L’avvio della XVII legislatura repubblicana appare
contraddistinta, sulla scorta del successo elettorale ottenuto dal movimento 5
Stelle, da una sorta di frenesia “riformista” rivolta al ruolo dei Partiti, del
Parlamento, degli stessi Parlamentari eletti.
Un movimento d’opinione favorito, ovviamente, dalle enormi
responsabilità che sul piano del rapporto tra etica e politica si sono
accumulate nel tempo provocando il massimo di giusta indignazione popolare:
dalla quasi totale assenza, ormai da molti anni, di un corretto procedimento
legislativo, di una trasformazione dei partiti progressivamente passati dal
“partito acchiappatutti” che ha caratterizzato l’evoluzione del nostro sistema
politico a partire dagli anni’80 del XX secolo, fino al riapparire sulla scena
di una sorta di “partito di notabili” (provvisto di un’enorme capacità di spesa
e di un altrettanto enorme potere di nomina) che, favorito anche da una pessima
legge elettorale, si è configurato, alla fine, in una sorta di “partito di
cartello”, all’interno del quale ha allignato quella che, giornalisticamente, è
stata definita “casta” favorendo conflitti d’interesse, trasformismi, assoluta (e
voluta) incapacità di fronteggiare i temi reali che investono la vita
quotidiana.
All’interno di questo quadro si è avuta, prima,
l’affermazione del “governo tecnico” (in realtà un governo di destra feroce sul
piano sociale) e “rottamatori” di vario tipo: fra i quali, ripeto, si è
distinto con un’affermazione elettorale senza precedenti per una formazione
all’esordio, il M5S che ha preso i voti all’insegna del motto “Tutti a casa”.
Sono così fiorite le proposte di abolizione del
finanziamento pubblico dei partiti, di dimezzamento del numero dei
parlamentari, di cancellazione dell’articolo 67 della Costituzione che colloca
la funzione parlamentare “al di fuori da ogni vincolo di mandato”.
Mi è già capitato di spiegare, in specifiche occasioni, la
mia persona contrarietà a questo tipo di misure: una contrarietà che esprimo
per un motivo di fondo, quello della difesa della rappresentatività politica,
non soltanto dei singoli parlamentari, ma dell’intero sistema dei partiti.
Senza scendere negli aspetti specifici delle diverse
situazioni provo allora a riassumere un discorso sulla democrazia repubblicana
che, alla fine, è il vero bene che mi piacerebbe salvaguardare, esponendo per
sommi capi quello che considero lo spirito dell’articolo 49 della Costituzione
Repubblicana: quello che si occupa dei partiti politici, soggetti che mi
permetto di considerare ancora indispensabili per il funzionamento corretto di
un sistema politico.
La stesura dell’articolo 49 va, comunque, storicamente
inquadrata: si era appena usciti dal fascismo e l’Assemblea Costituente era
dominata dalla presenza dei grandi partiti di massa che garantivano, in quella
fase e per un lungo periodo, l’effettivo radicamento dell’intero sistema
all’interno di una società sicuramente meno complessa dell’attuale.
Il prof. Sartori definisce il partito “un qualsiasi gruppo
politico identificato da un’etichetta ufficiale, che si presenta alle elezioni,
ed è capace di collocare, attraverso le elezioni, i suoi candidati alle cariche
pubbliche”.
Per garantire la piena indipendenza, nonché la libertà da
vincoli burocratici che possono condizionarne (come avveniva nel regime
fascista) il funzionamento, il nostro ordinamento considera il partito
un’associazione non riconosciuta e come tale non soggetta ad alcuna specifica
normativa che ne possa limitare l’attività.
Da questo concetto di fondo nacque il dettato dell’articolo
49 che testualmente recita: “ tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi
in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Di conseguenza i partiti dovrebbero svolgere queste
funzioni, proprio “ per realizzare il metodo democratico necessario per
concorrere a determinare la politica nazionale”:
-
Strutturazione della domanda politica
-
Strutturazione del voto
-
Socializzazione politica
-
Reclutamento e selezione dei governanti
-
Controllo dei governati sui governanti
-
Formazione delle politiche pubbliche
I temi delicati che ho cercato di enunciare all’inizio, in
particolare quello del finanziamento pubblico dei partiti, dovrebbero essere
analizzati alla luce di questo tipo di funzioni: è evidente come, nel corso del
tempo, si sia verificato un totale allontanamento da parte del sistema dei
partiti nel suo insieme.
Occorre indagare sulle ragioni di quest’allontanamento e
aprire sotto quest’aspetto una battaglia politica: la ragione di fondo, a mio
avviso, infatti, è risieduta nel prevalere del concetto di governabilità,
inteso quale fine esaustivo dell’azione politica, in luogo di quello di
rappresentatività che, in effetti, era quello che la Costituzione affidava ai
partiti politici e alle loro rappresentanze parlamentari, riconoscendo e
promuovendo il pluralismo democratico come fondamento della vita politica e
sociale del Paese.
Occorre indagare e riflettere: la sinistra d’alternativa,
priva in questo momento di rappresentanza parlamentare, potrebbe promuovere
questa riflessione nel momento in cui appare del tutto necessario la
ricostruzione di una sua adeguata soggettività politica, partendo dallo
scioglimento dei soggetti residuali ancora esistenti e promuovendo un forte
movimento di ricostruzione, partendo dal basso proprio in nome dei principi di
fondo contenuti nell’articolo 49 della nostra Costituzione.
Franco Astengo

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