venerdì 22 febbraio 2013

IN PRINCIPIO SARA’ IL PARTITO di Franco Astengo



Marco Bascetta ha ampiamente recensito il nuovo libro di Marco Revelli “Finale di partito” in un articolo apparso sul “Manifesto” di Giovedì 21 Febbraio: davvero una recensione di qualità, sulla base della quale è stato possibile trovare spunti di riflessione per tentare di aprire un confronto sulle sorti future della sinistra d’alternativa in Italia (con un respiro anche di livello internazionale), com’è del resto nelle intenzioni di chi scrive.
Il libro di Revelli affronta il tema della disaffezione verso le forme di rappresentanza, sostenendo, infine, che la loro crisi si trasforma in fattore positivo trasformando tutti in “fuori casta”.

L’ipotesi di partenza è quella dell’identità (lo “specchio fedele”) dei grandi partiti di massa del ‘900 europeo basata sull’organizzazione produttiva dell’epoca: la grande industria fordista.
Un modello di partito piramidale, verticistico, gerarchizzato tra élite dirigenti, quadri intermedi e massa operaia, la grande industria da una parte, la burocrazia formalizzata di marca weberiana dall’altra.
Dando così ragione, alla fine, alla teoria di Michels sulle leggi bronzee dell’oligarchia: “Chi dice organizzazione, dice oligarchia”.
La crisi è arrivata con le profonde trasformazioni dell’apparato produttivo, la contrazione quantitativa della base operaia, il moltiplicarsi disomogeneo delle figure messe a lavoro, il decentramento, la flessibilità, le esternalizzazioni, l’inclusione nel processo di produzione di facoltà e inclinazioni individuali che ne erano state tenute fuori.
Le differenziazioni, le intermittenze, le singolarità, gli scarti e gli smottamenti che hanno attraversato, e attraversano il mondo produttivo si sono riflettuti e si riflettono ancora una volta nelle forme dell’organizzazione politica, ma in termini – appunto – di crisi, appannando o cancellando i tratti identitari, perseguendo la trasversalità, sommando faticosamente bisogni e interessi eterogenei.
Sono così emerse la teoria del “partito leggero”, l’idea di applicare il sistema del franchising (la prima Forza Italia, ma anche l’IDV e SeL: tanto per restare alla situazione italiana), la pratica delle primarie per rilanciare una partecipazione politica rivelatasi, nel caso, fasulla e gregaria.
Dall’identità si è passati all’opportunità, dalla casta al mercato, dalla convinzione alle ambizioni personali: questa nella sostanza la risposta data alla crisi del partito di massa, rivelatasi del tutto disastrosa.
Una risposta disastrosa perché, in questo modo, rispetto alle caratteristiche definite “non propriamente nobili che rispecchiano effettivamente molti tratti della società "postfordista” non può rappresentare in nessun modo alcuna ipotesi di rovesciamento, assecondando invece in una posizione ancillare l’organizzazione sociale che proprio la fase postfordista, caratterizzata dall’impronta ferocemente classista del neoliberismo ha imposto, esprimendo tratti di vera e propria egemonia.
E’ in atto un’evoluzione definita dallo storico francese Pierre Rosanvallon come “controdemocrazia” o “democrazia della sfiducia”, con la perdita di ogni fiducia nella rappresentanza assumendo come incolmabile la distanza tra governati e governanti.
S’imporrebbe, così, una diversa modalità detta proprio della “controdemocrazia” che rinunciando all’esercizio delegato del potere punterebbe invece a controllarlo, a imporre la trasparenza e limitarne gli abusi.
Nella valutazione di Bascetta a riguardo del testo di Revelli per questa via si giunge all’interazione tra opinione pubblica e magistratura che spinge così quest’ultima a farsi forza politica reclamando a proprio favore la perduta fiducia dei cittadini: è la storia di una sinistra italiana che sta finendo di percorrere tutta intera questa deriva.
Aggiungo, però, che sulla strada della “controdemocrazia” si collocano anche nuovi movimenti, in forte crescita almeno nella fattispecie italiana, che fanno del controllo di massa da delegare a un leader con il quale dialogare direttamente questa funzione di controllo, senza tentare di riprendere in mano il tema del rovesciamento del potere e dell’alternativa di potere (che restano, comunque, a mio giudizio, i fattori costitutivamente essenziali della politica).
Rimangono sullo sfondo, nell’analisi di Revelli i temi della formazione della nuova oligarchia della governance finanziaria, collocati al di fuori da ogni forma di patto sociale e che non rispondono ad alcuna legge se non alla propria e il tema dell’erosione delle sovranità nazionali inteso come causa del disfacimento dei partiti politici che proprio nello “stato –nazione” avevano il loro riferimento esaustivo (e qui, per conto mio, si fa torto a una forte tradizione internazionalista che, prescindendo dalla “logica dei bocchi” ha appartenuto a tanta parte della sinistra europea, ortodossa o eretica rispetto ai filoni principali delle espressioni ideologiche assunte dal socialismo e dal comunismo nel XX secolo).
Da dove partire, allora, per aprire un confronto con questo tipo di tesi e riproporre, se possibile, la necessità di ricostruzione di una soggettività politica della sinistra d’alternativa adeguata alle necessità dell’oggi e del domani da punto di vista dei ceti subalterni?
Principio proprio esaminando il quadro internazionale ed esprimendo perplessità sulla rapida decostruzione dell’idea dello “Stato –Nazione” che ritengo risulterà in fase di deperimento in tempi più lunghi di quelli prevedibili e rimarrà, come entità statuale, interlocutore decisivo e ineludibile ancora per una certa fase: in questo senso andrebbero ripensati due elementi, quello riguardante l’Europa – al riguardo della quale andrebbe innestato un processo di confronto tra i vari soggetti di sinistra che agiscono in quell’ambito sul tema dell’Europa politica – e proprio quello dell’internazionalismo che vedo smarrito, del tutto smarrito proprio nella capacità dei diversi soggetti nazionali di far convergere politiche, riflessioni, iniziative al di fuori dal loro stretto campo di riferimento (l’assenza di un’iniziativa al riguardo delle condizioni materiali del proletariato greco, in questo momento appare del tutto indicativa di questa difficoltà che torno a definire di vero e proprio “smarrimento”).
Rimane però centrale, nella prospettiva della costruzione di una soggettività politica della sinistra d’alternativa, il ritorno a considerare la centralità della “sovrastruttura politica”.
E’ evidente che non si tornerà alla struttura della fabbrica fordista quale interfaccia di un nuovo partito di massa.
Il discorso oggi è diverso, ma è anche diverso dall’arrendersi alla “controdemocrazia”, allo schema “Democrazia di competenza” versus “controllo” intesi quali unici binari sui quali possa viaggiare l’agire politico.
La crisi, al di là dell’organizzazione del lavoro, porta con sé quale fattore oggettivo della gestione capitalistica l’emergere evidente della decisività della “contraddizione di classe” (dell’antica “frattura principale” tra capitale e lavoro).
Il recupero del concetto di “frattura principale” e il suo riproporsi al centro del conflitto appare necessario, ma non può avvenire semplicisticamente soltanto attraverso una sorta di evocazione.
Non c’ automatismo, ovviamente, tra il vivere una condizione di “classe” e la collocazione politica del singolo.
Si è scritto di sopraffazione da parte della “tecnica economica” al riguardo dell’autonomia del politico.
Questo fenomeno, parte integrante della “controdemocrazia” descritta da Revelli, va affrontato riproponendo con grande forza la forma dell’espressione politica organizzata nella dimensione del “partito di massa”, che ha bisogno proprio di una sorta di riproposizione della “autonomia del politico” rivolta in funzione dell’organizzazione.
E’ necessario, in sostanza, il recupero dell’idea della costruzione di un “partito di massa” capace di proporre la ricostruzione di un “blocco storico” e della sua egemonia, attualizzata attraverso l’analisi attenta dell’utilizzo delle grandi novità intercorse sul piano tecnologico, in particolare nel settore della comunicazione.
Si tratta di rovesciare nuovamente il paradigma: siamo passati dal primato della “politics” a quello della “policy”. Adesso le determinazioni obbligate imposte dalla crisi ci impongono di elaborare una teoria e di applicare una pratica nuovamente rovesciate: di ritorno alla “politics”, nella sostanza un ritorno alla piena realtà della politica.
Servirà così un soggetto che, prima di tutto, faccia opposizione partendo dalla materialità della “contraddizione di classe”, oggi clamorosamente misconosciuta, principiando a costruire le condizioni per un avvio di controtendenza, di visione “altra” costantemente e coerentemente “diversa” all’interno del processo di transizione del sistema politico.
I temi della “diversità” e della “egemonia” debbono intrecciarsi nel delineare i tratti teorici di una identità che dobbiamo assolutamente recuperare: l’identità di una sinistra di alternativa che si propone di rovesciare i tratti di un insopportabile dominio.

Nessun commento:

Posta un commento

La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie