“Il Governo italiano
si fa protagonista attivo di una correzione delle politiche europee di
stabilità” : questo è l’incipit degli otto punti che Bersani intende presentare
in particolare al Movimento cinque stelle per ottenere il via libera verso la
difficile formazione di un governo.
Sempre che Napolitano gli conferisca
l’incarico. Leggendo le aride righe successive si scopre che in realtà questa
correzione si limiterebbe ad un allentamento dei vincoli di bilancio per
liberare risorse per investimenti produttivi. Se capisco bene, una golden rule in miniatura.
Un po’ poco di fronte
alla gravità della crisi che non attende le schermaglie della politica
italiana. Se la pressione sullo spread si è un poco allentata – ma questo non è
dovuto all’azione del governo Monti, quanto all’iniziativa assunta dalla Bce
nell’acquisto dei titoli del debito italiano -, il fronte dell’economia reale
si presenta come un vero disastro. L’Italia è in recessione, la peggiore da
venti anni a questa parte, cioè dal ’92-’93 quando ci fu la svalutazione della
lira e la famigerata manovra “lacrime e sangue” di 92mila miliardi fatta da
Giuliano Amato. Lo è da sei trimestri, ma quello che è peggio è che la tendenza
non promette niente di buono. Se guardiamo al quadro dell’Eurozona vediamo che
l’ultimo trimestre del 2012 si è chiuso con un calo maggiore del Pil rispetto
all’anno intero, -0,9%. Ovviamente il record negativo appartiene alla
martoriata Grecia, ma l’Italia si piazza al terzo posto della decrescita, che
possiamo chiamare infelice, per non fare arrabbiare i seguaci di Serge Latouche.
Infatti nel quarto
trimestre del 2012 l’Italia ha segnato un -2,7% del Pil, dopo avere chiuso i
precedenti trimestri con un -1,3%, un -2,3%, un -2,4%. La Germania che fin qui
aveva continuato a crescere, seppure a ritmi sempre più rallentati, registra
nel quarto trimestre un calo pari a -0,6% rispetto al terzo. Poca cosa, ma
significativa per indicare che anche il potente motore tedesco comincia a
tossicchiare. Vedremo i dati del primo trimestre 2013 a fine marzo, ma tutto
lascia prevedere un anno tendenzialmente peggiore del precedente.
Le cifre della
disoccupazione, sia quella europea, sia quella italiana, aggravata dalla
sempiterna questione meridionale, sono drammatiche (seguendo le parole di
solito contenute dello stesso Mario Draghi) e quelle della disoccupazione giovanile
ci danno la misura di una generazione perduta, sul piano sociale nient’affatto
morale. Infatti il tasso di disoccupazione ufficiale fra le persone comprese
nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni ha toccato in Italia, nel gennaio 2013,
la percentuale del 38,7% (definita “agghiacciante” dallo stesso Squinzi,
presidente di Confindustria), mentre i precari sono in tutto 2 milioni 800mila,
di cui 2 milioni 375mila con contratti a termine e il restante con contratti di
collaborazione. Non c’è da stupirsi, sia detto per inciso, se a fronte della
indifferenza del quadro politico dominante, moltissimi di questi giovani sono
stati tra i protagonisti dello tsunami grillino.
Servirebbe una svolta
radicale nelle politiche economiche europee e italiane. Invece assistiamo
all’esatto contrario. Il bilancio europeo viene ridotto per la prima volta
nella storia della Ue di ben tre punti e mezzo; i settori che sono tagliati
sono quelli che più di altri potrebbero fornire fiato per una ripresa di tipo
diverso, sia dal punto di vista economico generale che da quello occupazionale;
il tutto viene ulteriormente blindato dalla decisione degli organi europei di
intervenire direttamente nella formulazione dei bilanci nazionali affinché non
sforino rispetto ai trattati, provocando quindi un’ulteriore spoliazione della
sovranità nazionale. Per questo Mario Draghi può persino minimizzare le
conseguenze del voto italiano, affermando che in ogni caso è stato innestato un
“pilota automatico” che guida senza bisogno di governi nella pienezza dei
poteri. Se quindi si vuole realmente correggere le politiche europee di
stabilità, bisognerebbe in primo luogo rimettere in discussione tutta la governance europea e i suoi atti
concreti.
Di questo non c’è
traccia nel testo varato dalla Direzione del Pd. Né le parole dette
successivamente in conferenza stampa da Bersani aggiungono granché. E’ vero, il
primo degli otto punti suona in modo differente
dalla carta di intenti sulla quale il Pd aveva costruito la coalizione
elettorale con Sel e il Psi di Nencini. Infatti quest’ultima si chiudeva con un
impegno al rispetto integrale dei trattati, salvo “eventuali” modificazioni,
che però non venivano previste né tantomeno invocate. Il che se non altro
dimostra quanto fossero ipocrite le dichiarazioni di impossibilità di mettere per iscritto qualche cosa di diverso
dai dettati della Ue. Nasce però il più che legittimo sospetto che questa
modificazione sia più formale che sostanziale, oppure che si fondi
semplicemente sulla speranza di allentare i vincoli grazie ai nuovi presunti
spazi che sarebbero stati aperti dalla lunga lettera inviata due settimane fa
dal Commissario Olli Rehn ai ministri dell’Ecofin, nonché a Draghi e alla
Lagarde, ovvero ai presidenti della Bce e del Fmi. Ma se si legge con
attenzione quel documento ci si accorge che le speranze sullo stesso sono del
tutto infondate.
Il testo di Rehn fa
un vago accenno al fatto che gli effetti depressivi delle misure restrittive
adottate dalla Ue hanno superato le previsioni, ma si guarda bene dal
denunciare come profondamente sbagliati i moltiplicatori fiscali adottati in
Europa, come invece ha dimostrato chiaramente lo stesso Fmi. Attribuisce il
calo della pressione sugli spread alle restrizioni di bilancio, occultando che
invece essi vanno interamente attribuiti alle decisioni della Bce sulle Outright Monetary Transactions (OMTs),
ovvero gli acquisti dei titoli di stato a breve sul mercato secondario. Infine
si dichiara disposto ad allungare i tempi per raggiungere gli obiettivi di
bilancio, a condizione che vengano mantenute le famose riforme strutturali che
di riforma hanno solo il nome, poiché in realtà si tratta di cospicui tagli
alla spesa pubblica e quindi ulteriore smantellamento del welfare, svendita dei
beni pubblici, blocco dell’intervento pubblico in economia, riduzione del
personale e delle retribuzioni reali nella pubblica amministrazione. Ovvero
l’implementazione di tutti i punti della famosa lettera Bce inviata al morente
governo Berlusconi ai primi di agosto del 2011.
Del resto
l’esperienza storica ci ricorda che solo i paesi più forti nel quadro europeo
possono impunemente violare i vincoli imposti dai trattati. Successe con la
Germania e la Francia nel 2003 che andarono ben oltre il vincolo del 3% di
deficit su Pil, impedendo alla Commissione europea di fare scattare le previste
sanzioni. L’Italia, come si sa, non è nella stessa condizione, quanto a
rapporti di forza, benché il nostro deficit sia già inferiore a quello
francese, che dovrebbe invece beneficiare della “tolleranza” della Commissione
europea ( l’1,4% contro il 2,1%) e soprattutto se si sommasse il debito
pubblico con quello privato, come si dovrebbe fare, la nostra condizione
risulterebbe niente affatto peggiore di
quella della Francia e molto migliore di altri paesi come la Spagna. Inoltre
l’Italia ha il migliore avanzo primario (ovvero la differenza fra entrate e
uscite su base annua al netto del servizio al debito) in Eurolandia.
La certezza granitica
sulle virtù delle politiche di rigore comincia a incrinarsi anche nella potente
Germania, quella che da queste ha fin qui tratto i maggiori vantaggi. Infatti La
Camera dei Länder che compongono lo Stato federale tedesco, dove ha la
maggioranza l'opposizione rosso-verde al governo della Cancelliera, ha bloccato
l'intesa sul bilancio richiesto dalla Merkel ai partner europei, proponendo in
cambio il varo di un salario minimo nazionale, progetto respinto dall’esecutivo
centrale. Non è niente di più di un “incidente” nella vita
politico-parlamentare della Germania, una conseguenza dei nuovi equilibri
determinatisi nella Camera alta dopo le recenti sconfitte elettorali della Cdu.
Ma naturalmente la Cancelliera non intende demordere. Anzi rilancia. Ed ecco
che, cosa mai avvenuta prima, si reca a Varsavia per partecipare al vertice del
gruppo di Visegrad (composto da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e
Ungheria) per lanciare un nuovo patto per la competitività, che a Est si
coniuga perfettamente con una preesistente situazione di basse retribuzioni,
welfare quasi nullo e tanti vantaggi fiscali per attirare capitali stranieri.
Nel frattempo in Germania nasce “Alternativa per la Germania” un partito
antieuro, favorevole al ritorno al marco o quantomeno a un’unione monetaria più concentrata sul
grande paese tedesco e i suoi satelliti.
In un quadro di questo
genere fa persino tenerezza pensare che la recente campagna elettorale è stata
condotta dalla coalizione bersaniana all’insegna del discrimine tra europeisti
e antieuropeisti. Appare chiaro che chi vuole l’implosione dell’Europa non ha
che da perseverare nelle politiche di austerità, anche nella versione appena
formalmente annacquata della “austerità espansiva”, che appunto prevederebbe la
fuoriuscita delle spese per investimenti dal calcolo che determina gli
obiettivi del pareggio di bilancio e della riduzione del debito pubblico
complessivo. Il primo punto della proposta di Bersani appare quindi non solo
del tutto indeterminato, ma privato delle volontà politiche e degli strumenti
per divenire operativo. Queste ultime passano necessariamente da un’opposizione
netta al fiscal compact e alle sue ulteriori implementazioni, pareggio di
bilancio in Costituzione compreso. Ma di questo non vi è traccia nella proposta
del Pd.
Intanto in ciò che resta
della sinistra radicale ci si divide tra chi vorrebbe un piano B per l’uscita
dall’Euro e chi sostiene che invece il punto è la ridiscussione dei trattati
senza passare dalla fuga dalla moneta unica. Rimandando ad ulteriori
approfondimenti il confronto fra le ragioni dell’uno e quelle dell’altro, si
potrebbe già osservare che visto che chi chiede l’uscita dell’Italia dall’Euro
pone tutta una serie di condizioni per contenerne gli effetti immediatamente
negativi e indesiderati di una simile mossa Indicizzazione dei salari,
controllo dei movimenti di capitale ecc.), condizioni che richiedono
necessariamente un’azione di governo per compierla, ovvero una forza capace di
fare fronte alle immediate manovre speculative del capitale internazionale.
Allo stesso modo l’ipotesi di condurre un’azione comune tra i paesi
mediterranei e più in difficoltà nell’Eurozona per la modifica dei trattati richiede
anch’essa una forza decisionale e un sostegno popolare altrettanto grandi. Si
può quindi concludere che in realtà i due piani, almeno per un considerevole
percorso, possono nella sostanza coincidere o che quantomeno non vi è motivo
per vedere ragioni di divisioni così aspre tra l’uno e l’altro. In altre parole
lo spazio oggettivo per un europeismo di sinistra si è allargato e non
ristretto, basti guardare al programma di Syriza. Da noi invece è ancora senza
interpreti che siano dotati di forza e di consensi e non solo di buoni
argomenti.
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