lunedì 18 marzo 2013

AL SERVIZIO DI CHI? di Marcello Pesarini




Circa trenta anni fa, anche prima, si viveva in un'altra era geologica. Non sto parlando di come fosse  verde la mia valle, o di quanto fosse esaltante portare capelli lunghi e minigonne. Dico piuttosto che non voglio fare della nostalgia fine a se stessa. Ma non conosco altri usi utili della nostalgia se non quello di aiutare a farsi forza e convincersi che esista un altro mondo migliore di quello presente, e ricavarne energie per lottare affinchè almeno in parte si torni a stare bene. 


Trenta anni fa, attorno all'approvazione della legge Basaglia, nei primi anni di applicazione del divorzio e dell'aborto, dell'istituzione del sistema sanitario nazionale e dei consultori, schiere di giovani come me si buttarono a capofitto, al termine degli studi o interrompendoli e cambiando strada, nel lavoro sociale, che poteva significare attore di strada o animatore, operatore nelle prime comunità per tossicodipendenti e cooperative sociali che accoglievano, facendoli lavorare o meno, disabili più o meno gravi. Non siamo qui per fare l'elegia di quel periodo, ma solo per mettere in moto dei sentimenti che ci servano per affrontare quanto segue. Insomma, più di una generazione si è occupata di fare stare bene se stessa e i propri vicini, costruendo uno stato sociale parallelo ed alle volte convergente con quello ufficiale, istituzionale, e molte energie sono state spese per inventarsi altri mondi, altre possibilità. Bene o male, ci si è provato.

Oggi io lavoro per scelta ai servizi sociali di una regione, ed ho voluto fare l'esperienza di immettermi nello stesso mondo ma dall'altra parte, cioè nell'istituzione amministrativa. Le vicende sono personali, ma la realtà è politica. Tutto quanto ricordavo è cambiato, soprattutto negli ultimi anni. Fino a pochi anni fa gli immigrati che conoscevo erano interessati a soluzioni lavorative nuove, imprenditoria migrante, sulla quale anche in Italia erano usciti dei progetti pilota. Bandi per aprire un’impresa, tentare un’avventura nelle regioni centrali d’Italia erano e sono ancora il fiore all’occhiello di chi le amministra, maggiormente dei  funzionari piuttosto dei politici. Il welfare inclusivo ha funzionato, ed a volere essere ipercritici è stato come per la classe operaia che, fino ad un certo sviluppo del fordismo, ha avuto i suoi margini rivendicativi, ed ora non si riesce a reinventare una strategia. Ma  la sensazione di inadeguatezza di fronte alla mancanza di prospettive future è uno dei rami del problema, mentre la inutilità delle strutture pubbliche è avvertito in maniera diversa dai lavoratori e dai cittadini. Abituati come eravamo ad affiancare il welfare pubblico, a stimolarlo con nuove idee, con la riconversione dei “marginali”all'opera, vedi cooperative sociali di tipo A e B, a vedere strutture per disabili, scuole professionali di qualifica e riqualifica, macinare energie e produrne di nuove, ora ho la disarmante sensazione di cooperative in passato produttrici di linea politica per comuni e province, ora diventate, assieme o in sostituzione  delle amministrazioni pubbliche, delle agenzie di collocamento che condividono la deregulation dei diritti, dei salari, del prepensionamento.  La Regione Marche, oltre ad essere stata una delle istituzioni alfiere del welfare condiviso col terzo settore, come struttura ha negli ultimi anni risposto alla crisi economica e sociale con l'istituzione di interventi diretti, fondi sociali per licenziati che non abbiano altre risorse per sostenere l'indigenza, e tavoli di riduzione dell'impatto della povertà. Chi scrive non ha sufficienti conoscenze tecniche per poter formulare un giudizio completo, ma la sensazione che mi ha maggiormente colpito è stato il contrasto guerreggiato fra le cooperative, le associazioni più o meno vicine al mondo cattolico, in primis la Caritas, da una parte, e i rappresentanti degli ambiti territoriali sociali dall'altra. Si potrebbe dire semplicisticamente che le istituzioni navigano a vista, e non vogliono troppi disturbi, e che il terzo settore invece lavora, distribuisce beni di consumo, piccoli avviamenti al lavoro, e non vuole sprecare anche il minimo contributo. Di fronte alla necessità di istituire un monitoraggio delle risorse, attraverso i centri ascolto istituiti sul territorio, cresce la sensazione da parte del terzo settore di essere controllato, di fronte a quello che dovrebbe essere una tutela del suo buon operare. Mi è sorto allora un dubbio, che non sono più riuscito a cancellare: che la Chiesa Cattolica, quella con la C maiuscola, si sia rinnovata per l'ennesima volta e non voglia intralci nel distribuire l'elemosina? Attenzione, perchè questi dubbi erano sorti a tanti amministratori di sinistra e comunisti anche negli anni 90 e 2000. La progettazione che nasce dal terzo settore ed espropria le istituzioni rischia di trovarsi sorella, anche se all'interno di una divisione dei compiti,  di movimenti come il grillismo oggi, e la Lega ieri. Quella che erroneamente viene chiamata l'antipolitica, è solo una risposta, neanche tutta da buttare, diversa da quella che una volta davano i comunisti, la sinistra d'amministrazione di Bologna che veniva studiata fino in Svezia.  Fin qui, cercando di vedermi come studioso, utente, amministratore in contemporanea, leggo la continuità nel costruire una pluridemocrazia, incentrata non solo sul governo centrale riconosciuto.

Negare invece il primato della repubblica fondata sul lavoro, sulla accessibilità della cosa pubblica, può essere fatto in varie maniere.  Nel caso dei tavoli della povertà non affrontando la riorganizzazione della società in base ai beni comuni: chiediamoci quale potere avrebbe la Chiesa se decidesse di ripudiare la guerra e la fame, non solo dai pulpiti ma anche con una disobbedienza civile?  Di sicuro molto maggiore delle varie sinistre e dei movimenti di protesta come il movimento a 5 stelle che, pur diretto nel criticare la politica diventata casta, non  vuole sostituire la vecchia con  un'altra politica per paura di essere assimilato.

Ciò detto, gli impiegati dei malfamati uffici si trovano un po' più sensibili verso le tematiche della povertà, dell'handicap, delle famiglie divise, ma molto impreparati di fronte alla rabbia, alla disperazione montanti. Alla frustrazione del “mancato ufficio”, cioè di non avere un ruolo soddisfacente da svolgere, si aggiunge il senso di impotenza di essere il primo livello raggiungibile della protesta popolare, quella che si incanala verso i disservizi, contro i tagli all'assistenza (è di oggi il non mantenimento dell'assistenza H24 ai malati d SLA), anche contro i palliativi consistenti nei bonus per licenziati che non possono usufruire della cassa integrazione. Mancano, da anni ormai, idee nuove, responsabilizzazione di funzionari che conoscono la società e non si accontentano di riprodurla, ma la vogliono modificare. Il centrosinistra ha smesso di investire in questa direzione quando è finita la spinta post-fordista e quella socialdemocratica al suo seguito: la Regione Marche, col suo Piano Socio Assistenziale seguito nel 2000 alla legge 328, Turco Signorino, ne è un esempio nel bene e nel male. Ma ora, assieme all'impossibilità di migliorare il capitalismo globalizzato, non riesce neanche a mantenere le proprie istituzioni. In Italia servirebbe uno slancio rinnovato, del tipo degli “Angeli del fango”del 1966 a Firenze, nel quale la fatica venga tramutata in desiderio di distruggere il fastidio e costruire la convivenza. Invece vivo nel terrore di non essere più capace di rintuzzare le piccole difficoltà, di vederle diventare ostacoli insormontabili e, diventato senza più speranza a causa della contingenza, esplodere contro il primo malcapitato, in una esemplare guerra fra poveri. Siamo, d'altra parte, diventati un paese a due velocità, nel quale la vera casta è costituita da chi ha un ruolo e ne ricava sostentamento, e chi non lo ha e ne ricava isolamento.

Un esempio un po' cinico: siamo nel mondo dell'allungamento forzato della giovinezza, attraverso orribili interventi chirurgici, siamo nel mondo della vita allungata, attraverso accanimenti terapeutici che somigliano più a condanne da Viaggi di Gulliver(il paese dove non si moriva mai), ma siamo anche nel mondo della morte garantita, da Mastrogiovanni a Cucchi, da Aldrovandi a Uva, per chiunque sia un esempio negativo, ma così negativo da cancellarne l'esistenza. Un mondo nel quale non si deve soffrire, o sentire parlare di sofferenza. Ma un mondo nel quale, con una dose di ingenuità più che puerile, si deve rendere invisibile tanta sofferenza, con le armi, con al repressione, con la censura.

Considero il mio terrore la parte più utile e visionaria dell'intervento, ed è per questo che la lego all'invocazione di Giorgio Gaber: in certi momenti, compagni, ributtatemi di qua. Il sociale non è un problema, ma è la risorsa in cui investire: occorre sapere dividere gli sprechi in denaro devoluto agli alti incarichi dei pubblici uffici, quei personaggi che sono irraggiungibili e nello stesso tempo non si curano di far funzionare la macchina perchè non la conoscono a fondo, e non ne vivono il funzionamento tutti i giorni. Sto parlando di un problema che è stato affrontato con difficoltà anche da parte della sinistra comunista negli ultimi anni, forse perchè del vero potere si ha paura, e poca capacità di affrontarlo, e in questi casi si diventa complici. Ho definito molte volte gli aspetti sopra descritti come parte della “presa del potere” nei tempi moderni, negli anni della democrazia borghese, e tutt'ora ne rappresentano parte. Ovviamente sto usando una metafora, ma mi sembra che anche nel campo del welfare, che è poi una delle spinte motrici di un sistema, si eviti spesso di soffermarci sul peso che esso abbia nel cambiare sistema.







Al servizio parte II

Ci siamo arrivati: il 6 marzo 2013 un imprenditore ridotto ai minimi termini nella sua capacità di produrre e riprodurre lavoro incolpa la Regione Umbria per il mancato rilascio dell’accreditamento alla sua azienda formativa, impedimento che l’avrebbe ridotto sul lastrico, va negli uffici ed uccide due impiegate, poi si toglie la vita. Per molti di noi una morte annunciata, che va analizzata per ridurne la riproposizione.

Proviamo ad utilizzare la rabbia e la paura come le percepiamo da alcuni anni a questa parte. Io ho vissuto due frontiere, la prima quando non lavoravo ai Servizi Sociali nel 2008, ed è stata la Grande Bolla Immobiliare, poi trasferitasi alla Crisi Finanziaria, la seconda quando ero invece arruolato, ed è stata la Emergenza Nord Africa nel 2011. Le potremmo anche collegare grazie ad una sana analisi marxiana, come successivi eventi della crisi della globalizzazione. Certamente con l’esplosione degli investimenti e delle speculazioni che caddero nel nulla iniziarono ad affacciarsi i grandi poveri, più numerosi e sistemici dei primi. Ed ecco un breve excursus sugli strumenti nelle nostre mani, analizzate con quello che gli inglesi chiamano “common sense” ed una volta, senza essere politically correct, era chiamata la “sapienza del popolino”. La pubblica amministrazione italiana vive a cavallo fra i faldoni polverosi e i personal computers abbastanza funzionali, al cui uso ormai l’80-90% dei dipendenti è abilitato. Vive degli interventi descritti nella prima parte dell'articolo, che ora cercherò di descrivere in maniera sistematica. I principali produttori di interventi, a livello regionale e provinciale, sono i settori della Formazione e dei Servizi Sociali. Sono stati accolti molti dei suggerimenti degli anni 80, “Un amo nutrirà tutti i giorni, un pesce un giorno solo”, nel campo dell'aggiornamento dei lavoratori espulsi dal mondo produttivo, nel campo della concessione di finanziamenti non simili al microcredito ma influenzati dallo stesso. Ma come sarà possibile rompere l'accerchiamento della globalizzazione dando fiato all'esternalizzazione dei saperi e delle braccia? La Regione Marche ha investito nella cooperazione internazionale e nell'esternalizzazione da molti anni, in parallelo e di concerto con la chiusura di fabbriche d'eccellenza nella nostra regione, trasformando strutture ed operai in eccedenza. Con la caduta del potere contrattuale dei sindacati e dei lavoratori autorganizzati si sono allargati i margini di manovra del capitale, quello grande, capace di far crescere una città e deperire un'altra. Molti interventi che potevano dare alle Marche una direzione di resistenza e di ricostruzione sono giunti alla soglia dell'inutilità, ma giudicare queste dinamiche richiederebbe una preparazione che non ci è data. Soffermiamoci sulle ricadute nei rapporti di lavoro e con l'utenza, che da soli possono dare più di un campanello d'allarme. La lettura del dolore non lo può curare, ma guai a non prenderla in considerazione.

I colleghi ed io stesso siamo ormai attrezzati all'utilizzo di internet, copiamo ed incolliamo testi, parti, schemi, abbiamo ormai imparato a risparmiare sulla stampa continua della carta. Vorrei allora sapere perchè, quando si scatena la rincorsa ai pagamenti che, è nostro compito, dobbiamo liquidare ai nostri clienti, soprattutto gli Enti Locali, ci vengono forniti segretissimi tabulati fotocopiati molto male, con numeri importantissimi scritti a mano, e riprodotti a dimensioni infime. Il potere finanziario va difeso e ribadito di fronte al popolo questuante, e penso che presto passeremo ai telefoni che gracchiano da una parte sola, quella di chi ci da gli ordini, mentre costoro ci sentono benissimo quando protestiamo o li malediciamo. So di ricordare molto il buon Fantozzi quando veniva confinato in un sottoscala, ma così è. I lievi accenni alla capacità che hanno i dirigenti, specialmente quelli alti, nel dissimularsi e svanire, vanno a braccetto con il “Divide et impera” che affiora ormai non troppo velatamente negli uffici.

Il 6 marzo ce lo ricorderemo a lungo, ma cerchiamo di dividere paura da autotutela. Paura è quella di alcuni colleghi che, viste le numerose visite che ci hanno raggiunto negli ultimi anni, hanno chiesto con forza la guardia giurata nel nostro palazzo. Autotutela quella di chi si è chiesto perchè una persona dichiarata psicolabile, come il defunto attentatore di Perugia, avesse il porto d'armi. Io mi sono chiesto perchè lo debbano avere tutti coloro che non sono forze di Polizia, Guardia di Finanza, Carabinieri ed esercito, sperando di essermeli ricordati tutti. Poi nella riunione di piano, circa 25 dipendenti, abbiamo puntato molto sul codice di comportamento collettivo: pur non essendo psicologi, molti di noi sono stati assistenti sociali, altri sono solo motivati ed abituati, però tutti concordiamo sulle risposte verbali o per email che tendano a allentare la tensione. Le visite, o le telefonate, come dicevo si sono fatte frequenti.

La Emergenza Nord Africa non è stata affrontata come sarebbe stato logico, dai Servizi Sociali, ma il Governo l'ha assegnata alla protezione Civile, in modo da avvalorare il termine Emergenza. Poi però il rapporto con le strutture d'accoglienza, gli albergatori, le associazioni, le cooperative, l'hanno tenuto i Servizi Sociali della Regione. In tutto sono stati trattenuti nelle Marche dai 700 ai 500 rifugiati, provenienti principalmente dalla Libia, ossia lavoratori in Libia provenienti da Mali, Darfur, Sudan, Niger, Nigeria. Ho usato la numerazione discendente perchè presto, appena potevano, molti ragazzi raggiungevano parenti o amici in Europa. L'Italia non è mai vista come terra sulla quale investire, ottima per approdi e lavori stagionali. Così i poveri rifugiati, quelli che non sono riusciti a scappare in Europa, ed i poveri migranti che si guadagnano da vivere e sopravvivere fra un permesso di soggiorno ed un altro, fra un permesso di ricerca lavoro al termine di un altro (non il permesso di ingresso per ricerca lavoro che vorrebbero le associazioni) che dura sei mesi e la clandestinità, sono rimasti qui a fronteggiarsi.

Gli operatori dei servizi sociali, ignari di essere così desiderabili, scoprirono nell'estate 2011 di essere scopo di visita dei rifugiati. Come abbiano fatto a scovarli fra montagne di pratiche insolute, ehm, ritardate per scarsità di personale, non si sa, però è certo che oggi alcuni rifugiati hanno chiesto di essere trasferiti vicino a dei connazionali, domani sarà una richiesta di cibo più adatto alla propria religione, dopodomani un bestione di 25 anni, alto un metro e novanta, si lamenterà a gesti (mancano nel repertorio francese, inglese ed arabo) per la digestione. Un siparietto non sempre leggero di impiegati che si adoperavano con la prenotazione degli alberghi, delle associazioni e rifugiati che non trovavano nelle città amministrazioni interessate a rendere significativa la loro permanenza. Questa la storia dell'Emergenza Nord Africa: elargizioni sufficienti, ed anche piu',  nei confronti delle associazioni che hanno ospitato i rifugiati, condizioni differenti ma quasi sempre dignitose per loro, ma nulla di stabilito riguardo alla loro formazione, istruzione, differenziazione a seconda dei titoli di studio, delle attitudini lavorative, in molti casi un avvilente parcheggio, con la prospettiva a tutt'oggi chiamata Emergenza, a due anni e mezzo di distanza. E' di questi giorni la circolare ministeriale che, dopo l'elargizione di 500 euro a testa per rifugiato come buonuscita, concede altri 6 mesi per le figure a rischio, i minori, coloro che non hanno avuto risposta dalla commissione esami per l'accoglimento della richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato,asilo politico,etc. Proseguirà senza soluzione di continuità l'emergenza, anche se ha cambiato nome e non è più mediata dalle regioni? Avremo imparato qualcosa solo sui rapporti umani, sulla duttilità delle persone e sulla necessità di essere umili? Non sarebbe neanche poco, se ci fossero istituzioni pubbliche e amministratori capaci di farne tesoro e metterlo a sistema, ma per tornare all'inizio del discorso si è perso di vista lo scopo, cioè la giustizia sociale, che si raggiunge attraverso applicazione delle leggi vigenti ispirate alla Costituzione Italiana. I cui articoli 2, 3 e 32 assicurano che tutti gli ostacoli che si frappongono all'affermazione della personalità umana in tutte le sue espressioni devono e possono essere rimossi, dai singoli e dallo stato. E' qui che dobbiamo tornare, non più con l'entusiasmo che avevamo a 20 anni, ma con quello aumentato dei 30 e più che sono passati. Conoscendo i danni che sono stati arrecati all'applicazione della Costituzione, almeno i più evidenti: il carrierismo, per cui non si è più ideologici e di sinistra ma ruffiani e spioni nei confronti dei colleghi, la preminenza del bene dell'amministrazione intesa come corpo separato dai cittadini, poi diventati sudditi negli ultimi anni, la gestione dello Stato non più bene comune né pubblico, e gli innumerevoli vincoli che lo Stato si è dato, dal Patto di Stabilità al Pareggio di Bilancio, passando, ed anche qui sono palanche, direbbero a Genova, dalla definitiva abrogazione dell'articolo 11 della Costituzione, “L'Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali” e non restituisce due soldati presunti assassini alla meno civile India, per confermare che le ideologie ed il pacifismo erano delle perdita di tempo. Al servizio di chi siamo?

Se si volesse continuare, o ricominciare, ci sarebbe ad esempio “Voci e volti del welfare invisibile”, inchiesta sul lavoro sociale,a cura di Mariano Bottaccio e Antonio Ferraro, corresponsabili Rifondazione Comunista, Libera, FISH, CNCA, scritto e raccolto nel 2010.


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