Il mio è un tentativo
d’interpretazione del voto. Mi rendo conto abbastanza irrituale nel
senso che non partirò, dai “personaggi”, ma dagli elettori.
Intanto va detto che il
vero tsunami è stato la
crisi e non Grillo,
il quale con un grosso bacile ha raccolto tutto ciò che l’onda
dello tsunami portava verso la sua ipotesi: c’era un po’ di
tutto, da tutte le parti, maggiormente da sinistra.
Per non dire quanti ce ne
sono tra il non voto. Non sono d’accordo con tutti quelli che
incensano le doti taumaturgiche del Berlusca, quasi che la base
elettorale di questa destra sia fatta di poveri incapaci di intendere
e di volere. Potranno essere vere le non eccelse letture di queste
persone, però molto ferrate nel FARE DI CONTO SULLA PROPRIA “ROBA”.
Ed è questa la vera cifra di queste persone: “la
roba è mia e guai a chi la tocca. E non m’interessa chi è chi me
la difende, dei suoi guai giudiziari, delle sue maialate”.
A parte il fatto delle ragioni di coloro i quali, pagando le tasse,
non riceve in cambio dei servizi adeguati.
Stessa cosa per la Lega:
“in culo a questo stato, che a me piccolo
imprenditore, artigiano, ecc. mi tartassa, mi fa girare come un matto
da un ufficio all’altro riempendomi di carte burocratiche che non
servono a niente, facendomi perdere solo tempo.. io che lavoro dalle
10 alle 12 ore al giorno..”.
Un primo risultato il voto
l’ha avuto: tutta la sinistra sedicente
radicale è rimasta a casa. Non so se Grillo
ne sia contento. Per certi aspetti è un bene che sia andata così,
perché non si poteva andare avanti con dirigenti che le buscano da
decenni senza mai trarne una conseguenza. Però va anche detto che
questi, pur nascondendosi dietro a degli “sbirri”, Di Pietro,
Ingroia, De Magistris, (e ciò è abbastanza triste per chi
inalberava le bandiere rosse del comunismo), erano persone comunque
molto lontane dalla MALAPOLITICA. Vorrei includere tra queste persone
anche Vendola, il quale con questo voto ha finito di lucrare consensi
in casa altrui (leggi le sue ultime vittorie con i voti del PD), per
le deficienze di linea del PD o sfruttando il cinismo, la saccenza
quando non l’alterigia che contraddistingue la maggioranza di quel
partito. Anche qui si può registrare una doppia contraddizione da
parte degli elettori una volta di sinistra: andare a ingrossare le
fila di un voto “interclassista”, con
un’ipotesi solo d’indignazione (leggi ribellione).
E inoltre affidarsi mani e piedi a un solo individuo che decide lui
chi deve far parte delle liste e chi no (a proposito di democrazia
diretta, di non delega).
Indignazione-ribellione
che fa il paio con l’altra faccia della stessa medaglia (che è la
cifra degli elettori del PD) = rassegnazione-integrazione.
E sì, io continuamente in questi miei commenti faccio sempre
riferimento a questa falsa antinomia: integrazione
– ribellione. È il meglio della psicologia
sociale di marca americana che risale agli anni ’30 dello scorso
secolo la quale dice: “di fronte ad un modello consolidato = la
famiglia, la tribù, il capitalismo, il socialismo, il taylorismo, il
fordismo, qual è il comportamento che si può immaginare di un
individuo? Che si integri nel modello dato per “naturale” o che
si ribelli”. Nel mondo e negli ultimi tempi ci sono stati svariati
episodi di “ribellione” (dagli afro-americani nella Los Angeles
degli anni ’90, ai franco-algerini alcuni anni fa nelle banlieue
delle maggiori città francesi, alle rivolte dei giovani inglesi, e
un ecc. sconfinato: risultato, non è cambiato
nulla.
Ora è pur vero che nel
Movimento di Grillo c’è una sorta di programma (molto attenta
all’ambiente, con scarsa attenzione ai problemi del lavoro), ma mi
pare che non sia per i punti del programma che milioni di elettori
l’hanno votato, mi pare invece che milioni di elettori abbiano dato
il loro consenso per la carica di “altra politica” che Grillo
rappresenta.
Non ne faccio nessuno
scandalo: anche il sottoscritto nella sua gioventù, all’inizio
degli anni ‘60 era un “ribelle”, ma specie conoscendo gli
operai comunisti, socialisti immediatamente dopo quelli cattolici e
passando per il ’68 e il ’69 ho emancipato la mia ribellione con
elementi di piano consapevole volti a conquiste di potere nei luoghi
di lavoro (il Tabellone di Linea, il Delegato eletto su scheda
bianca, i Consigli di Fabbrica, l’assemblea retribuita e un
eccetera molto sostenuto).
Su Grillo, io sposo le
tesi di Wu Ming, che riporto:
Quella di
Grillo è una strategia diversiva. Serve
a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade
spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane.
Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento sono
fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei
Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la
«casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque
scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il
movimento 5Stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta
contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del
conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione
settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida
simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato
«amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi
esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale,
è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming,
interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno
attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni
comuni.
Voi dite
che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la
sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la
No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il
reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra».
Potete spiegare che cosa significa?
La nascita
del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti
altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si
prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei
primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di
vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze.
In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta
una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di
movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura»
delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più
«fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia
messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi,
rivendicazioni e parole d’ordine sono state cooptate e rideclinate
in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che
si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso
che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme
ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia
diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav
che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che
confondono l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo
aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo
accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia,
solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di
cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto
dell’Italia che fa Grillo.
Ecco,
qual è il racconto di Grillo?
C’è un
«Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi,
niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta»
descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi
dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non
prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»:
prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del
grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le
questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e
consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della
crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Perché
il M5S oggi raggiunge un enorme consenso anche presso persone di
sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e
Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non
hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una
decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i
cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso
comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è
principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che
molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti
dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non
c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo,
ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è
altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni
movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere
l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e,
allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate
dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in Val Susa
a manifestare contro la Tav, un segnale forte, il movimento fa
proprie le proposte della valle. E questo si potrebbe ripetere per
altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di
organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero
essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento
che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche
l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita
alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che
l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si
corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo
di fondo.
Potete
fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito
di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un
vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo
post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per
«reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in
due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di
disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E
poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e
tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista
Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo?
Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio
universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua
declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius
sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli
vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe
esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in
persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di
cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate»
per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la
base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il
precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi
o il pensionato?
Su questo
punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S»
noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed
esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla
«base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e
gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è
anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato
razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha
paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La
«base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra,
un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro
la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e
Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali,
e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i
grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono
procrastinabili.
Pensate
che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire
come in Grecia»?
Casaleggio,
che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare
sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere
l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase
come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a
qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e
qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelga, le contraddizioni
di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.
L’ULTIMO RISULTATO = QUELLO
VERO
È stata fatta tabula rasa (non da
oggi, ma il voto la rende del tutto evidente) di ogni ipotesi una
volta si sarebbe detto di “classe”. Gli
operai, quelli
senza i quali non avremmo ne le scarpe, ne i calzini, ne i pantaloni,
ne le giacche, ne le case, ne le auto e un eccetera sconfinato, non
esistono più.. (almeno politicamente) al che per me vale la seguente
constatazione: per questo sistema capitalistico (in specie italiano)
vale di più un calciatore che un operaio e non faccio neanche la
comparazione con un astronauta. Basta mettere a confronto quante
discipline scientifiche sono a diposizione del calciatore
(dall’allenatore, al mister, al medico, allo psicologo, che hanno
il compito di selezionarlo, di allenarlo, di motivarlo, di pagarlo
profumatamente in funzione di un “prodotto di qualità”: fare
gol e insieme con gli altri vincere il campionato).
Che cosa ha a disposizione un operaio? Un Medico (falsamente)
Competente, il quale una volta visitato il lavoratore, rilevato un
danno, invece di dichiarare “inidoneo” il posto di lavoro (come
causa che..), dichiara inidoneo l’operaio e lo classifica tra i RCL
(Ridotte Capacità Lavorative) e lo mette in una lista che servirà
per una futura espulsione dal processo lavorativo, questa nuova
“pulizia etnica”. Domanda: è forse meno importante il “prodotto”
dell’operaio rispetto a quello del calciatore?
LA SITUAZIONE ATTUALE TRA GLI
IMPRENDITORI
Su ca. 3.800.000 tra Partite Iva,
artigiani, commercianti, piccole, medie e grandi imprese si possono
divedere (alla grossa) in tre:
- La maggioranza delle piccole e micro imprese dove c’è la maggioranza di giovani che sono quasi tutti con “la bocca alla canna del gas”, sono in crisi nera, senza soldi e patrimonio, senza un credito che quando chiesto a una banca si ritrova degli strozzini, ecc. Mi pare che da qui, nell’immediato futuro avremo pochissimo.. e si che tra queste persone ci sarebbe della intraprendenza, della voglia di fare non fosse altro per emergere.
- Una minoranza di imprenditoria affermata ma sostanzialmente “vecchia”, che di fronte alla crisi, ai suoi rischi.. non ha più voglia di rischiare, l’ha già fatto in gioventù, ora un po’ di patrimonio è già assicurato, remunerato in altre forme che non il rischio di impresa, la villa c’è già, la pelliccia per la moglie pure, i figli più o meno sistemati… “ma chi me lo fa fare”..
- Antonio Calabrò nel libro Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori, ci dice che nel 2008 su 3.800.000 partite IVA (a carattere industriale manifatturiero) ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili” che vanno dai 50 ai 500 addetti, 600 di queste hanno più di 500 addetti) che forse ci tireranno fuori dalla crisi. Il Prof. Romano Prodi in un recente convegno del PD, in una bella e lucida relazione afferma che a oggi sono ca. 1.000. Domanda: chi le conosce, cosa producono e per chi, e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (dai sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese, rima che la crisi sia occasione di adeguamento alla normalità rappresentata dalla crisi e dalla recessione? per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva. Inoltre l’Assolombarda ha censito in Lombardia 60 aziende esemplari che fanno parte di un altro archivio: “L’INDUSTRIA ITALIANA CAMBIA VOLTO” di ca. 530 imprese (vedi la ricerca Conoscenza e crescita: le nuove strategie delle imprese del sistema Confindustria – Centro Studi – Progetto Focus Group). Di queste imprese si sa il nome, l’ubicazione, il prodotto, il mercato e un eccetera sconfinato.
Io sono convinto che da queste
imprese bisogna ri-partire, da quelle che si sa che sono “bonificate”
nel senso di avere degli ambienti di lavoro dove
il cervello dei lavoratori non sia sempre sotto la preoccupazione del
rischio e della costrizione
(alla Marchionne per intenderci), per avere un progetto per i
lavoratori che preveda da un lato il recupero delle “esperienze
esemplari” dei lavoratori più bravi, i più esperti come
condizione da poter offrire ai lavoratori allievi, ai meno esperti.
Pensiamo quale immane lavoro spetterebbe ai sindacati nel recuperare
questo patrimonio professionale e lavorativo per non dire per quelle
aziende che decidessero di far parte dell’avventura. Dall’altro
lato della riappropriazione di tutti quegli elementi
tecnico-scientifici oggi in mano agli “istruttori” (dai tecnici
di officina, agli analisti, ecc.).
Di
lì si passa, superando l’esperienza del Delegato (oggi RSU o RLS)
solo come “guardiano
del 133 di rendimento”. Superando la
fase (anche gloriosa) del Delegato = BUON POLIZIOTTO (a favore dei
lavoratori) e i lavoratori non come soggetti attivi, informati,
consapevoli, ma come soggetti passivi sempre bisognosi di qualcuno
che li difenda.
In
pratica bisogna chiedere che i lavoratori siano sfruttati molto,
molto, molto di più.. nel cervello e non nei muscoli.
A
differenza dei cavalli le risorse di un lavoratore non stanno nei
muscoli ma nel cervello che, come dice giustamente N. Wiener nel suo
“Uso umano
dell’essere umano” ed.
Einaudi del 1949!, “nelle
manifatture attuali è sfruttato per un milionesimo delle sue
capacità cerebrali” vedi
ad esempio le cadenze alle linee di montaggio alla FIAT di Pomigliano
per fare la Panda: UN
MINUTO!.
È
evidente che a questa mia ipotesi un operaio, un semplice lavoratore
non particolarmente intraprendente può rispondermi: “guarda
bene che a me non interessa, io do il minimo in azienda, prendo i
soldi e.. scappo fuori, perché fuori ho i miei interessi di
emancipazione, di consumo, ecc.”.
Al che
sarà evidente di diverse opzioni anche nel mondo del lavoro (non è
una novità, basta pensare ai 10 anni che passarono tra l’inizio
degli anni ’60 e i primi anni ’70 sulla battaglia per
l’abolizione delle “paghe di posto” – leggi le paghe che
pagavano il rischio). Almeno lo avrò convinto di dare battaglia per
un lavoro sicuro e senza rischi per la sua salute, da lì in poi chi
ha più filo farà più tela.
Per non
dire, però, che al lavoratore intraprendente avrò consegnato una
ipotesi sulla quale lui e altri come lui potranno registrare quali
avanzamenti potranno fare fino a raggiungere la consapevolezza che
parecchi “datori di lavoro” sono inutili e dannosi. Così come i
borghesi in Francia raggiunsero tale consapevolezza (dopo ca. 3
secoli!) nel 1789 e fecero quello che si sa.
Il
lavoro da mettere in cantiere per me è abbastanza chiaro, ma ha una
complessità da fare tremare i polsi. Forse sarà anche per questa
complessità che Grillo opta per la fine dei sindacati. Sarebbe la
via più semplice per non affrontare il problema centrale: cosa
fare con gli operai. Sindacati a cui il voto
è un bel interrogativo, però questa è un’altra questione che ha
bisogno di maggiore approfondimento e precisazione.

1 commento:
Ma io che non sono un romanziere e che non credo ai complotti cappa e spada ,sul M5S ci andrei un po' più cauto , l'hanno votato anche persone come me che hanno ben presente la natura di classe di questa guerra economica truccata da crisi.
Non credo alle semplificazioni e non penso che la natura di un processo sociale dipenda unicamente dal come sia nato, tutto si evolve , Grillo e Casaleggio hanno avviato un processo destinato a complicarsi e ad arricchirsi, magari col contributo di chi come noi ha tutto l'interesse che il M5S stia dalla parte dei ceti popolari.
Insommma : "dal letame possono nascere i fior".
Per adesso gioisco , interpreto il voto come una sconfitta del poker Merkel-Monti-Bersani-Vendola e ho dato il mio contributo per pura autodifesa, ritenevo e ritengo che per l'Italia il pericolo maggiore fosse proprio la vittoria della tristemente famosa Agenda Monti.
E allora coraggio fecondiamo questo movimento , o come disse l'infelice Ingrao : "stiamo nel gorgo"..
Adriano Ottaviani
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