Circa trenta anni fa, anche prima, si viveva in un'altra era
geologica. Non sto parlando di come fosse
verde la mia valle, o di quanto fosse esaltante portare capelli lunghi e
minigonne. Dico piuttosto che non voglio fare della nostalgia fine a se stessa.
Ma non conosco altri usi utili della nostalgia se non quello di aiutare a farsi
forza e convincersi che esista un altro mondo migliore di quello presente, e
ricavarne energie per lottare affinchè almeno in parte si torni a stare bene.
Trenta anni fa, attorno all'approvazione della legge
Basaglia, nei primi anni di applicazione del divorzio e dell'aborto,
dell'istituzione del sistema sanitario nazionale e dei consultori, schiere di
giovani come me si buttarono a capofitto, al termine degli studi o
interrompendoli e cambiando strada, nel lavoro sociale, che poteva significare
attore di strada o animatore, operatore nelle prime comunità per
tossicodipendenti e cooperative sociali che accoglievano, facendoli lavorare o
meno, disabili più o meno gravi. Non siamo qui per fare l'elegia di quel
periodo, ma solo per mettere in moto dei sentimenti che ci servano per
affrontare quanto segue. Insomma, più di una generazione si è occupata di fare
stare bene se stessa e i propri vicini, costruendo uno stato sociale parallelo
ed alle volte convergente con quello ufficiale, istituzionale, e molte energie
sono state spese per inventarsi altri mondi, altre possibilità. Bene o male, ci
si è provato.
Oggi io lavoro per scelta ai servizi sociali di una regione,
ed ho voluto fare l'esperienza di immettermi nello stesso mondo ma dall'altra
parte, cioè nell'istituzione amministrativa. Le vicende sono personali, ma la
realtà è politica. Tutto quanto ricordavo è cambiato, soprattutto negli ultimi
anni. Fino a pochi anni fa gli immigrati che conoscevo erano interessati a
soluzioni lavorative nuove, imprenditoria migrante, sulla quale anche in Italia
erano usciti dei progetti pilota. Bandi per aprire un’impresa, tentare
un’avventura nelle regioni centrali d’Italia erano e sono ancora il fiore
all’occhiello di chi le amministra, maggiormente dei funzionari piuttosto dei politici. Il welfare
inclusivo ha funzionato, ed a volere essere ipercritici è stato come per la
classe operaia che, fino ad un certo sviluppo del fordismo, ha avuto i suoi
margini rivendicativi, ed ora non si riesce a reinventare una strategia.
Ma la sensazione di inadeguatezza di
fronte alla mancanza di prospettive future è uno dei rami del problema, mentre
la inutilità delle strutture pubbliche è avvertito in maniera diversa dai
lavoratori e dai cittadini. Abituati come eravamo ad affiancare il welfare
pubblico, a stimolarlo con nuove idee, con la riconversione dei
“marginali”all'opera, vedi cooperative sociali di tipo A e B, a vedere
strutture per disabili, scuole professionali di qualifica e riqualifica,
macinare energie e produrne di nuove, ora ho la disarmante sensazione di
cooperative in passato produttrici di linea politica per comuni e province, ora
diventate, assieme o in sostituzione
delle amministrazioni pubbliche, delle agenzie di collocamento che
condividono la deregulation dei diritti, dei salari, del prepensionamento. La Regione Marche, oltre ad essere stata una
delle istituzioni alfiere del welfare condiviso col terzo settore, come struttura
ha negli ultimi anni risposto alla crisi economica e sociale con l'istituzione
di interventi diretti, fondi sociali per licenziati che non abbiano altre
risorse per sostenere l'indigenza, e tavoli di riduzione dell'impatto della
povertà. Chi scrive non ha sufficienti conoscenze tecniche per poter formulare
un giudizio completo, ma la sensazione che mi ha maggiormente colpito è stato
il contrasto guerreggiato fra le cooperative, le associazioni più o meno vicine
al mondo cattolico, in primis la Caritas, da una parte, e i rappresentanti
degli ambiti territoriali sociali dall'altra. Si potrebbe dire
semplicisticamente che le istituzioni navigano a vista, e non vogliono troppi
disturbi, e che il terzo settore invece lavora, distribuisce beni di consumo, piccoli
avviamenti al lavoro, e non vuole sprecare anche il minimo contributo. Di
fronte alla necessità di istituire un monitoraggio delle risorse, attraverso i
centri ascolto istituiti sul territorio, cresce la sensazione da parte del
terzo settore di essere controllato, di fronte a quello che dovrebbe essere una
tutela del suo buon operare. Mi è sorto allora un dubbio, che non sono più
riuscito a cancellare: che la Chiesa Cattolica, quella con la C maiuscola, si
sia rinnovata per l'ennesima volta e non voglia intralci nel distribuire
l'elemosina? Attenzione, perchè questi dubbi erano sorti a tanti amministratori
di sinistra e comunisti anche negli anni 90 e 2000. La progettazione che nasce
dal terzo settore ed espropria le istituzioni rischia di trovarsi sorella,
anche se all'interno di una divisione dei compiti, di movimenti come il grillismo oggi, e la
Lega ieri. Quella che erroneamente viene chiamata l'antipolitica, è solo una
risposta, neanche tutta da buttare, diversa da quella che una volta davano i comunisti,
la sinistra d'amministrazione di Bologna che veniva studiata fino in
Svezia. Fin qui, cercando di vedermi
come studioso, utente, amministratore in contemporanea, leggo la continuità nel
costruire una pluridemocrazia, incentrata non solo sul governo centrale
riconosciuto.
Negare invece il primato della repubblica fondata sul
lavoro, sulla accessibilità della cosa pubblica, può essere fatto in varie
maniere. Nel caso dei tavoli della
povertà non affrontando la riorganizzazione della società in base ai beni
comuni: chiediamoci quale potere avrebbe la Chiesa se decidesse di ripudiare la
guerra e la fame, non solo dai pulpiti ma anche con una disobbedienza
civile? Di sicuro molto maggiore delle
varie sinistre e dei movimenti di protesta come il movimento a 5 stelle che,
pur diretto nel criticare la politica diventata casta, non vuole sostituire la vecchia con un'altra politica per paura di essere
assimilato.
Ciò detto, gli impiegati dei malfamati uffici si trovano un
po' più sensibili verso le tematiche della povertà, dell'handicap, delle
famiglie divise, ma molto impreparati di fronte alla rabbia, alla disperazione
montanti. Alla frustrazione del “mancato ufficio”, cioè di non avere un ruolo
soddisfacente da svolgere, si aggiunge il senso di impotenza di essere il primo
livello raggiungibile della protesta popolare, quella che si incanala verso i
disservizi, contro i tagli all'assistenza (è di oggi il non mantenimento
dell'assistenza H24 ai malati d SLA), anche contro i palliativi consistenti nei
bonus per licenziati che non possono usufruire della cassa integrazione.
Mancano, da anni ormai, idee nuove, responsabilizzazione di funzionari che
conoscono la società e non si accontentano di riprodurla, ma la vogliono
modificare. Il centrosinistra ha smesso di investire in questa direzione quando
è finita la spinta post-fordista e quella socialdemocratica al suo seguito: la
Regione Marche, col suo Piano Socio Assistenziale seguito nel 2000 alla legge
328, Turco Signorino, ne è un esempio nel bene e nel male. Ma ora, assieme
all'impossibilità di migliorare il capitalismo globalizzato, non riesce neanche
a mantenere le proprie istituzioni. In Italia servirebbe uno slancio rinnovato,
del tipo degli “Angeli del fango”del 1966 a Firenze, nel quale la fatica venga
tramutata in desiderio di distruggere il fastidio e costruire la convivenza.
Invece vivo nel terrore di non essere più capace di rintuzzare le piccole
difficoltà, di vederle diventare ostacoli insormontabili e, diventato senza più
speranza a causa della contingenza, esplodere contro il primo malcapitato, in
una esemplare guerra fra poveri. Siamo, d'altra parte, diventati un paese a due
velocità, nel quale la vera casta è costituita da chi ha un ruolo e ne ricava
sostentamento, e chi non lo ha e ne ricava isolamento.
Un esempio un po' cinico: siamo nel mondo dell'allungamento
forzato della giovinezza, attraverso orribili interventi chirurgici, siamo nel
mondo della vita allungata, attraverso accanimenti terapeutici che somigliano
più a condanne da Viaggi di Gulliver(il paese dove non si moriva mai), ma siamo
anche nel mondo della morte garantita, da Mastrogiovanni a Cucchi, da
Aldrovandi a Uva, per chiunque sia un esempio negativo, ma così negativo da
cancellarne l'esistenza. Un mondo nel quale non si deve soffrire, o sentire
parlare di sofferenza. Ma un mondo nel quale, con una dose di ingenuità più che
puerile, si deve rendere invisibile tanta sofferenza, con le armi, con al
repressione, con la censura.
Considero il mio terrore la parte più utile e visionaria
dell'intervento, ed è per questo che la lego all'invocazione di Giorgio Gaber:
in certi momenti, compagni, ributtatemi di qua. Il sociale non è un problema,
ma è la risorsa in cui investire: occorre sapere dividere gli sprechi in denaro
devoluto agli alti incarichi dei pubblici uffici, quei personaggi che sono
irraggiungibili e nello stesso tempo non si curano di far funzionare la
macchina perchè non la conoscono a fondo, e non ne vivono il funzionamento
tutti i giorni. Sto parlando di un problema che è stato affrontato con
difficoltà anche da parte della sinistra comunista negli ultimi anni, forse
perchè del vero potere si ha paura, e poca capacità di affrontarlo, e in questi
casi si diventa complici. Ho definito molte volte gli aspetti sopra descritti come
parte della “presa del potere” nei tempi moderni, negli anni della democrazia
borghese, e tutt'ora ne rappresentano parte. Ovviamente sto usando una
metafora, ma mi sembra che anche nel campo del welfare, che è poi una delle
spinte motrici di un sistema, si eviti spesso di soffermarci sul peso che esso
abbia nel cambiare sistema.
Al servizio parte II
Ci siamo arrivati: il 6 marzo 2013 un imprenditore ridotto
ai minimi termini nella sua capacità di produrre e riprodurre lavoro incolpa la
Regione Umbria per il mancato rilascio dell’accreditamento alla sua azienda
formativa, impedimento che l’avrebbe ridotto sul lastrico, va negli uffici ed
uccide due impiegate, poi si toglie la vita. Per molti di noi una morte
annunciata, che va analizzata per ridurne la riproposizione.
Proviamo ad utilizzare la rabbia e la paura come le
percepiamo da alcuni anni a questa parte. Io ho vissuto due frontiere, la prima
quando non lavoravo ai Servizi Sociali nel 2008, ed è stata la Grande Bolla
Immobiliare, poi trasferitasi alla Crisi Finanziaria, la seconda quando ero
invece arruolato, ed è stata la Emergenza Nord Africa nel 2011. Le potremmo
anche collegare grazie ad una sana analisi marxiana, come successivi eventi
della crisi della globalizzazione. Certamente con l’esplosione degli
investimenti e delle speculazioni che caddero nel nulla iniziarono ad
affacciarsi i grandi poveri, più numerosi e sistemici dei primi. Ed ecco un
breve excursus sugli strumenti nelle nostre mani, analizzate con quello che gli
inglesi chiamano “common sense” ed una volta, senza essere politically correct,
era chiamata la “sapienza del popolino”. La pubblica amministrazione italiana
vive a cavallo fra i faldoni polverosi e i personal computers abbastanza
funzionali, al cui uso ormai l’80-90% dei dipendenti è abilitato. Vive degli
interventi descritti nella prima parte dell'articolo, che ora cercherò di
descrivere in maniera sistematica. I principali produttori di interventi, a
livello regionale e provinciale, sono i settori della Formazione e dei Servizi
Sociali. Sono stati accolti molti dei suggerimenti degli anni 80, “Un amo
nutrirà tutti i giorni, un pesce un giorno solo”, nel campo dell'aggiornamento
dei lavoratori espulsi dal mondo produttivo, nel campo della concessione di
finanziamenti non simili al microcredito ma influenzati dallo stesso. Ma come
sarà possibile rompere l'accerchiamento della globalizzazione dando fiato
all'esternalizzazione dei saperi e delle braccia? La Regione Marche ha
investito nella cooperazione internazionale e nell'esternalizzazione da molti
anni, in parallelo e di concerto con la chiusura di fabbriche d'eccellenza
nella nostra regione, trasformando strutture ed operai in eccedenza. Con la
caduta del potere contrattuale dei sindacati e dei lavoratori autorganizzati si
sono allargati i margini di manovra del capitale, quello grande, capace di far
crescere una città e deperire un'altra. Molti interventi che potevano dare alle
Marche una direzione di resistenza e di ricostruzione sono giunti alla soglia
dell'inutilità, ma giudicare queste dinamiche richiederebbe una preparazione
che non ci è data. Soffermiamoci sulle ricadute nei rapporti di lavoro e con
l'utenza, che da soli possono dare più di un campanello d'allarme. La lettura
del dolore non lo può curare, ma guai a non prenderla in considerazione.
I colleghi ed io stesso siamo ormai attrezzati all'utilizzo
di internet, copiamo ed incolliamo testi, parti, schemi, abbiamo ormai imparato
a risparmiare sulla stampa continua della carta. Vorrei allora sapere perchè,
quando si scatena la rincorsa ai pagamenti che, è nostro compito, dobbiamo
liquidare ai nostri clienti, soprattutto gli Enti Locali, ci vengono forniti
segretissimi tabulati fotocopiati molto male, con numeri importantissimi
scritti a mano, e riprodotti a dimensioni infime. Il potere finanziario va
difeso e ribadito di fronte al popolo questuante, e penso che presto passeremo
ai telefoni che gracchiano da una parte sola, quella di chi ci da gli ordini,
mentre costoro ci sentono benissimo quando protestiamo o li malediciamo. So di
ricordare molto il buon Fantozzi quando veniva confinato in un sottoscala, ma
così è. I lievi accenni alla capacità che hanno i dirigenti, specialmente
quelli alti, nel dissimularsi e svanire, vanno a braccetto con il “Divide et
impera” che affiora ormai non troppo velatamente negli uffici.
Il 6 marzo ce lo ricorderemo a lungo, ma cerchiamo di
dividere paura da autotutela. Paura è quella di alcuni colleghi che, viste le
numerose visite che ci hanno raggiunto negli ultimi anni, hanno chiesto con
forza la guardia giurata nel nostro palazzo. Autotutela quella di chi si è
chiesto perchè una persona dichiarata psicolabile, come il defunto attentatore
di Perugia, avesse il porto d'armi. Io mi sono chiesto perchè lo debbano avere
tutti coloro che non sono forze di Polizia, Guardia di Finanza, Carabinieri ed
esercito, sperando di essermeli ricordati tutti. Poi nella riunione di piano,
circa 25 dipendenti, abbiamo puntato molto sul codice di comportamento
collettivo: pur non essendo psicologi, molti di noi sono stati assistenti
sociali, altri sono solo motivati ed abituati, però tutti concordiamo sulle
risposte verbali o per email che tendano a allentare la tensione. Le visite, o
le telefonate, come dicevo si sono fatte frequenti.
La Emergenza Nord Africa non è stata affrontata come sarebbe
stato logico, dai Servizi Sociali, ma il Governo l'ha assegnata alla protezione
Civile, in modo da avvalorare il termine Emergenza. Poi però il rapporto con le
strutture d'accoglienza, gli albergatori, le associazioni, le cooperative,
l'hanno tenuto i Servizi Sociali della Regione. In tutto sono stati trattenuti
nelle Marche dai 700 ai 500 rifugiati, provenienti principalmente dalla Libia,
ossia lavoratori in Libia provenienti da Mali, Darfur, Sudan, Niger, Nigeria.
Ho usato la numerazione discendente perchè presto, appena potevano, molti
ragazzi raggiungevano parenti o amici in Europa. L'Italia non è mai vista come
terra sulla quale investire, ottima per approdi e lavori stagionali. Così i
poveri rifugiati, quelli che non sono riusciti a scappare in Europa, ed i
poveri migranti che si guadagnano da vivere e sopravvivere fra un permesso di
soggiorno ed un altro, fra un permesso di ricerca lavoro al termine di un altro
(non il permesso di ingresso per ricerca lavoro che vorrebbero le associazioni)
che dura sei mesi e la clandestinità, sono rimasti qui a fronteggiarsi.
Gli operatori dei servizi sociali, ignari di essere così
desiderabili, scoprirono nell'estate 2011 di essere scopo di visita dei
rifugiati. Come abbiano fatto a scovarli fra montagne di pratiche insolute,
ehm, ritardate per scarsità di personale, non si sa, però è certo che oggi
alcuni rifugiati hanno chiesto di essere trasferiti vicino a dei connazionali,
domani sarà una richiesta di cibo più adatto alla propria religione, dopodomani
un bestione di 25 anni, alto un metro e novanta, si lamenterà a gesti (mancano
nel repertorio francese, inglese ed arabo) per la digestione. Un siparietto non
sempre leggero di impiegati che si adoperavano con la prenotazione degli
alberghi, delle associazioni e rifugiati che non trovavano nelle città
amministrazioni interessate a rendere significativa la loro permanenza. Questa
la storia dell'Emergenza Nord Africa: elargizioni sufficienti, ed anche piu', nei confronti delle associazioni che hanno
ospitato i rifugiati, condizioni differenti ma quasi sempre dignitose per loro,
ma nulla di stabilito riguardo alla loro formazione, istruzione,
differenziazione a seconda dei titoli di studio, delle attitudini lavorative,
in molti casi un avvilente parcheggio, con la prospettiva a tutt'oggi chiamata
Emergenza, a due anni e mezzo di distanza. E' di questi giorni la circolare
ministeriale che, dopo l'elargizione di 500 euro a testa per rifugiato come
buonuscita, concede altri 6 mesi per le figure a rischio, i minori, coloro che
non hanno avuto risposta dalla commissione esami per l'accoglimento della
richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato,asilo politico,etc.
Proseguirà senza soluzione di continuità l'emergenza, anche se ha cambiato nome
e non è più mediata dalle regioni? Avremo imparato qualcosa solo sui rapporti
umani, sulla duttilità delle persone e sulla necessità di essere umili? Non
sarebbe neanche poco, se ci fossero istituzioni pubbliche e amministratori
capaci di farne tesoro e metterlo a sistema, ma per tornare all'inizio del
discorso si è perso di vista lo scopo, cioè la giustizia sociale, che si
raggiunge attraverso applicazione delle leggi vigenti ispirate alla
Costituzione Italiana. I cui articoli 2, 3 e 32 assicurano che tutti gli
ostacoli che si frappongono all'affermazione della personalità umana in tutte
le sue espressioni devono e possono essere rimossi, dai singoli e dallo stato.
E' qui che dobbiamo tornare, non più con l'entusiasmo che avevamo a 20 anni, ma
con quello aumentato dei 30 e più che sono passati. Conoscendo i danni che sono
stati arrecati all'applicazione della Costituzione, almeno i più evidenti: il
carrierismo, per cui non si è più ideologici e di sinistra ma ruffiani e spioni
nei confronti dei colleghi, la preminenza del bene dell'amministrazione intesa
come corpo separato dai cittadini, poi diventati sudditi negli ultimi anni, la
gestione dello Stato non più bene comune né pubblico, e gli innumerevoli
vincoli che lo Stato si è dato, dal Patto di Stabilità al Pareggio di Bilancio,
passando, ed anche qui sono palanche, direbbero a Genova, dalla definitiva
abrogazione dell'articolo 11 della Costituzione, “L'Italia ripudia la guerra
come strumento di risoluzione delle controversie internazionali” e non
restituisce due soldati presunti assassini alla meno civile India, per
confermare che le ideologie ed il pacifismo erano delle perdita di tempo. Al
servizio di chi siamo?
Se si volesse continuare, o ricominciare, ci sarebbe ad
esempio “Voci e volti del welfare invisibile”, inchiesta sul lavoro sociale,a
cura di Mariano Bottaccio e Antonio Ferraro, corresponsabili Rifondazione
Comunista, Libera, FISH, CNCA, scritto e raccolto nel 2010.

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