Stretti nell’emergenza del quotidiano non è facile fermarsi
per riflettere attorno all’idea di individuare quali siano le “vere”
contraddizioni della modernità.
Le cronache ci assalgono e ci stringono alla gola mentre cerchiamo
di individuare la verità, descriverla, farne oggetto di una “critica sociale”
da rendere collettiva: la guerra che spazza via intere regioni del mondo, il
“privato” che ci deruba di beni che dovrebbero risultare essenziali come
l’acqua e l’ambiente naturale; la violenza esercitata a tutti i livelli, dai
singoli agli Stati, per sopraffare i più deboli; la differenza di genere usata
come esercizio di un improprio dominio; la costrizione del bisogno che impone
ai migranti di fuggire dalle loro terre per incontrare l’ignoto; la
mistificazione del messaggio che viene dai “media” e cerca di farci intendere
che viviamo in un mondo diverso da quello reale; l’intrusione dell’etica nella
vita delle persone costrette a subire coercizioni morali nell’esercizio della
vita quotidiana, nella gestione dei propri corpi, nella realtà dei minuti
rapporti sociali, primi fra tutti quelli familiari.
Ogni giorno brancoliamo nel buio di una ricerca senza fine,
angosciati sempre e comunque da un presunto “nuovo” che avanza, cu dare
risposta, cambiando le forme della nostra azione, adattandole a quelle degli
schemi dominanti, incontrando chi afferma che tutto sta cambiando e ci fa
guardare dentro ai nostri fallimenti, nascondendo la realtà drammatica
dell’insieme della “commedia umana” regolata da apparentemente inscalfibili
rapporti di forza: i rapporti di forza che derivano proprio dalla perdurante
egemonia dello sfruttamento.
Cartesio scriveva che bisogna avere idee “chiare e
distinte”: ebbene in questo coacervo di contraddizioni al riguardo delle quali
fatichiamo ad individuare priorità, strumenti lotta, ricerca di soluzioni
cerchiamo di ritrovare la chiarezza delle nostre nozioni di fondo: tutto si
tiene e tutto si lega attorno ad un nodo, quello dello sfruttamento dell’uomo
sull’uomo e sulla logica dell’estorsione del plusvalore.
Considerare la persona, un mezzo e farne oggetto di uno
“scambio” da esercitarsi, in dimensione gigantesca, su tutta l’umanità: questa
la logica dello sfruttamento, da superare quale obiettivo vero della
Liberazione.
Lo sfruttamento dell’individuo e del collettivo : il
meccanismo, davvero chiaro, della costrizione nella “condizione di classe”.
Tornare a considerarne la centralità e muoversi di
conseguenza sul terreno dell’agire politico: forse è questo il punto sul quale
andrebbe ripresa una riflessione di fondo, anche per noi che ci consideriamo
comunisti e intendiamo, nonostante da più parti ci si indichi la “fine della
storia”, a continuare a lottare per affermare l’eguaglianza, l’eguaglianza
assoluta, la libertà dal giogo di un padrone.
Non intendiamo seguire l’idea che il concetto di modernità
possa tradursi, semplicisticamente, come idea della “modernizzazione”
conseguente all’irrompere sulla scena della storia di “novità” nelle scienze,
nella tecnologia, nelle multiformi espressioni della cultura : l’idea della
modernità, infatti, non può che contemplare – superata l’autoreferenzialità
della filosofia della storia – il superamento completo della dialettica tra
individuo e Stato ed la sua sostituzione con quella tra lavoro e capitale.
In questo modo, come si è già cercato di far rilevare, si
chiarisce l’altra faccia della modernità , il suo contraddistinguere un’età
intrinsecamente dinamica rivolta all’obiettivo di una continua trasformazione
del mondo.
Questo significa non arrendersi alla filosofia della “fine
della storia” cercando ancora una volta con tenacia, di introdurre nell’arena
del conflitto l’idea di una volontà egemonica che rinnovi – appunto – la discontinuità
storica rispetto all’astrazione rappresentata dalla modernità capitalistica.
I
3 commenti:
Ma per non arrendersi bisogna creare le condizioni per una lotta efficace e oggi secondo me l'unico modo per ridare l'agibilità politica ( anche a me piace usare termini in voga ) alle masse lavoratrici è quello di azzerare questa europa degli speculatori.
Uscire dall'euro non come panacea di tutti i mali ma come prerequisito indispensabile per riacquistare un minimo di sovranità nazionale.
Nazione , un termine che non faceva paura né a Gramsci né a Togliatti né a Berlinguer...
Caro Adriano, grazie per la tua interlocuzione. Pare però che l'Europa se ne stia andando da sola: almeno stando agli indici di convergenza dell'eurozona monitorati dalla "Oxford Economics". Forse ci sono aspetti di questa crisi ancora inesplorati e forieri di esiti del tutto disastrosi, almeno per la classe operaia. Probabilmente sarebbe più utile stabilire livelli comuni di lotta e di presenza politica a dimensione continentale. Franco Astengo
Proprio per questo sarebbe bene prepararsi con una piattaforma adeguata che preveda un ritorno alle sovranità monetarie, ad un ritorno delle banche nazionali come prestatrici di ultima istanza e ad una ristrutturazione del debito.
Per non parlare poi di una strategia di forte limitazione dei movimenti di capitale.
Sai meglio di me che ad oggi unire i lavoratori europei è una chimera proprio perché per unire qualcuno intorno ad un progetto bisogna che il progetto ci sia mentre da noi nella sinistra radicale ancora c'è chi si chiede se interloquire oppure no con il PD....per non citare poi il fatto che i sindacati tedeschi vedono le cose in modo molto diverso da noi.
I capitalisti si stanno preparando , mentre la sinistra pare ancora inseguire un sogno europeista che ormai non è che un incubo.
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie