenze di affrontare gli elementi fin qui indicati ritengo debba essere ripreso e attualizzato un filo rosso, che percorre tutta la storia del marxismo italiano: Gramsci individuava, fin dal 1922, ma in forma assai più compiuta nel 1926, con grande lucidità l’estrema articolazione nella complessità di classe e il ruolo determinante della sovrastruttura.
Da questa analisi Gramsci trasse alcune conseguenze di grande importanza, che qui riprendo per schemi:
  1. La necessità di formare, attraverso un lento e articolato lavoro di lotta sociale e politica, un blocco storico anti-capitalistico;
  2. L’utilizzo della mediazione possibile e praticabile da parte di forze profondamente ramificate all’interno del senso comune di massa, smantellando un apparato egemonico costruito dall’avversario al fine di realizzarne uno proprio, radicalmente alternativo;
  3. L’operatività di un partito in grado di agire non come semplice avanguardia ma come intellettuale collettivo promotore di una trasformazione intellettuale e morale;
  4. L’esigenza di fare tutto questo attraverso un lungo e articolato processo di lotta all’interno della società capitalistica, con parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivizzazione e partecipazione di massa.
La lezione gramsciana appare di grandissima attualità nel momento in cui, rileviamo proprio nell’attualità più immediata, come l’insieme delle contraddizioni emergenti all’interno del sistema producono modificazioni della realtà oggettiva, ma non acquistano spontaneamente alcuna rilevanza politica, come abbiamo ben osservato nelle occasioni in cui, in tempi recenti, si sono sviluppati grandi movimenti di massa attorno a fini specifici.
Ci manca la presenza di una coscienza alternativa in grado di far sentire i soggetti portatori delle diverse contraddizioni, quale parte integrante di un blocco storico destinato a governare la società del futuro.
Le nuove condizioni della società capitalistica occidentale rendono del tutto necessaria, e insieme possibile, la concezione di una “sinistra d’alternativa” capace di superare le remore dei propri errori storici, fondandosi su di un asse teorico ispirato a una concezione dell’egemonia, intelligentemente riattualizzata.
Alle stantie osservazioni di Napolitano circa la “fine della storia”, occorre rispondere con il vigore della riproposizione di una nuova “Utopia”.

Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie