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| L’almanacco di economia di Micromega “Il ritorno dell’eguaglianza” |
La “modernità” gran tema di tutti i tempi: se gli analisti
politici osservassero, però, più attentamente la merce esposta al mercatino
della politica italiana e, magari, si dotassero di un maggior grado di
autonomia intellettuale si accorgerebbero, forse, che di “modernità” c’è ben
poco.
A parte quella del mutare delle relazioni personali e
pubbliche imposta, oggettivamente per via del progredire tecnologico, dall’uso (in
fette rilevanti, ma non ancora totali della popolazione) dei nuovi mezzi di
comunicazione.
Guardiamoci intorno: tra l’atavico trasformismo italiota del
PD (erede del “ruolo nazionale” del partito di togliattiana memoria?), la
logica da “padrone delle ferriere” del centro raccolto attorno a Monti, al
ritorno al notabilato, con venature autoritarie di stampo medievale, che sta
nelle proposte politiche del M5S, di “moderno” insomma se ne scorge poco: anzi
il profumo è quello dell’antico.
Un esempio (a livello culturale molto più elevato, rispetto
a quelli già citati) ci viene dal numero attualmente in libreria dell’almanacco
di economia di Micromega, intitolato (un caso davvero di onestà intellettuale):
“Il ritorno dell’eguaglianza”.
I diversi interventi sono percorsi da un filo (rosso/rosa?)
comune sia nell’esposizione di cause ed effetti della crisi, sia la riguardo
delle soluzioni possibili : mi sono così permesso di riassumere, anche allo
scopo di riuscire, in conclusione, ad avanzare un’ipotesi diversa e alternativa
rispetto a quella prospettata da molti autori.
Vado per ordine, quindi, principiando dall’analisi delle
cause e degli effetti della crisi.
Nel corso dei due decenni precedenti l’inizio della crisi
economica mondiale, il divario tra ricchi e poveri è cresciuto in molti paesi
del G7.
Dalla fine degli anni80 alla metà degli anni’90 del XX
secolo, l’aumento della disparità di reddito è stato particolarmente accentuato
nel Regno Unito, negli USA e in Canada.
Il livello di diseguaglianza in Italia è salito
nei primi anni’90 e, da allora, è rimasto a un livello particolarmente elevato,
nonostante un leggero calo verificatosi sul finire del primo decennio del
secolo.
Tuttavia, proprio in quegli anni si evidenzia un divario
crescente tra ricchi e poveri anche, per la prima volta, in paesi
tradizionalmente caratterizzati da bassa diseguaglianza come la Francia, la
Germania, il Giappone.
Nei paesi emergenti la crescita economica ha giocato un
ruolo decisivo nella riduzione della povertà ma, al tempo stesso, la distribuzione
del reddito è diventata sempre più concentrata.
Tra i BRICS solo il Brasile è riuscito a ridurre
sostanzialmente la disparità di reddito, anche se risulta ancora molto elevata
rispetto agli standard mondiali, mentre, nello stesso tempo, le diseguaglianze
in Russia, Cina, India e Sudafrica si sono accentuate.
Tra i saggi contenuti nel citato numero di “Micromega” (ed
in particolare in quello firmato in collaborazione da Stilgitz e Gallegati)
emerge una ipotesi: la diseguaglianza un può essere solo il risultato prodotto
da astratte forze di mercato, ma il frutto di politiche governative che formano
e dirigono le forze della tecnologia e dei mercati, nonché, in senso più ampio
della società nel suo complesso.
Vi è in questo, fanno notare i due autori appena citati, una
nota che, allo stesso tempo, è di speranza e di disperazione: di speranza
perché significa che questa
disuguaglianza non è inevitabile, e modificando le misure politiche siamo in
grado di ottenere una società più egualitaria ed efficiente; di disperazione,
perché i processi politici sottostanti sono tremendamente difficili da
cambiare.
In una sorta di circolo vizioso, viene fatto notare, una
maggiore disuguaglianza ha portato a minore eguaglianza di opportunità e quindi
a una maggiore disuguaglianza.
Spostare denaro sugli individui ad alto reddito, che
percentualmente consumano una minore porzione dei propri guadagni di quanto non
facciano i “poveri”, riduce il consumo e il moltiplicatore.
Il risultato: fino a quando non succederà qualcosa, come ad
esempio un aumento degli investimenti o delle esportazioni, la domanda
complessiva sarà inferiore a quella che l’economia sarebbe capace di
soddisfare, il che significa che aumenterà la disoccupazione.
Negli anni’90 quel “qualcosa” è stata la bolla tecnologica,
nella prima decade del XXI secolo c’è stata la bolla immobiliare.
Ora l’unica soluzione è ricorrere a una politica
redistributiva e alla spesa pubblica.
La tendenza alla crescita della diseguaglianza va fatta
risalire a due elementi: la globalizzazione dell’economia mondiale e i
cambiamenti in direzione ultraliberista avviati dalla Tachter in Gran Bretagna
e da Reagan negli Stati Uniti, che hanno concorso a determinare una perdita di
potere contrattuale dei lavoratori nei paesi più sviluppati.
Deve essere ricordato anche che la pressione al ribasso non
ha riguardato soltanto i salari, ma
anche le condizioni di sicurezza del lavoro, e i vincoli ambientali.
Intanto è sparito dal dibattito politico il tema delle
classi sociali, mentre in realtà l’andamento della distribuzione del reddito ha
configurato la crescita della contrapposizione tra una classe di super – ricchi
e una classe di poveri, con un conflitto che negli ultimi decenni ha favorito i
primi.
Queste tesi, oggettivamente presentate, finiscono con il
richiamare la tesi marxiana secondo la quale nel corso del tempo il capitalismo
avrebbe assistito, da un lato, a una crescita quantitativa di un proletariato
condannato però a un continuo impoverimento relativo se non assoluto e, dall’altro,
a una concentrazione in sempre meno mani della ricchezza del potere: con la
conseguenza che lo squilibrio tra una classe sempre più numerosa e sempre più
povera e una classe sempre più ricca avrebbe alla fine portato a un
capovolgimento rivoluzionario della situazione.
Ciò, in effetti non
sta avvenendo, almeno qui dalla parte del “capitalismo maturo”.
Quale soluzione, allora, si adombra leggendo i saggi del
testo fin qui citato (in particolare in quello di Alessandro Roncaglia) ?
A proposito di modernità (ma in questo caso da parte mia non
c’è alcun richiamo polemico) viene recuperato il famoso saggio di Paolo Sylos
Labini “Saggio sulle classi sociali” (1974) laddove si ritiene tornato
d’attualità un concetto: quello dell’ampiezza della massa posta sotto il morso della crisi e
la conseguente diversificazione di interessi e di orientamenti culturali e
politici al suo interno.
La conseguenza dovrebbe essere quella, per Sylos Labini
allora e per “Micromega” adesso (mi arrogo una semplificazione che spero mi
verrà perdonata) la costruzione di uno schieramento progressista che dovrebbe
articolarsi nell’alleanza tra classi meno abbienti e strati importanti dei ceti
medi impoveriti.
Accettata l’analisi riguardante la crescita della
disuguaglianza e l’effetto immediato della ricollocazione di classe ritengo
però che, prima di parlare di costruzione di uno schieramento progressista
esista in Italia il tema, urgente e indifferibile, della rappresentanza
politica.
Senza alcuna pretesa di esaustività del discorso mi pare
evidente come, da un lato, le classi impoverite dalla crisi e ridotte in una
condizione di sfruttamento da vero e proprio “ritorno all’indietro”, siano
completamente prive di un’adeguata rappresentanza sul piano politico.
Manca, in questo senso, un’adeguata soggettività politica
capace di aggregare il vasto campo contraddistinto da un’evidente dimensione di
“classe”, prioritaria rispetto ad altri elementi della dinamica sociale,
culturale, politica; leggere i dati della realtà; proporre soluzioni anche
parziali, ma sempre avendo davanti, quale vero e proprio elemento di
riferimento comune, la prospettiva del superamento del capitalismo.
Una forza che si colleghi alla grande tradizione dei
comunisti e della sinistra in Italia, rimasta in sospeso da più di vent’anni, e
si ponga sul terreno (già indicato tante volte) dell’autonomia,
dell’alternativa (insieme politica e di sistema), dell’opposizione (anche in
questo caso rispetto al quadro politico esistente e, contestualmente, al
sistema).
Raggiunti questi tre livelli si potrà pensare al recupero di
un necessario ruolo istituzionale .
La sinistra d’alternativa non è rientrata in Parlamento: tra
l’altro SeL appare completamente scomparsa anche soltanto da un punto di vista
di una minima rappresentanza di dialettica politica all’interno del centrosinistra.
Ci aspetta un lavoro di lunga lena, e dobbiamo ancora
compiere il primo passo.
Franco Astengo

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