venerdì 15 marzo 2013

DIARIO POLITICO di Giovanni Lamagna

dal sito: gesuiti.it





lunedì 25 febbraio 2013

Vedo un paese diviso grosso modo in tre parti:




1     Una parte è costituita da chi pensa solo ai cazzi suoi, imbroglione, traffichino, egoista, individualista o, nella migliore delle ipotesi, da chi è così ignorante e imbecille da votare contro i suoi stessi interessi di classe o di ceto; è l’Italia di Berlusconi, che costituisce uno zoccolo (anzi “una zoccola”) duro(a), evidentemente non scalfibile, di questo paese;

2     Un’altra parte è costituita da coloro, che sono disgustati dalla volgarità e dagli egoismi estremi della prima parte, ma, essendo piuttosto garantiti (almeno finora lo sono stati), pensano che questa società non abbia bisogno di grossi rivolgimenti sociali, ma solo di qualche aggiustamento e che in fondo i prezzi più cari di questi aggiustamenti li dobbiamo pagare tutti noi (quindi, non solo quelli che “hanno” realmente, ma anche loro, meglio se solo quelli che stanno sotto di loro), perché (tutti; non solo quelli che in questi anni hanno accumulato veramente, ma anche loro e perfino quelli che stanno sotto di loro e che non posseggono praticamente niente) abbiamo campato al di sopra delle nostre possibilità; è questo quello che ci vuole far credere un certo ceto politico, che va da Monti al PD, al quale si è irresponsabilmente (e incomprensibilmente) legato anche Vendola; e a questo ceto politico ha dato ottusamente fiducia questa seconda parte del popolo italiano (facendo un ragionamento e una scelta che sono tipici del ceto medio: servili verso i potenti, masochisti verso se stessi e sadici verso i deboli); per ritrovarsi minoranza anche dopo i disastri che aveva combinato in tutti questi anni Berlusconi; ed oggi, di fronte a questo risultato elettorale, non riesce a credere ai suoi occhi, non ha parole, è tramortita, stordita, incredula;

3     La terza parte è costituita da tutti quegli italiani che non ne possono più della prima, ma non riconoscono nessuna credibilità neanche al ceto politico in cui si riconosce la seconda; è costituita (se non in toto, almeno in buona parte) da tutti coloro che, non essendo garantiti, non hanno niente da perdere ed hanno il sangue agli occhi; forse (anzi, sicuramente) non hanno le soluzioni in tasca, ma sentono (forse confusamente, ma altrettanto istintivamente) che le soluzioni non sono neanche quelle che propongono gli altri; vengono definiti populisti e qualunquisti e (forse) lo sono; ma su una cosa, secondo me, hanno una sacrosanta ragione: oggi c’è bisogno di un’alternativa radicale al sistema politico nel suo complesso: dalla cosiddetta Destra estrema di Storace alla Sinistra cosiddetta radicale di Ingroia. E per questo hanno votato chi almeno gli dava il sogno o l’illusione (se non la speranza concreta) di questa alternativa. Hanno votato il “tutti a casa!” (la casa delle istituzioni pubbliche), anche senza sapere bene chi avrebbero mandato ad abitare in questa casa. Tra la morta gora, in cui stavano affondando ( e morendo) le istituzioni, e il rischio di mandare le istituzioni nel caos, hanno preferito il secondo. Scelta opinabile, ma che non si può certo liquidare, con troppa faciloneria, come               incomprensibile o folle.



martedì 12 marzo 2013

Un commento un po’ più freddo e pensato sul voto del 24/25 febbraio scorso.

-        Il PDL perde sei milioni di voti rispetto al 2008; la Lega quasi dimezza i suoi consensi.

-        Il PD perde più di tre milioni di elettori rispetto al 2008; SEL si attesta su un misero 3%.

-        Il Movimento 5 Stelle, per la prima volta presente in elezioni politiche, raggiunge il 25% dei voti.

-        La destra (perché di tale si tratta: abituiamoci a chiamare le cose col loro nome) di Monti, Casini e Fini, si ferma alla soglia del 10%; molto lontana dal livello raggiunto dagli altri grandi tre blocchi di elettorato.

-        La lista rosso/arancione “Rivoluzione civile” ottiene un risultato addirittura inferiore a quello della Sinistra Arcobaleno di cinque anni fa.

-        Non è vero, dunque, che ci sia stata una rimonta del PDL, rispetto al PD, né tanto meno della coalizione di centrodestra, rispetto a quella di centrosinistra: c’è stato solo un significativo recupero del PDL rispetto ai sondaggi iniziali della campagna elettorale, che gli pronosticavano un risultato addirittura inferiore al 20%; questo vuol dire due cose: 1) che Berlusconi è stato punito (eccome!) dal suo elettorato di cinque anni fa; 2) che c’è uno zoccolo duro che voterebbe PDL (anzi Berlusconi), anche se questi gli ammazzassero la madre.

-        Il vero, grande sconfitto di queste elezioni è il PD; e con esso la coalizione di cui il PD era perno, che rispetto a quella omologa del 2008 perde quasi cinque punti; quindi uno sconfitto di queste elezioni è anche Vendola.

-        La “destra” di Monti, Casini e Fini sottrae qualche voto alla destra di Berlusconi (e, forse, anche al PD) ma, tutto sommato, non sfonda, come era nelle sue speranze ed auspici, oltre che nei pronostici di molti.

-        Il vero vincitore di queste elezioni è, dunque, il Movimento 5 Stelle di Grillo, che supera ampiamente le previsioni dei sondaggi (anche quelli più favorevoli) e diventa il primo partito italiano (almeno tra l’elettorato meno anziano).

-        La sinistra, l’unica sinistra rimasta in qualche modo nella società, (e che è, forse, improprio chiamare “radicale”, per distinguerla da un’altra sinistra più moderata, perché questa sinistra moderata semplicemente non esiste), scompare praticamente dalla scena politica.

-        Una larga parte di elettorato, che nel 2008 aveva votato Berlusconi, questa volta (dopo le malefatte politiche e private del vecchio leader) non lo ha rivotato. Segno (niente affatto da sottovalutare) che i dissesti politici e morali del “Berlusconismo” hanno pesato (eccome!) nel giudizio degli elettori; segno che l’elettorato italiano non è affatto rigido, come si propende a pensare, ma, sotto il peso di fatti eclatanti, è disposto a (e capace) di mettere in discussione le sue idee e il suo orientamento politico di fondo.

-        La mia impressione è che questo elettorato si sia disperso in varie direzioni: una parte ha votato l’altra “destra”, quella di Monti; una parte ha votato Grillo; una parte si è astenuta.

-        Il PD paga il prezzo di non essere riuscito ad offrire agli elettori una vera, nitida immagine alternativa, sia nelle scelte di contenuto che in quelle di forma e di metodo, né alla destra di Berlusconi, né a quella di Monti (di cui, anzi, cercava l’alleanza); il PD ha mantenuto il consenso dell’elettorato moderato, che vota un po’ per affezione (quelli del vecchio PCI, che non si rendono conto che il PD è oramai tutt’altra cosa da quella storia), un po’ per contrastare il “pericolo Berlusconi”, un po’ perché non avverte (ancora) troppo i morsi duri della crisi; il PD è oramai il vero partito del ceto medio italiano, con i suoi lati positivi e i suoi (molti) lati negativi.

-        SEL paga il prezzo di essersi accodata al carro del PD; paga il prezzo di una linea politica parolaia, roboante nelle dichiarazioni, ma poco credibile nelle pratiche, massimalista nei contenuti, ma contraddittoria nelle alleanze (mai con Monti; ma alleati strenui del PD, che ogni giorno diceva di voler l’intesa con Monti).

-        Grillo ha raccolto, anzi monopolizzato il malcontento (in molti casi, la vera e propria rabbia) di una grande parte del popolo italiano; quella che non si riconosceva (più) in Berlusconi e nella Lega; ma anche di quella che non si riconosceva in Monti e nelle sue politiche di austerità; e perfino di quella che non vedeva più nel PD e, manco, in SEL e, addirittura, manco nella vecchia “sinistra radicale” un’alternativa credibile ai primi due.

-        Il fenomeno Grillo (io penso) è un fenomeno complesso, che non va né esaltato, quasi come se fosse “il soggetto politico nuovo”, di cui la società italiana ha un’oggettiva esigenza (e, forse, una necessità), né demonizzato con giudizi troppo lapidari e liquidatori, quasi come se fosse la riedizione in forme nuove del vecchio autoritarismo fascista.

-        Io credo che il “grillismo” sia un fenomeno per sua natura ambivalente, con caratteristiche positive e altre meno positive o, addirittura, negative. Al momento, ritengo sia un fenomeno che segnali più “il cosa non si vuole” che “il cosa si vuole”, più la protesta (sacrosanta!) che la proposta (altrettanto necessaria).

-        Da questo punto di vista ritengo che quest’area ampia, molto ampia di elettorato (attenzione: l’elettorato e non Grillo, come leader; e neanche i militanti del suo movimento; almeno non tutti), assieme a quella, anch’essa abbastanza ampia, di coloro che non sono andati a votare, per sfiducia verso tutte le attuali offerte del mercato politico, debba essere da oggi in poi il punto di riferimento privilegiato per chi (come me) voglia provare a lavorare (assieme, si spera, a tanti altri) alla ricostruzione di una qualche forma di soggettività politica realmente progressista e  alternativa allo “stato di cose esistente”. Non certo per appiattirsi su di essa, come se fosse l’area nella quale riconoscersi pienamente. Ma per svolgervi un ruolo politico autonomo, di discernimento di ciò che è progressivo (da valorizzare e potenziare) da ciò che è regressivo (da combattere e depotenziare). Perché all’interno di quest’area (che non a caso si definisce “né di destra né di sinistra”) possa rinascere (in forme del tutto nuove e inedite, rispetto a quelle che abbiamo storicamente conosciuto, e, perciò, forse più credibili) quella sinistra che attualmente è del tutto scomparsa dallo scenario politico italiano.

-        Ritengo perciò che non abbia senso (perché di nessuna utilità) continuare ad attardarsi in tentativi (a dire il vero un po’ patetici) di tenere in vita, con comportamenti e scelte che saprebbero di “accanimento terapeutico”, un qualcosa che, forse, era nato già morto. Mi riferisco all’intenzione, manifestata da Antonio Ingroia e condivisa da qualche nostro compagno di strada degli ultimi mesi, di continuare con l’esperienza di “Rivoluzione Civile”.

-        Rivoluzione Civile è stata il tentativo un po’ maldestro (a posteriori potremmo dire l’illusione ) di far rinascere la sinistra italiana attorno a ciò che restava di un ceto politico in disarmo e in ritirata, prestandogli la faccia nuova (all’agone politico) e pulita di Ingroia e di (pochi) altri esponenti della società civile progressista. Tale tentativo si è rivelato fallimentare, perché tardivo, raccogliticcio, improvvisato, quasi disperato e, quindi, almeno per alcuni, opportunistico. E, perciò, non credibile.

-        Io ritengo che questo risultato elettorale abbia almeno questo merito: di avere emesso un giudizio inappellabile, definitivo, neanche minimamente consolatorio e perciò chiarissimo sulla vicenda della sinistra italiana, che sarebbe miope e, forse, addirittura stolto ostinarsi a ignorare o non vedere.

-        Io ritengo che la sinistra italiana, se vorrà davvero provare a rinascere, non dovrà attardarsi a rimettere su le proprie macerie, ma dovrà pensare a luoghi nuovi su cui edificare, con progetti, materiali e personale di lavoro completamente nuovi. E credo che il terreno su cui provare a ricostruire debba essere lo stesso in cui è nato, si è formato ed è cresciuto il Movimento 5 Stelle. Consapevole che questo terreno non è un terreno solido, che è un terreno da prosciugare, bonificare, consolidare, per poterci costruire sopra. Ma allo stesso tempo consapevole che, forse, un tale terreno non ha in questo momento alternative. Si tratta di stare in un crogiolo, anzi in un altoforno, in cui dovremo provare a essere allo stesso tempo il ferro da fondere e da plasmare e le macchine e gli operai che lo plasmano. Bisognerà imparare a  fondere e plasmare noi stessi per uscirne diversi da come ci saremo entrati.

-        L’esito elettorale di Rivoluzione Civile ha significato anche una sorta di sondaggio, di verifica e valutazione, a quasi due anni di distanza dal suo insediamento, per la giunta De Magistris. E tale verifica e valutazione non sono state certo positive. Anzi sono state decisamente negative. Adesso il sindaco, in maniera maldestra, prova a negare che il risultato elettorale possa essere letto anche in questa chiave. Almeno per la nostra città. Ma in questo è contraddetto anche da alcuni degli uomini che finora gli sono stati più vicini (come D’Angelo e Vasquez). De Magistris prova anche a negare (in questo in maniera addirittura un po’ vile) sue responsabilità dirette e importanti nella sconfitta, quasi che, se a capeggiare la lista ci fosse stato lui anziché Ingroia, si sarebbe vinto e non perso. Tali prese di posizione rivelano, a mio avviso in maniera definitiva e inequivocabile (ammesso che ce ne fosse stato ancora bisogno), i limiti antropologici, prima che politici, del personaggio. Vorrei sbagliarmi, ma temo che queste elezioni abbiano sanzionato anche l’inizio della fine (se non proprio la fine) di un’esperienza  politica e amministrativa nata con ben altre prospettive e ambizioni.





giovedì 14 marzo 2013



Ieri sera fumata bianca…Hanno eletto il nuovo Papa…è un argentino: il cardinale Bergoglio…gesuita… Si chiamerà Francesco…

La mia prima impressione (di pelle, ovviamente, perché non ho elementi sufficienti di conoscenza per esprimere una valutazione più profonda) non è positiva.

Perché?

Innanzitutto per una ragione legata alla fisiognomica…Il nuovo Papa non ha un bel viso…non ha cioè un viso e un portamento molto spirituali…alla Martini, tanto per intenderci…

Seconda ragione: apparendo al balcone della basilica di S. Pietro e parlando alla folla che riempiva la piazza, ha fatto un discorsetto piuttosto banale…non mi pare all’altezza del ruolo…di chi da oggi è a capo della Chiesa Cattolica (cioè Universale)…

Due fatti, però, entrambi positivi, contrastano con questa prima impressione (di pelle) negativa…

1) la scelta di chiamarsi Francesco…che sembra una chiara indicazione programmatica…nel senso di una Chiesa più povera…o, almeno, più sobria…quindi, più vicina alle istanze degli ultimi…

2) ho sentito raccontare episodi della sua vita (tipo il fatto che si è mosso finora in metropolitana o con gli autobus e che a Buenos Aires abitava in un piccolo e comune appartamento…) che me lo fanno apparire come una persona semplice e incline al distacco dai beni materiali…

L’impressione di fondo, però, resta negativa: oggi, di questi tempi, la spiritualità non gode di buona salute nella Chiesa…specie all’interno delle sue gerarchie…

p. s. A pensarci, però, c’è stato un momento che mi è piaciuto della cerimonia di ieri sera. C’è stato quando il nuovo Papa ha invitato tutta la piazza (riempita da alcune decine di migliaia di fedeli) a raccogliersi in silenzio e in preghiera, invocando la benedizione di Dio su di lui. Questo è stato un bel momento! Di toccante e intensa spiritualità!

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