► Si sono svolte finalmente
le elezioni politiche: i maggiori partiti, quale che sia stato il risultato
finale, hanno perduto – in modo differenziato – milioni di voti; la “nuova”
formazione guidata da Monti non ha sfondato; il movimento di Ingroia non ha
superato nemmeno la soglia per entrare in Parlamento; c’è stata una forte
crescita del movimento di Grillo.
Il quadro finale si può
sintetizzare in un rischio: quello dell’ingovernabilità
Nella news precedente avevo
espresso soddisfazione per la fine di una campagna elettorale deludente e
noiosa; e concludevo esprimendo la speranza di una “svolta”, di cui il Paese ha
bisogno.
La svolta c'è stata, ma anche a
causa di una legge elettorale perversa, e nonostante alcuni aspetti meritevoli
di interesse ed attenzione , stenterei alquanto a definirla come positiva.
Non è qui il caso di analizzare
i risultati del voto, anche perché non è un compito che spetta a noi. Possiamo
esprimere solo alcune valutazioni complessive, di carattere generale, rilevando
che: i maggiori partiti, quale che sia stato il risultato finale, hanno perduto
– in modo differenziato – milioni di voti; la “nuova” formazione guidata da
Monti non ha sfondato; il movimento di Ingroia non ha superato nemmeno la
soglia per entrare in Parlamento; c’è stata una forte crescita del movimento di
Grillo. Il quadro finale si può sintetizzare in un rischio: quello
dell’ingovernabilità.
A che cosa sia dovuto questo
tsunami, è facilmente individuabile, al di là delle mille dissertazioni ed
analisi che si stanno svolgendo sul tema. Il Paese è percorso da un desiderio
di cambiamento, è tormentato dalla situazione economica e sociale, che ha
assunto connotati di particolare gravità, e va alla ricerca di soluzioni
chiare, soprattutto quando riguardano la contestazione di ciò che si è fatto
finora, con risultati più che deludenti, anche se poi sono incerte e complesse
le previsioni per quanto riguarda il futuro.
Di questi “umori” è evidente
che lo stesso centro-sinistra non è riuscito a coglierne se non una parte,
piuttosto limitata, mentre il centro-destra ha continuato sulla via delle
promesse e dei discorsi diretti più alla “pancia” che alla ragione.
Logico che l’indignazione, la
protesta, le contestazioni siano state raccolte principalmente da chi su questo
basava la sua campagna e il suo impegno, con alcuni aspetti positivi (alcune
delle contestazioni e delle proposte di cambiamento sono condivisibili e
certamente condivise anche a sinistra) ed altri negativi (il modo di
presentarsi del “capo”, spesso incline addirittura alla volgarità, la
concezione della democrazia rappresentativa, la mancanza di una vera
progettualità, l’ambiguità su alcuni temi di fondo, di cui abbiamo avuto più
volte occasione di parlare, la proposta di “abolire” i sindacati, il referendum
sul ritorno alla lira, e così via).
Peraltro, si possono criticare
questi aspetti negativi, ma non si può ignorare o sottovalutare ciò che
significa un successo elettorale di quel genere. Non c’è nulla da demonizzare,
dunque; c’è, invece, da capire che cosa non ha funzionato, nel sistema
democratico, e che cosa va davvero e prontamente messo in campo, superando il
rischio della ingovernabilità.
Su questo è bene che i partiti
riflettano, e in particolare rifletta a fondo il partito che, almeno alla
Camera, ha ottenuto il maggior numero di consensi, assumendo quindi una
particolare responsabilità. Non si tratta di favorire un clima di resa dei
conti, anche se una riflessione autocritica è necessaria; ma piuttosto di
trovare soluzioni che giovino al Paese, avviando nel contempo una stagione di vero
cambiamento.
Una stagione che, per la
verità, è in qualche modo cominciata: c’è un Parlamento in gran parte
rinnovato, ci sono più donne e più giovani del passato; e c’è un fenomeno
nuovo
che costringe tutti a riflettere ed a guardare attentamente a ciò che siamo ed
a ciò che dovremmo essere.
Certo, ho parlato solo dell’avvio
di una stagione nuova, perché in realtà, in Parlamento, ci sono ancora
troppi “relitti”, troppi soggetti che hanno a che fare con la giustizia e
troppi personaggi strettamente legati al passato.
Il ricambio va fatto con
coerenza e serietà, facendo largo alle nuove generazioni, ma garantendo la
qualità e conservando il valore dell’esperienza. Sotto questo profilo, il fatto
che alcuni partiti abbiano rinnovato ben poco, non abbiano neppure fatto le
primarie (oppure le abbiano fatte in un modo che è tutt’altro che democratico),
accompagnandosi alla pessima legge elettorale che non si è voluto cambiare,
pesa negativamente sull’insieme della situazione e non aiuta a ricreare un
rapporto di fiducia nei cittadini.
Occorrerà, dunque, che il
Governo che si formerà (almeno lo spero) nel prossimo periodo, su basi serie e
coerenti e non su impossibili ed inaccettabili connubi con chi reca le
maggiori responsabilità della degenerazione del Paese, adotti alcuni
provvedimenti urgenti che vadano nella direzione per la quale si sono espressi
tanti cittadini (ad esempio, modificare questa legge elettorale, fare una legge
vera contro la corruzione, ripristinare la norma sul falso in bilancio,
prendere in seria considerazione il tema del reddito minimo garantito,
reperendo – ovviamente – i fondi necessari, rilanciare le attività produttive
per favorire l’incremento della occupazione e al tempo stesso dei consumi e
così via). Sarà possibile? Lo spero; così come spero in un’attenta riflessione
su ciò che questo voto ci ha detto, anche in tema di democrazia e di
Costituzione; ed anche su ciò che - in materia - non ci ha detto, quasi che si
trattasse di questioni secondarie e non urgenti.
Noi dovremo ribadire, ancora
una volta, che i valori a cui ispirarsi sono sempre e solo quelli
costituzionali, intesi correttamente e senza deviazioni; e dovremo sottolineare
il fatto che la democrazia rappresentativa è un cardine fondamentale del
sistema, da cui non si può prescindere e che anzi bisogna valorizzare.
Una democrazia che deve essere fatta di partecipazione, di divisione dei
poteri, di rispetto delle regole da parte di tutti, a cominciare da coloro che
rivestono cariche pubbliche.
Una democrazia in grado di
respingere ogni tentazione populistica ed autoritaria e di sbarrare la strada
ad ogni sogno revisionista o nostalgico, improponibile sempre, ma più che mai in
un momento in cui è necessario e obbligatorio proiettarsi verso un futuro
migliore.
In questo contesto, cosa
dobbiamo fare noi è piuttosto chiaro. Dobbiamo, come sempre, esercitare la
funzione di “coscienza critica” e quindi dire la nostra, con chiarezza, ai
partiti che stentano a rinnovarsi ed a riprendere il ruolo che loro assegna la
Costituzione, ai movimenti che credono che la protesta e l’indignazione siano
sufficienti per uscire dalla grave crisi economica, politica e morale in cui
versa il Paese, ai cittadini che non vanno a votare oppure votano per
“sensazioni” e non sulla base di un ragionamento informato.
E dobbiamo dire la nostra, con
forza, anche a fronte di alcune tematiche che riemergono continuamente. La
prima è quella del cambiamento, chiarendo che non si tratta solo di una
questione generazionale (che pure esiste, con evidenza, ma va risolta con
ragionevolezza, cercando di accompagnare la freschezza dell’età con la qualità
e l’esperienza) ma di una questione che investe il modo di essere della
politica, dei partiti, delle istituzioni, ma anche di una parte saliente della
“società civile” (penso a quegli imprenditori che sono più attenti alla
finanza che all’attività produttiva, penso ai manager privati e pubblici che
spesso costano troppo e “rendono” poco, e non pagano neppure quando cagionano
disastri; penso alla
stampa
ed alla televisione, che non sempre svolgono il proprio ruolo con indipendenza
e serietà; penso a chi non adempie alle funzioni pubbliche “con disciplina e
onore”; penso ai cittadini che magari si indignano per le grandi corruzioni, ma
poi nel loro piccolo, sono pronti a trasgredire ed a scavalcare le regole,
nella vita quotidiana).
La seconda questione è quella
della legalità e dell’autonomia e indipendenza della magistratura. Il rispetto
delle regole dev’essere posto a fondamento di tutta la convivenza civile; e di
esso dev’essere garante il sistema giurisdizionale, che può anche essere
criticato, ma va sempre rispettato.
Tira una brutta aria, sotto
questo profilo, tant’è che si sentono i dirigenti del Pdl minacciare una grande
manifestazione pubblica contro la Magistratura, che si “permette” - secondo
loro - di perseguire anche i potenti, di incriminare soggetti cui si imputa di
aver “comprato” parlamentari, e che è capace, perfino, di voler condurre a
termine alcuni processi penali pendenti da tempo contro il capo di una
coalizione che, per ciò solo, si vorrebbe indenne da ogni responsabilità,
penale e morale. E' un fatto di estrema gravità che un imputato, già condannato,
indica una manifestazione pubblica contro i suoi giudici, nel giorno stesso in
cui devono emettere la sentenza d'appello. Il rispetto dell’autonomia e
indipendenza della Magistratura costituisce una base fondamentale della
democrazia; pensare di scardinarla è nient’altro che eversione, e come
tale essa va denunciata pubblicamente.
Ma ancora: tra i risultati del
voto, c’è la conquista della Regione Lombardia da parte di un partito che più
volte, in modo diretto o indiretto, ha invocato la secessione (in
qualche modo, è ascrivibile a questo concetto anche l’idea di formare la
“macroregione” del nord).
Questo rappresenta un pericolo
serio, davanti al quale non sarà inutile appellarsi all’art. 5 della
Costituzione, che parla di una Repubblica “una e indivisibile”, pur nel quadro
dell’ampio riconoscimento delle autonomie locali.
Infine, qualunque cosa si
faccia, bisognerà provvedere e decidere sulla base della chiarezza e della
coerenza. In questi primi giorni di discussione, ho sentito parlare – anche da
qualche esponente della sinistra – della riproposizione del “presidenzialismo”.
Ma che senso ha, un discorso del genere ed a quale convenienza risponde, per il
Paese e per i cittadini?
Mettiamolo dunque da parte e –
semmai – rinforziamo il proposito e l’impegno di non apportare modifiche alla
Costituzione, che non siano attese e richieste dalla maggior parte dei
cittadini e di cui ci sia effettiva ed assodata necessità.
Insomma, e per concludere, c’è
molto da fare. Si può essere delusi dal risultato delle elezioni, si può essere
preoccupati per la governabilità, ma non si può cedere allo scoramento.
E’ una parola, questa, che non ha diritto di cittadinanza in un’Associazione
che si richiama ai
valori ed al coraggio della
Resistenza. Semmai, più forte dev’essere l’invito a riflettere e la volontà di
ragionare, più profondo il richiamo ai valori costituzionali, più intenso e
partecipato il nostro lavoro. Abbiamo avuto tante stagioni difficili e il Paese
le ha superate, non solo con le manifestazioni di piazza, ma anche e
soprattutto con l’impegno, con lo sforzo di capire e di far capire, con
l’espressione di una reale volontà di riscatto, sempre nel solco profondo e
imprescindibile della Costituzione.
Altrettanto
faremo in questo caso, certo complicato e difficile, ma non insormontabile.
Dipende anche da noi, dipende dalla volontà di tanti cittadini che la invocano,
se la “svolta” vera ci sarà e sarà positiva per il Paese e per il suo futuro.
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