Per punti:
+ Democrazia = +
Produttività - È evidente che è un assunto che va dimostrato nella pratica
– è prima di tutto una sfida a noi
stessi prima ancora che al padrone. Io ne sono convinto, però non è detto
che la storia vada in quella direzione. Bisogna prima convincere i lavoratori
(gara dura, così come lo è stato per l’abolizione delle “paghe di posto”, che
al confronto erano un problemino). Questa premessa la pongo sempre immediatamente
dopo aver fatto l’affermazione sopra. Però io sono convinto (con Gramsci) che
la storia sia il prodotto di scelte che gli uomini fanno, a volte azzeccate a
volte non troppo (vedi l’articolo sull’Ordine Nuovo del 1919: “La rivoluzione
contro il capitale”).
Per maggiore chiarezza espositiva vedere lo schema seguente:
I FATTORI CHE INFLUENZANO LA PRODUTTIVITA'
Se aumenta il 1° e
il 2° fattore aumenta lo sfruttamento
Se aumenta il 3° e
il 4°, bene, è quello che vogliamo
Inoltre entrano in
gioco alcuni fattori di carattere “politico-ideologico” come i seguenti:
Per
il padrone: PIU’ COMANDO = PIU’ PRODUTTIVITA’
Per
i lavoratori: PIU’ DEMOCRAZIA = PIU’ PRODUTTIVITA’
Se si fa la storia delle esperienze prima sovietiche, ancor
più cinesi, ad un certo punto si incrocia il problema della maturazione
(carente o assente) delle masse. E come poteva essere altrimenti? Erano ambedue
paesi “arretrati” dal punto di vista dello “sviluppo delle forze produttive”,
ergo: hanno fatto fuoco con la legna che avevano.. o no?
Riporto le cose scritte nel libro di Minucci (La crisi
generale tra economia e politica) è il
capitolo V° che parla del “Nodo della continuità”. Mi ha colpito nel
senso di non trovare niente o quasi nello sviluppo delle rivoluzioni
“socialiste” nel 20° secolo: cosa mai esisteva in quelle società che fosse in
embrione il “socialismo” che poi si sarebbe instaurato? C’era in Russia? C’era
in Cina? Erano completamente assenti! Anzi (ed è di questi tempi) il Partito
Comunista Cinese è attualmente a capo di una modernizzazione a carattere
capitalista con annesso sfruttamento dei lavoratori, di alienazione di larghe
masse e tutto l’armamentario tipico della fase di costruzione del capitalismo..
e si che la borghesia nascente nel tardo medio evo attraverso le scoperte
scientifiche e non, attraverso l’affermarsi di nuove professioni nell’arco di 3
secoli o giù di lì, si installò via via nell’ambito della società medioevale
fino ad arrivare al 1789 a
scoprire l’inutilità delle classi allora al potere e.. tagliò le teste ai
nobili e al clero.
Il pluralismo – chissà
perché quando noi, parliamo delle vicende nostre, italiane, europee, ecc.
facciamo sempre la distinzione tra partiti e sindacati, anzi esaltando (come
nel caso italiano) la funzione autonoma e unitaria dei sindacati, quando invece
parliamo dei paesi del “socialismo reale” o della Cina, parliamo quasi
unicamente dei comunisti e del partito comunista a cui rivolgiamo delle
critiche che ce lo fanno diventare di volta in volta il boia e l’impiccato..
mah! E a proposito di pluralismo non c’era solo quello dei partiti delle
società dell’ovest. Anche i Soviet erano e contenevano una forma di pluralismo
da praticare come pluralismo non delegato, ma una forma di democrazia diretta,
a cui prestare la massima attenzione, a cui caso mai i comunisti dovevano
GUADAGNARSI la fiducia e essere in questi organismi la maggioranza e non
imporla come è stato attraverso un potere statuale (e poliziesco). Così non è
stato per cui l’Unione delle Repubbliche Socialiste SOVIETICHE è stata fin
dall’inizio tutt’altra cosa, salvo che una Repubblica SOVIETICA. Stessa cosa mi
pare per lo sviluppo delle “Comuni” nella Cina maoista: anche lì non si è mai
capito dove era il partito: tra le “masse o contro le masse..”
La nocività e la
costrizione – se applichiamo le stesse categorie che ci servono per capire
i dati di partenza per una “liberazione del cervello” dei lavoratori in
occidente, dobbiamo farlo anche per i lavoratori dei paesi dell’est compresa la Cina. Ebbene, mi pare
francamente troppo pretendere che in quelle società, a quel livello dello
“sviluppo delle forze produttive” i manager di quelle imprese, i sindacati, i
lavoratori fossero nelle situazioni di produrre esempi migliori di quelli che
potevano esserci nelle aziende occidentali (tra le migliori, le più
sindacalizzate, le più vecchie in termini di età, ecc.). restava anche qui, un
ruolo dei comunisti nei sindacati di autentica egemonia e autonomia del
soggetto lavoratore che invece non c’è stato per niente, avendo come risultato
uno “stato operaio” senza nessuna egemonia della classe operaia, la quale la
sua coscienza era il partito comunista.. al potere! Risultato: nel partito si
fiondavano tutte le aspirazioni (legittime e non) degli individui più intraprendenti,
alla fine della fiera (vedi gli ultimi anni ’80) l’intraprendenza combinava con
la corruzione e la corruttela. Nei sindacati, somigliando alle peggiori forme
di sindacalismo corporativo e di integrazione nel modello aziendale di marca
americana o di particolari esperienze del sindacalismo corporativo europeo. Ho
ancora negli occhi la deferenza (tutta falsa, te ne accorgevi a cena con un
bicchiere di vodka in più nel corpo) dei sindacalisti nei confronti del manager
dell’impresa quando non del capo del partito. Per non dire dell’ultima degenerazione
da me toccata con mano: il meglio della creatività, dell’esperienza operaia,
della tecnica era fiondato nella produzione di strumenti di morte (aziende di armamenti)
facendo qui sì la punta alle produzioni dell’ovest, americani in testa, mentre
era del tutto fallimentare la produzione (e la produttività) nel campo della
produzione di beni di consumo durevoli. Qui vigeva lo scambio alla
democristiana nel nostro pubblico impiego: “io non rompo le balle a te, tu dai
un voto a me”. Stesso scambio nelle aziende sovietiche: “voi operai mi date il
vostro consenso e io partito vi garantisco il posto di lavoro e un minimo di
“stato sociale” a livello aziendale”. In cambio ai lavoratori più
intraprendenti cosa restava: quello di andarsene via continuamente da una
azienda all’altra alla ricerca di aziende dove il welfare aziendale fosse il
migliore e dove vigesse un clima di autoritarismo e di paternalismo meno
dispotico e oppressivo. Ma valga per tutte la seguente questione: è in
occasione delle rivolte operaie che la produttività operaia raggiunge vette mai
raggiunte nei periodi di “normalità”. Il perché è facile intuirlo: si trattava
di periodi di grande e intenso impegno individuale e collettivo: “le fabbriche sono
in mano nostra, di operai e tecnici e quindi bisogna darsi da fare” – questo
nelle ricorrenti rivolte in Polonia, ma anche in Cecoslovacchia, ecc. salvo
tornare a vivacchiare nei periodi di “normalità burocratica”.
Ed è chiaro, almeno per me, il limite delle passate
rivoluzioni: il partito, che doveva
rappresentare e guidare la transizione sia in URSS sia in Cina. Hanno fallito
entrambi in entrambi i paesi! Il problema non è quello solamente di
RAPPRESENTARE ma di ORGANIZZARE nelle aziende e nella società tutte quelle
novità che si presentano, ergo: BISOGNA CONOSCERLE, farle proprie,
socializzarle, farle diventare ORDINE MORALE PER UNA INTIERA COMUNITA’. Quindi bisogna
avere sindacati e partiti atti alla bisogna (dove sono? Mannaggia!).
Per finire (questa mia filippica): l’errore principale per
quelle società (e anche per chi come il PCI se ne accorse molto tardi) è stato
quello di costruire una società “semplificata dalla dittatura del proletariato
(leggi di partito)”, quando invece il
miglior socialismo pensabile è quella società complessa in cui la Democrazia deve
sposarsi felicemente con la
Produttività e i comunisti (o altri) devono esercitare
una egemonia fondata sui dati di conoscenza, di esperienza, eccetera, (così
come ebbe a dire per altri versi uno come Vittorio Foa). E questa è una
“macchia” di cui sono stati portatori prima di tutto quella banda di burocrati
che fecero fuori i migliori tra i comunisti, ma anche quegli intellettuali
umanistici che per anni si abbeverarono alla migliore cultura europea e poco di
questa fu presa in considerazione in nome della costruzione dell’uomo nuovo da
avere nell’arco di una generazione. Con i risultati che si videro!
Per parlare del pieno dispiegamento delle capacità
lavorative bisogna avere a mente alcuni postulati di partenza che qui riporto
da Ivar Oddone:
Trovare lavoro (anche con una
sua riduzione degli orari)
|
Ridurre drasticamente la precarietà e la flessibilità in
azienda. Si impara di più nel lavoro collettivo e dagli
esempi positivi di altri lavoratori più anziani, più esperti
|
Lavoro non nocivo anzi coerente
con la salute in senso
complessivo
|
·
Abbattere tutte le forme di
nocività conosciute: sono loro, gli ambienti inidonei, e non gli operai che
quando lo diventano sono un peso sul rimanente degli altri operai e un costo sociale
·
Se si vuole che un operaio
dia il meglio di sé occorre quindi liberarlo dalle forme di
gravosità (i rischi da lavoro), di costrizione (gli accordi alla Marchionne) che non tolte portano gli operai ad un uso del tempo altro,
lontano dalla produttività
|
Lavoro riconosciuto come
produttore di esperienza grezza
|
Se viene riconosciuto significa un arricchimento
complessivo dell’azienda
|
Lavoro riconosciuto dalla
società come lavoro sociale
|
Se viene riconosciuto deve significare un salto nella scala
sociale (quindi va certificato) e un adeguato riconoscimento
retributivo
|
Ivar Oddone
mi diceva che era da poco tempo che era approdato a superare la SUA convinzione che un
individuo poteva dare il massimo di sua produttività in un ambiente di lavoro
dove non esistesse nessuna nocività (o quanto meno che questa fosse ridotta al
minimo). E invece, continuava, l’assenza di nocività era una PRECONDIZIONE
perché il suo cervello potesse essere “liberato” dalla preoccupazione del
rischio. E io aggiungevo anche la COSTRIZIONE = non rispetto della dignità del
lavoratore (alla Marchionne per intenderci) poteva essere causa di non
liberazione. E lui conveniva. Ma da lì in poi tutto era da costruire.
È
chiaro (almeno per me) che io ragiono sul “qui e ora”, non mi sogno neanche
lontanamente di ipotizzare quale sviluppo avranno queste mie gabole. E sono
altresì convinto che occorre “innestarle” nel meccanismo attuale di carattere
aziendale e quindi immediatamente dopo di carattere generale ragionando sulla
produttività più in generale. E francamente non capisco questa lettura di un
capitalismo tutto uguale dappertutto, scevro da ogni contraddizione. È vero che
al fondo il capitalismo ha “il profitto e il comando”, ma lo avevano in altre
forme anche le società nobiliari in pieno medio evo e ciò non bastò per
impedire la nascita di forme preborghesi che un po’ alla volta si fecero
strada. A me pare che così non sia (un capitalismo tutto uguale, ecc.), vedi le
contraddizioni tra le aziende “esemplari” e le altre (vedi le 4.600 aziende di
cui parla Antonio Calabrò nel suo libro “Orgoglio Industriale”, lui le chiama
le “multinazionali tascabili”), tra il capitalismo italiano e quello renano,
per non dire quello statunitense e quello giapponese e via andando. Così come
lo erano diverse le forme di “socialismo realizzato”.
Prima di morire Ivar Oddone precisò cosa, nelle attuali
società sviluppate, con questi modi di produzione, si potrebbe tentare di fare:
con quella che lui chiamava “la carriera dell’operaio”,
(al fondo della quale ci
potrebbe essere quel livello di consapevolezza che di per sé significherebbe
una maturità delle “masse”), ovvero colmare
l’indeterminatezza della strategia della lotta contro questa divisione del
lavoro, per puntare ad un’altra divisione. Sarebbe
sul serio costruire gli embrioni di novità per una società altra.
Intanto a partire dal recupero (e dalla trasmissione) delle
competenze professionale dei lavoratori più esperti ai lavoratori più giovani e
meno esperti. Basta pensare quale immane lavoro si presterebbe a fare per i
sindacati.. In fondo si tratta di dare seguito alla invocazione di Taylor il
quale chiedeva di “produrre una scienza che
raccogliesse tutto il sapere dei lavoratori e non una tantum ma in progress,
che servisse a completare il sapere delle direzioni aziendali. In caso
contrario ci sarà un sapere che andrà del tutto disperso”.
Mi pare inoltre che occorre tenere in conto di un’altra
questione che è dirimente: il processo (che bisogna immaginare continuo) di
riappropriazione dei “modelli e dei piani tecnico scientifici” che l’attuale
divisione del lavoro assegna agli “istruttori”.
Figurarsi se non so che sarà una lunga battaglia (per chi
la vuole intraprendere) però questa mi pare la “nuova frontiera”.
Convengo invece sui dubbi di poter avere un qualche terreno
di sperimentazione nella situazione attuale (vedi la crisi) e nel contesto
italiano fatto da un lato di piccole e micro imprese con imprenditori
(abbastanza giovani) però, quasi tutti, con la “bocca alla canna del gas”, e
dall’altro lato con una serie di imprenditori non più giovani che non hanno più
voglia di rischiare, lo hanno già fatto in gioventù, ora un po’ di patrimonio è
accumulato, i figli sistemati e il capitale ha già delle remunerazioni a
livello altro (finanziario e simili..).
Ammettiamo per una volta di aver
“specializzato” i nostri operai, che cosa farne di questa specializzazione? Sta dentro un contesto
“specializzato”? non pare proprio. Siamo ormai un terziario della produzione manifatturiera della Germania
con un numero esorbitante di piccole e micro imprese che non hanno nessun soldo
per fare ricerca e tantomeno innovazione.
Partiamo dai dati: quante aziende (e padroni ci sono in Italia)?
Quelle metalmeccaniche (dati INPS degli anni 2000!): sono 130.000 per 2.003.600
addetti, di cui 320.000 nel settore artigiano (l'Italia è quella a maggior
presenza di artigianato: il 23% di occupazione indipendente sul totale degli occupati, siamo al 3° posto dopo la Turchia e la Grecia mentre la Francia e la Germania hanno il 10%).
Gli addetti medi sono 15,5 per impresa.
Ancora: come è la composizione di queste
imprese? Solo 2.700
imprese avevano nel 2000 più di 100 addetti, il rimanente stava al di sotto, con 100.000 di queste che stavano
al di sotto dei 50 addetti - ora un'azienda di 50 addetti ha in media 15-20 impiegati - alla FIAT
Mirafiori su circa 45.000 addetti gli ingegneri erano 64! e nel 1990 il 40%
degli addetti alla carrozzeria di Rivalta aveva la 5 elementare!
Questa è
la situazione del Lavoro Autonomo in Italia
Anche se (specie nelle aziende esemplari?) può esserci
qualche Amministratore Delegato che ammaestrato dal tojotismo e da una serie di
pratiche democratiche con i suoi dipendenti non possa essere incuriosito per
questa nostra proposta (al fine ovviamente di incrementare i suoi profitti,
beninteso). Il problema mi pare sia chi ha L’EGEMONIA di questo processo. Se
non si tenta cosa altro c’è da fare visto che dalla crisi non si uscirà con la
situazione pre-ante..?

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