Quanti si sono ostinati a sostenere, in particolare dopo la
fine della divisione del mondo in blocchi e l’affermazione di una sola
superpotenza, che la “storia non fosse finita” e che il mondo “non fosse
piatto” come aveva scritto, sul New York Times, Thomas Friedman, possono oggi
ragionare con qualche argomento in più a loro disposizione.
Prendo spunto da un intervento di Danilo Taino, apparso
sulla “Lettura” del “Corriere della Sera” dello scorso 3 Marzo che indica, testualmente:
“ La globalizzazione sta tornando indietro. Si è fermata nel 2007 e da allora
ha iniziato una marcia a ritroso, non per le proteste dei sindacati, non per le
manifestazioni No Global, non per il buon sapore del chilometro zero. Perché il
vento che le gonfiava le vele ha cambiato direzione nella finanza, nei
commerci, nelle scelte delle aziende, ma anche nelle istituzioni, nella
politica e, soprattutto, nelle idee che danno forma al mondo”.
E ancora si pone il problema: “ Per alcuni è un bene. Più
probabilmente è un pericolo”.
Dal mio punto di vista la questione però sta da tutt’altra
parte: cosa lascia in eredità il ventennio della globalizzazione selvaggia?
Se sta diminuendo il volume degli scambi del commercio
internazionale e il processo di democratizzazione degli Stati sta incontrando
difficoltà, almeno secondo le valutazioni di Freedom House, dopo decenni di
espansione misurati soprattutto con l’acquisizione della libertà nel diritto di
voto, di converso alcuni fattori resteranno incontrovertibili: primo fra tutti,
in assoluto, la nuova capacità di connessione tra le diverse parti del Pianeta,
sia dal punto di vista della possibilità di spostamento delle persone (i
viaggi, nel corso degli ultimi vent’anni, si sono decuplicati almeno sotto l’aspetto
quantitativo globale) e di velocità e pervasività della comunicazione,
attraverso la definitiva affermazione di Internet.
Ma qualcosa si è rotto, da questo punto di vista, fino a far
parlare di rottura della cosiddetta “catena globale della fornitura” e dalla
fine dell’attrattività del cosiddetto “offshoring”: la convenienza cioè di
spedire fabbriche e posti di lavoro in quello che è stato il Terzo Mondo.
Il G7 svoltosi alcune settimane fa, ha dovuto discutere di
possibili guerre valutarie, intese come mezzi per abbassare il valore di una
moneta allo scopo di favorire le esportazioni. Mercantilismo valutario,
insomma, quasi ci trovassimo negli anni’30 del XX secolo.
Quale eredità lascia, allora, questo ventennio ruggente?
La prima è quella del cosiddetto “ritorno alla Geografia”:
l’idea dell’inesorabile dismissione del concetto di “Stato. Nazione” ha subito,
almeno a mio giudizio, un fiero colpo. Un superamento che, come nel caso
dell’Unione Europea potrà avvenire con maggiore gradualità, ma verso un soggetto
“politico”, non semplicemente dominato dalla logica della finanza.
La seconda è quella di una difficoltà evidente, nell’insieme
delle relazioni economiche internazionali, del cosiddetto “multilateralismo”
(cioè la stipula di accordi generali aperti a tutti i paesi su basi paritarie),
tanto è vero che lo stesso Obama, attraverso una proposta di apertura di
negoziati per una zona transatlantica di libero scambio, pare muoversi in una
logica di ritorno alla “bilateralità” tra Stati Uniti ed Europa.
La terza, maggiormente significativa, è quella che segnala
nel suo ultimo libro “ Il prezzo della diseguaglianza” il Premio Nobel Joseph
Stilgitz, che sostiene come il divario tra ciò che i nostri sistemi economici e
politici dovrebbero fare – e ciò che hanno fatto credere che facessero – e ciò
che effettivamente fanno è diventato troppo ampio per poterlo ignorare.
E aggiunge: “ I governi del mondo non stavano affrontando
problemi economici cruciali come la persistente disoccupazione e, mentre i
valori universali dell’equità venivano sacrificati all’avidità di pochi,
nonostante la retorica del contrario, il senso di ingiustizia si è trasformato
nella sensazione di essere stati traditi”.
Una situazione che, sempre secondo Stilgitz, può mettere a
rischio la democrazia in molte parti del mondo.
La ricetta secondo Stilgitz è quella di “domare e temperare
i mercati”: il suo modello, sostanzialmente il New Deal (di cui fa l’esempio
citando l’istituzione della Social Security, la crescita dell’occupazione
attraverso l’intervento pubblico in economia e il minimo salariale).
E chiude dicendo che tocca, insieme, a politica e a economia
fare qualcosa.
Tutto questo prezioso materiale fornisce alcune indicazioni
di fondo.
La prima è quella che, all’interno della crescita delle
diseguaglianze così come indicato da Stilgitz, ci sta tutto intero quel
concetto di “ricollocazione di classe” che, a dispetto dell’effettivo
sfrangiamento sociale verificatosi nel corso degli ultimi decenni con la fine
dell’industria ad altissima concentrazione di capitale e di manodopera, è il
prodotto più tangibile della crisi.
La seconda è che, come ha scritto Nadia Urbinati, l’era
della controffensiva capitalistica ha prodotti guasti rilevantissimi sul
processo democratico.
Nel provincialismo del dibattito politico italiano sono
stati introdotti elementi che appaiono, in questo momento dominanti e che
vanno, invece, contrastati proprio in nome di una nuova modernità: il primo è
quello della cosiddetta “decrescita felice” che, davvero, in queste condizioni
appare foriera di ulteriori passi nel disastro. E’ il caso, invece, di pensare
a nuove condizioni dello sviluppo e “nello sviluppo” tenendo conto del
riproporsi di condizioni geo – politiche di cui si pensava il totale
superamento (si sono riedificati i confini, recita l’occhiello del già citato
articolo di Taino).
Il secondo riguarda la cosiddetta “qualità dell’agire
politico”: una così forte tendenza alla ricollocazione di “classe” quale vero e
proprio fenomeno di massa e la contemporanea crisi del rapporto tra capitalismo
e democrazia, non impone soltanto il pensiero “lungo” di un superamento del
sistema (pensiero che va comunque mantenuto quale punto di riferimento
essenziale, nell’idea non abbandonabile di una società superiore composta da
liberi ed eguali), ma anche della presentazione immediata e della proposta di
affermazione, qui e ora – almeno a livello europeo – di una politica fondata
sulla mediazione sociale di grandi corpi intermedi posti sia sul piano sociale,
sia sul piano politico.
Si tratta di quella che avevo cercato di definire, tempo
addietro, la “centralità della sovrastruttura politica”: la sola strada per
riaprire il confronto con quell’idea di riduzione nel rapporto tra politica e
società che è stato alla base del mutare progressivo nel rapporto tra politica
e domanda sociale, fino a costruire le condizioni per una separatezza
reciproca, proprio nel senso che il testo di Stilgitz indica come assolutamente
deleteria e da combattere.
Esiste, infine, e non può essere dimenticato il piano
culturale, da affrontare fondamentalmente chiudendo l’era descritta da Naomi
Klein nel suo best-seller “No Logo” (1999) “la gioventù della classe media di
tutto il mondo sembra passare la propria vita come se fosse in un universo
parallelo”.
Serve l’internazionalizzazione nel confronto delle idee, non
la globalizzazione dei comportamenti legati a un unico modello: forse è proprio
da questo punto che possiamo ripartire con quelle idee di rivolta che come
recitava una canzone del ’68 “non sono mai morte”.

1 commento:
In Europa tutto è andato bene sino a quando non hanno fatto il "colpaccio" quello della moneta unica che va a perfeziponarsi con lo scippo delle sovranità nazionali delgi stati membri. Ma il golpe dei potentati eurocratici con cui la torika è compromessa stà subendo delle preoccupanti interruzioni dovute al "disturbo" degli (scomodi) inquilini, cioè dei detentori delle sovranità, cioè dei POPOLI EUROPEI i quali iniziano a capire come la chimera dell'"Europa dei Popoli" fosse solo un esca per realizzar equella delle banche, strettamente connessa con gli interessi biechi della finanza internazionale. Nel nostro caso di quella finanza con i suoi metodi de-regolati (grazie a bonanima di Reagan) che arriva sino all'altra sponda dell'Oceano.
Ora che è chiaro quali siano le controindicazioni del farmaco che , per esempio, è stato somministrato con dosi da cavallo al povero popolo greco, anche altri paesi stanno manifestnado cenni di insofferenza a questa mortale cura. L'Inghilterra ha intenzione di indire un referendum sull'Euro. L'Italia (grazie all'unico che ha il coraggio di ribellarsi) potrebbe arrivare alla stessa decisione, essendosi così espresso il M5S relativamente alla moneta e ai trattati che ci stanno inchiodando (il debito pubblico ha passato i 2.000 miliardi anche grazie alla rata del mutuo che abbiamo dovuto pagare ocn l'adesione al M.E.S. (125 miliardi in tre anni...).
Quindo, come popolano, cittadino e mente pensante, tenendo conto che eminenti economisti mondiali tra cui mpolti premi Nobel si sono già esaustivament espressi circa queste disastrose politiche eurocratiche (Krugman, Fitoussi e altri)mi sento abbastanza convinto nel dichiararmi assolutamente contrario alla globalizzazione, all'europa delle banmche fatta ad usao e consumo del consolidamento dei teutonici, della filiera lunga alimentare, dell'importazione dei modelli falliti capitalistici d'oltre oceano e molto altro. Non voglio cadere nella trappola della modernità laddove questa si riduca ad essere solo un modo elegant eper far ingreassare i rosei e paffuti membri della SPECTRE a discapito delle sofferenze del popolo.
NOn ci stò, anche se a sinistr ail sgno Europeo non è stato ancora accantonato, NON SONO CONVINTO, e fareste bene a pensarci anche voi...
Preferisco mangiare pane e cipolla, da uomo libero, seduto in un teccio davanti alla stuifa a legna, piuttosto che un bell'hot dog in un monolocale di 8 m2 in condominio scaldato dal gas russo.
Grazie, sarà per un altra volta.. :-)
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