Nella gran confusione, creatasi ormai da lungo tempo, nel
rapporto tra “questione morale” e “democrazia repubblicana” (pensiamo alla
serie di scandali legati al finanziamento dei politici) e nello stravolgimento
delle regole istituzionali, avviatosi con l’avvento – sciagurato – del sistema
elettorale maggioritario, si sta tentando di restringere la possibilità di
“agire democratico” all’interno del Parlamento e nel rapporto tra la politica e
la società.
Un gioco apparentemente facile per chi, appunto, intende
limitare – prima di tutto – la possibilità di una piena rappresentatività
democratica dell’insieme delle sensibilità politiche presenti nel paese:
disponiamo, infatti, sotto quest’aspetto di una terribile legge elettorale che
tiene assieme le liste bloccate, un esagerato premio di maggioranza senza che
sia prevista alcuna soglia da raggiungere, un intricato e penalizzante sistema
di soglie di sbarramento, i premi di maggioranza regionali. Il tutto in nome di
una governabilità che, su tre prove fin qui realizzate, è mancata in due
occasioni: nel 2006 e, adesso, nel 2013.
Così per combattere la corruzione si è pensato di tagliare
indiscriminatamente il numero dei parlamentari e, adesso, per sconfiggere il
trasformismo si è messo sotto attacco l’articolo 67 della Costituzione che,
letteralmente, recita:” Ogni membro del
Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni sena vincolo di
mandato”.
Prima di cedere a facili entusiasmi sarà bene riflettere sul
significato di quest’articolo.
Il parlamentare, infatti, deve poter agire in piena
autonomia e indipendenza e non può essere costretto a mantenere gli impegni
assunti durante le elezioni, né può essere soggetto a sanzioni disciplinari per
essersi discostato dalle indicazioni e direttive fornite dal partito che lo ha
candidato.
Al più potrà venire in rilievo una sua responsabilità
politica che si traduce, per i cittadini, nella decisione di non votare di
nuovo il parlamentare in scadenza di mandato, e per i partiti nella scelta di
ricandidarlo alle successive elezioni o comunque di non appoggiarlo
politicamente.
Che significato assume, ancora, la definizione “rappresenta
la Nazione”?
Il compito primario di ogni parlamentare è di lavorare per
realizzare gli interessi del popolo nel suo complesso, cioè della Nazione.
Ciò non impedisce di prendere in considerazione i bisogni
degli elettori della circoscrizione (zona del territorio comprendente un certo
numero di elettori che elegge un determinato numero di parlamentari) nella quale
sia stato eletto, con l’unico limite di rendere compatibili questi interessi
con quelli della Nazione, che devono essere sempre prioritari nelle scelte dei
parlamentari.
Ho cercato di redigere queste brevi note esplicative allo
scopo di proporre, tra un’espressione “forte” di rozzezza istituzionale oggi
molto di moda, qualche spunto di riflessione.
Così come meriterebbero attenta riflessione istituti come
quello dell’immunità parlamentare (sorto per consentire ai parlamentari
socialisti di entrare all’interno delle fabbriche poste “in serrata” dai
padroni) e quello del finanziamento pubblico ai partiti che dovrebbe consentire
a tutti di esercitare l’attività politica: sicuramente, sotto quest’aspetto,
sono avvenute degenerazioni gravissime ma, proprio per questo motivo, è
necessario tornare alle motivazioni di fondo dei provvedimenti.
Del resto, nella storia d’Italia, il “trasformismo” è stato
cosa ben diversa dai De Gregorio, Razzi, Scilipoti, ma ha rappresentato anche
in certe fasi particolari la possibilità di imprimere una “svolta” nell’attività
politica, pensiamo al “discorso di Stradella” del 1876 (personalmente, però
faccio risalire il fenomeno al “connubio” tra Cavour e Rattazzi).
Ancora: avrebbero dovuto dimettersi dal Parlamento i
deputati che, nel gennaio del 1947 formarono il PSLI uscendo dallo PSIUP,
oppure nel gennaio 1964 quelli che uscirono dal PSI per formare di nuovo lo
PSIUP e, ancora, quelli del “Manifesto” radiati dal PCI nel 1969 e quelli di
Rifondazione Comunista, formatasi al momento del congresso di Rimini
considerato che, legalmente, l’erede diretto del PCI era il PDS?
Come si vede quando si riflette sulle forme della democrazia
e la legalità istituzionale gli interrogativi sorgono e non sono risolvibili
semplicemente attraverso il taglio di nodi gordiani.
Altrimenti la democrazia soffre, eccome se soffre.
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