Premessa
Un baco si
aggira nelle teste di parecchi comunisti, ex comunisti e varia sinistra: è il
baco della “rappresentanza elettorale”
a qualsiasi costo, in qualsiasi maniera.
Di parecchi
comunisti compreso il sottoscritto che però ne ha coscienza e consapevolezza e
quindi il baco lo può tentare di tenere a bada: chi ha coscienza di sé è a metà dell’opera, diceva il saggio.
Rappresentanza
elettorale che nel nostro periodo può significare il contrario di ciò che per
decenni, dagli albori del movimento operaio ai giorni nostri, ha voluto essere: la rappresentanza degli interessi delle
classi meno abbienti nei palazzi della rappresentanza e del potere, da un
consiglio comunale fino al parlamento.
A tutt’oggi
a me pare che il quesito da porsi sia il seguente: rappresentare o organizzare? E non li metto uno in alternativa
all’altro, però bisogna decidere da cosa partire. Per me occorre partire da ORGANIZZARE. Nel senso di organizzare
le persone curiose e intraprendenti che sono portatori di ESPERIENZA E SAPER
FARE e questo in ogni territorio dato e in ogni azienda.
Tanto più
che ormai nel rappresentare si rischia di non sapere CHI RAPPRESENTARE: i
riferimenti storici della sinistra (il lavoro dipendente) ormai, nella sua
maggioranza, non va a votare (vedi il fenomeno abnorme dell’astensionismo) o
NON LI LASCIANO VOTARE (vedi i migranti). Nelle aziende ormai da anni i
lavoratori per la stragrande maggioranza sono impediti di votare per accordi e
contratti che li interessino (vedi l’ostracismo di CISL e UIL) solo la FIOM
CGIL tiene botta, ma con scarsi risultati.
Per non dire
che nel RAPPRESENTARE c’è un limite fortissimo legato al concetto di DELEGA
mentre invece nell’ORGANIZZARE si mette in moto un processo di NON-DELEGA.
Questa
riflessione è il frutto di una discussione che da parecchio tempo vado facendo
con il mio amico, socio, compagno Enrico
Mana con il quale dividiamo un impegno molto complesso nella traduzione del
Piano Regolatore Sociale di Venaria in una “piattaforma sociale”. E con una
incazzatura che ho con SEL perché alle prossime elezioni Regionali dovrò usare
il voto “disgiunto”.
Com’era la situazione
Facciamo un
esempio (esemplare) riferito ad un partito (che fu): il PCI. C’era una volta un
partito che su un territorio definito (=
un contenitore) attraverso l’ascolto partecipato di tutta una serie di suoi
militanti (esperti grezzi)[1]
aveva nei fatti una MAPPATURA DELLA
COMUNITA’ di quel territorio, ergo sapeva chi erano i rappresentanti veri
di quella comunità, chi erano coloro i quali attraverso il loro lavoro
quotidiano, la loro competenza, facevano ESPERIENZA:
di solidarietà, di aiuto, di cambiamento
della porzione di mondo che stava loro di fronte. Per non dire di tutte le “innovazioni e le scoperte” del
movimento operaio: dalle case del popolo, ai vari circoli, alle leghe rosse e
bianche. Alla rete degli oratori e alle opere di varia umanità del mondo
cattolico. Tutte cose che andrebbero catalogate in una moderna antologia alla
pari di quella che i borghesi Diderot e D’Alembert fecero con la stesura della
loro “L’Encyclopédie” della fine del 1700.
Stessa
identica cosa per i sindacati dove ovviamente il contenitore era l’azienda, la
fabbrica, il luogo di lavoro. Gli esperti
grezzi combinavano con i Delegati di
Gruppo Omogeneo (eletti tra iscritti e non, da tutti i lavoratori del gruppo).
Questa fu la felice intuizione che si fece conquista a partire dai primi
Delegati di Gruppo Omogeneo del 1969 alla FIAT di Mirafiori nati per gestire il controllo del rapporto tra
produzione e organico alle catene di montaggio della Mirafiori, dell’anno
precedente (Giugno 1968)[2].
E tutto ciò avvenne in un processo unitario (specie nel mondo sindacale)
raccogliendo e fondendo il meglio delle esperienze e delle culture tra i
lavoratori e le loro rappresentanze sindacali: da quelle di origine comunista e
socialista, a quelle di origine laica e cattolica. Ma processo altrettanto
unitario fu la stagione delle “giunte rosse” tra comunisti e socialisti che
operarono una civilizzazione di buona parte del nostro paese.
E in
occasione delle varie contese elettorali (il partito: i suoi gruppi dirigenti) sapeva come portare a sintesi quelle
esperienze che i suoi “esperti grezzi” portavano a galla. Questa sintesi
ovviamente veniva inglobata nella strategia di cambiamento più generale del
partito (o del sindacato) con l’esito finale che traguardava ogni conquista: il socialismo, un’altra società. È
inutile, perché risapute, enumerare qui le conquiste, i voti, il potere delle
varie formazioni politiche e sindacali di quel periodo.
Siamo di
fronte quindi ad un movimento partecipato, che incentiva non solo la
partecipazione diffusa ma anche il protagonismo degli uomini e delle donne più
curiosi e intraprendenti. Un movimento che mette in discussione quanto di “leninismo”
era ancora presente nelle varie formazioni del movimento operaio (partiti,
sindacati, gruppi) attraverso la pratica della “validazione consensuale”: rendere valido una qualsiasi questione
con il consenso, pratica quanto mai complicata e controversa perché ha a che fare
con le teste di uomini e donne in carne ed ossa, con le loro aspirazioni
individuali, con le loro ambizioni, e un eccetera sconfinato. Quando dico
“leninismo” non intendo quella pratica di necessaria disciplina che un gruppo
politico deve avere per ottenere dei risultati, avvero di studio attento della
realtà, ma quanto di deleterio e fallimentare (vedi la fine del “socialismo
reale”) era presente nella “dottrina del leninismo”: ovvero il “come ti educo il pupo”, la stracca
abitudine di indottrinare la gente, quasi che le teste di costoro fossero delle
vasche vuote in attesa di essere riempite dal verbo dei “sapienti” (leggi, i
dirigenti di partito e di sindacato).
Infatti la
contesa fu aspra tra coloro i quali tentavano di uscire da questo “leninismo” e
coloro i quali lo difendevano aspramente nei loro comportamenti quotidiani.
Chi vinse? Alla fine della fiera
vinsero i “leninisti”, sia nelle formazioni politiche sia nei sindacati.
Quando vinsero i “leninisti”? paradossalmente quando attraverso i
voti (in aumento) le formazioni di sinistra ebbero più potere nei luoghi di
rappresentanza a tutti livelli: dai comuni, alle province, alle regioni, al
parlamento. Nei sindacati quando la maggioranza dei Sindacalisti (e anche una
buona parte di Delegati) si “ubriacarono” delle loro conquiste… lasciandole
sulla carta, spendendo pochissimo tempo nella pratica della gestione di
accordi, contratti e leggi, finendo così di stufare una buona parte di
lavoratori e “insegnando” a decine e decine di imprenditori che tanto valeva
firmare degli accordi se poi rimanevano sulla carta...
Perché vinsero i “leninisti”? perché nella gestione quotidiana del
“potere” il modello vincente fu quello dominante: più produttività = più comando (sia nella fabbrica che nella
società). Vedi ad esempio la conclusione della crisi produttiva alla FIAT nel
1980 (con i 35 giorni) e vedi il fenomeno del craxismo in Italia. In pratica si
affermò il modello attuale che vuole maggiore EFFICIENZA a scapito della
partecipazione democratica.
Perché noi perdemmo? (noi sta per
quelli della “validazione consensuale”). 1° perché non ci fu abbastanza scavo teorico sul tema della
produttività e sulla efficienza/efficacia: bisognava affermare un ben altro
binomio PIU’ PRODUTTIVITA’ = PIU’
DEMOCRAZIA (una sfida innanzi tutto per noi). Termini i quali nella cultura
del movimento operaio sono sempre stati concepiti come antinomie. Bisognava
quindi affermare un altro criterio di produttività: fare il massimo con il minimo sforzo (in una qualsiasi azienda) e fare il massimo con il minimo di spesa nella
società (quindi affermando nella pratica democratica il valore delle priorità
in maniera partecipata e il bilancio anch’esso in maniera partecipata). 2°
perché la pratica della “validazione consensuale” esige una ferrea disciplina
(questa sì leninista), nel senso che occorre essere determinati nel praticarla
e coerenti nelle risultanze. Io per es. fui un “cantore” delle sue virtù, molto
meno nella pratica quotidiana. Mi facevo prendere dalla fretta, dal fastidio di
ascoltare tutti, di trovare una sintesi unitaria, ecc. quando tra pochi c’era
la possibilità di decidere (male, visti i risultati odierni).
Com’è la situazione attuale
La crisi
attuale ha portato fino alle estreme conseguenze il binomio + produttività = + comando. Alcuni
esempi paradigmatici:
·
La FIAT: la vicenda è nota. In ultima analisi
si può dire una inutile prova di forza muscolare da parte del canadese
Marchionne (nei confronti dei reprobi della FIOM) che non ha nemmeno sfiorato
lontanamente la crisi FIAT, che è crisi di progetto, di prodotto e di un
diverso rapporto in fabbrica tra “istruttori
ed esecutori”. Quel tanto che basta vedere le chiusure di stabilimenti in
Italia, la perdurante CIG, le difficoltà nel mercato italiano (sconvolto dalla
crisi) e di quello europeo dove la fanno da padroni i tedeschi, i francesi e
persino gli spagnoli, le delocalizzazioni di tutto e di più, ecc. a fronte del
fatto che i lavoratori nel mirino del suo “editto” (la FIAT di Pomigliano) “vengono sfruttati per un milionesimo delle
loro capacità cerebrali”[3]:
alla FIAT di Pomigliano i lavoratori addetti alle catene di montaggio lavorano
su “cadenze” di un minuto (per i non addetti significa che una volta ogni
minuto il lavoratore ripete sempre le stesse operazioni per tutto il turno di
lavoro).
·
Il governo Monti: con questo governo abbiamo il
prevalere della tecnica sulla politica (che accompagna il prevalere della
finanza sulla politica). Meglio stendere un velo pietoso sui risultati di
questa esperienza che molte speranze aveva suscitato e invece… a partire dagli
“esodati”, caso quasi unico nel panorama europeo, tante delusioni ha avuto. Il
tutto ha continuato stancamente con il governo Letta. Inaugurando (per primi in
Europa) governi del Presidente (il Napolitano fu migliorista) non eletti, in
linea con i burocrati liberisti europei mai eletti da chicchessia.
·
Berlusconi e Renzi (e il PD). Il ventennio Berlusconiano (pur
inframezzato da parentesi di centrosinistra) è il mallevadore di ciò che il
Renzi dalla Toscana oggi mette in campo: una
fretta maledetta, fatta di annunci mirabolanti e di riforme per gente che non
ha più voglia di faticare per guadagnarsi il consenso, il quale deve venire
da “riforme imposte” che da un lato danno per scontato un restringimento della
partecipazione democratica (vedi il fenomeno delle astensioni e/o del voto
grillino) a far da aggio invece alla costruzione e al consolidamento di grandi
lobby nella società ormai atomizzata. Risultato: il tentativo (tutto sovietico,
vedi il breznevismo della fine degli anni ’80) di autonomizzare il ceto
politico del PD dalla sua base elettorale e confinarla nella pratica delle primarie.
|
Classi di età
|
||||
|
M
|
F
|
Totale
|
||
|
< 5
|
719
|
650
|
1.369
|
|
|
5-9
|
810
|
722
|
1.532
|
|
|
10-14
|
855
|
816
|
1.671
|
|
|
15-19
|
837
|
770
|
1.607
|
|
|
20-24
|
890
|
796
|
1686
|
|
|
25-29
|
884
|
872
|
1.756
|
|
|
30-34
|
933
|
959
|
1.892
|
|
|
35-39
|
1.105
|
1.132
|
2.237
|
|
|
40-44
|
1.327
|
1.419
|
2.746
|
|
|
45-49
|
1.420
|
1.435
|
2.855
|
|
|
50-54
|
1.207
|
1.237
|
2.534
|
|
|
55-59
|
1.131
|
1.293
|
2.424
|
|
|
60-64
|
1.202
|
1.354
|
2.556
|
|
|
65-69
|
1.101
|
1.123
|
2.224
|
|
|
70-74
|
909
|
1.035
|
1.944
|
|
|
75-79
|
709
|
825
|
1.534
|
|
|
80-84
|
406
|
584
|
990
|
|
|
85 a 89
|
153
|
342
|
495
|
|
|
Oltre 90
|
40
|
152
|
192
|
|
|
totale
|
16.638
|
17.606
|
34.244
|
|
·
Venaria Reale e il Piano Regolatore
Sociale. Venaria è
il comune dove abito e dove attualmente la mia Associazione Esperienza & Mappe Grezze[4]
ha avuto l’incarico (dall’assessore alla politiche Sociali e alla
Partecipazione) di tradurre il Piano Regolatore Sociale in una “piattaforma
sociale”. Il PRS è lo strumento voluto dalla Legge 382 del 2000 per permettere
ai consorzi (di più comuni) e al singolo comune di programmare gli interventi
sulla assistenza socio-sanitaria per i cittadini. PRS sostanzialmente ignorato
dai diretti interessati (sindaco, assessori e consiglieri), frutto della
elaborazione di alcuni tecnici (del Consorzio CISSA di Pianezza), fatto molto
bene, con una buona elaborazione. Il limite è quello di disegnare una grande
“officina di riparazione” che la crisi attuale mette alla berlina in quanto le
“auto danneggiate” (= i cittadini con bisogni più vari) ne mettono alla berlina
l’inefficienza e l’inefficacia. La situazione: Venaria è un comune con ca. più
di 34.000 abitanti 9.000 dei quali hanno più di 60 anni. Il PRS suddivide in 4
aree di intervento: da 0 a 18 anni i
minori con la responsabilità genitoriale – dai 18 ai 60 anni gli adulti in difficoltà (economica, di
indigenza, ecc.) – gli anziani oltre
i 60 anni – i disabili.
·
I limiti di questa eleborazione:
1.
Manca un “criterio regolatore” rappresentato da una persona dall’ovulo
fino al suo decesso: nel PRS non c’è la fascia di età fertile (dai 14 ai 46 anni), così come gli adulti sono visti
come persone in difficoltà, ma mancano i luogi della difficoltà (le aziende in
crisi per es.)
2. La filosofia del PRS: ad una elencazione dei bisogni (per ogni fascia di età), attenta,
articolata, dettagliata, corrispondono
delle risorse (vedi documento del Bilancio Comunale)
Come si quantificano queste risorse? Da quanto speso nell’anno precedente (magari modificato da
eventuali nuovi «bisogni», ecc.)
Dopo di che l’E.P. aspetta che chi ha bisogno si rivolga alle
proprie strutture e in rapporto a certi criteri, eroga l’assistenza
3. Nella nostra ipotesi: i bisogni vanno quantificati (ruolo
dell’ente pubblico)
I bisogni vanno messi in un ordine gerarchico (priorità definite), con il massimo apporto della partecipazione dei
cittadini (a partire dagli «esperti grezzi» o testimoni privilegiati)
La quantificazione dei «gruppi a maggior rischio» (per ogni fascia di età) deve dotarsi
di un sistema informativo che contenga
i nominativi
Così facendo si da la possibilità all’Ente Pubblico di
programmare l’assistenza nell’arco es. di 3 anni
Risultato: emersione degli «invisibili».
·
Perché
mi sono soffermato in questa disamina. Perché assistiamo (per bocca dei tecnici
diretti interessati) ad una sostanziale ignoranza dei “politici” degli
strumenti legislativi a loro diposizione, per cui questo dato fa il paio con
quello che è successo alla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80 nelle
aziende con la non applicazione di accordi e contratti (specie da parte dei
sindacati). Questo fenomeno la dice lunga della capacità della sinistra, sia
essa radicale che riformista, in merito alla produzione delle leggi, visto
questa come l’alfa e l’omega della loro produzione, quasi che una legge sia la
soluzione del problema che la legge incarna. Ma va là! IL PROBLEMA E’ LA SUA
GESTIONE, sempre, in qualsiasi contesto. Quando poi nella sua gestione il tutto
viene affidato ai tecnici e alla burocrazia, con gli effetti che tutti vedono.
·
In
pratica abbiamo dei sindaci (e degli assessori) che per es. nella attuale
situazione di profonda crisi, sono sprovvisti (per colpa loro) di un qualsiasi
“sistema informativo” sulla crisi e la recessione (un Osservatorio sulla crisi
e la recessione), sulla condizione di
salute dei lavoratori presenti nelle aziende del loro terriotrio (un Tabellone
Comunale di Rischio). E si che i dati ci sono, presenti in vari Enti (dalla
provincia, alle ASL, all’INPS, ecc.) basterebbe metterli insieme[5].
·
Solo
un terzo del territorio di Venaria è adibito a zona residenziale, commerciale e
manifatturiera. I rimanenti 2/3 sono del contenitore “La Mandria” che è un
grande parco verde, un vero e proprio “polo ecologico” alle porte di Torino. Venaria,
nata in origine come “badante e servitù” del Principe (i Savoia e la loro
Reggia), dai ca. 6.500 abitanti della Unità d’Italia si è passati agli attuali
35.000. Per circa un secolo la Reggia fu un rudere abbandonato per i troppi
costi di manutenzione. Intanto con il primo dopoguerra si affermava una realtà
industriale caratterizzata dalla presenza della SNIA Viscosa. Con il secondo
dopoguerra e con le varie immigrazioni dalle campagne piemontesi, dal Veneto e dal
Meridione vi fu la comparsa di un manifatturiero molto robusto (ca. 500 aziende
per ca. 10/12.000 addetti) con una prevalenza per il settore dell’auto motive che
diedero alla sinistra i voti necessari per il governo della città. La
situazione cambia con gli anni 2000 con il combinato disposto da un lato
(positivo) del rifacimento della Reggia con i suoi Giardini (moderna
Versailles) e la crisi (negativo) che colpisce irrimediabilmente il tessuto
produttivo.
·
Nel
comune sono presenti più di 100 Associazioni, tra le più varie e quindi di
esperienze consolidate. Anche qui per la maggioranza non conosciute dagli
amministratori (e anche dalle formazioni politiche) o quando va bene conosciute
per via clientelare/elettorale, confinando quindi le stesse associazioni in un
giro vizioso: tu garantisci un voto a me,
io do delle facilitazioni o delle prebende a te. E da questo giro vizioso è
praticamente assente ogni recupero (e riconoscimento) della esperienza che
queste associazioni fanno nel loro divenire quotidiano.
·
Il
Consiglio Comunale è il frutto della Legge sui Sindaci (vedi il “caro Renzi”).
Alle penultime elezioni la situazione era la seguente: su 28.000 cittadini/e aventi
diritto al voto si presentarono ben 28 liste elettorali 1:1000! I cittadini che
esercitarono il loro voto furono 22.000 nei confronti di ca. 600 candidati! Un
po’ tanti nevvero. E in questo baillamme è chiaro che vengono premiate tutte le
forme di familismo, di clientela spicciola che tale Legge elettorale dispone.
Ciliegina sulla torta: spetta al Sindaco, alla fine della fiera, la nomina di
assessori di suo gradimento senza che questi siano passati per il voto.
Risultato finale: il personale politico del Consiglio comunale attuale, frutto
di questa particolare selezione dovuta da questa legge elettorale, lascia molto
a desiderare sia per preparazione, competenze e un eccetera molto robusto che
per carità di patria…
Da dove ripartire
Da ogni territorio
dato e da ogni comunità in essa contenuta.
·
La condizione è che si parta dal riconoscimento di una comunità scientifica allargata, cioè
che le capacità di "problem solving", non risiedono unicamente nella
testa degli "esperti tecnici"
della comunità scientifica tradizionale (tra i quali anche i politici di
professione), ma nell'agire sociale è presente a tutti i livelli un altro “esperto grezzo” (ovvero quelli che
sono ad oggi chiamati come “i portatori
di interesse” o stakeholder), ricco di capacità e
competenze, al quale va dedicata attenzione e riconoscimento. Si tratta in
ultima analisi di mettere a confronto con pari dignità "esperienza e
scienza". Chi sono questi “esperti grezzi”? sono figure “professionali”
che fino a poco tempo fa erano tutti presenti nei grandi partiti di massa (maggiormente
nel PCI come una sorta di “imprenditori sociali”, vedi per tutti le migliaia di
Delegati sindacali, le centinaia di consiglieri comunali e di varie
organizzazioni collaterali) e oggi un po’ alla volta se ne sono andati, però
sono rimasti nella società, del tutto sconosciuti ai partiti.
·
Occorre
attivare nei confronti di tutti costoro (esperti tecnici ed esperti grezzi) un
paziente (e lungo) ascolto partecipato, attivando tutte le forme di
partecipazione: dalla intervista individuale e collettiva, alla riunione di
piccolo gruppo, ecc.
·
Affermando
nei fatti in questa nuova pratica, un “cambio di paradigma”: non si va più alla ricerca di “teste vuote” bisognose di
essere riempite con il nostro sapere, ma si parte dalle competenze, dal saper
fare, in ultima analisi dalla valorizzazione della esperienza del nostro/i
interlocutore/i.
Ci sono esperienze di ri-partenza
Sì, vedi Arnie Graf (mentore di
Barak Obama) il quale arrivato in Gran Bretagna nel
2011 comincia a girare per il paese. Incontra gli attivisti del partito, i
dirigenti locali, «ma non solo». Organizza incontri col mondo del volontariato,
delle associazioni, delle cooperative. «In
due mesi ho incontrato più di mille persone, individualmente o in gruppi. Molti
non avevano votato, molti avevano votato per altri partiti». All’inizio si
limita a conversare. «Le domande erano semplici: quali erano le loro condizioni di vita, le loro aspirazioni, le loro
preoccupazioni. E in che modo la politica aveva a che fare con la loro vita. Senza
tirare in ballo la linea del partito: si trattava solo di ascoltare. Ho
fatto il lavoro dell’organizer, e non è stato semplice far capire che
di quello si trattava, non di una qualche consulenza strapagata: il mio compito non era chiacchierare per un
paio d’ore per poi compilare un rapporto».
E, prosegue l’intervistatore: “In che modo il community organizing è entrato nella vita del Labour?
Risponde Arnie Graf: “Abbiamo cominciato con la
“mappatura” delle comunità, per capire chi sono i leader naturali di ciascun
gruppo, le persone che una comunità locale rispetta, o a cui si rivolge. Con
chi deve parlare un consigliere comunale laburista per organizzare una campagna
o una mobilitazione locale? In troppi casi noi, il Labour, la nostra leadership
locale non aveva nessuna conoscenza della sua comunità, del suo territorio.
Abbiamo iniziato allora a organizzare incontri per “fare” cose, per discutere
delle priorità. Douglas Alexander, che è stato incaricato di coordinare le
strategie per la campagna elettorale, ha preparato un programma in pochi punti
su come si dovrebbe svolgere il lavoro degli attivisti del partito: uno dei
punti è che almeno il 20 per cento dell’orario di lavoro va impiegato in
quest’attività di community organizing, o capacity building
(sviluppo delle competenze, ndr)”.
E le strutture del partito come hanno reagito?
A cambiare l’attitudine di una struttura così antica
penso che ci vorrà parecchio tempo. Ho incontrato qualche resistenza con alcuni
dirigenti. Ma ho trascorso gran parte del tempo lontano da Londra, almeno tre
settimane su quattro. Abbiamo cominciato sempre con piccoli gruppi, poi con
incontri più grandi che hanno portato a diverse campagne di portata locale.
Alcune di queste hanno poi assunto una portata nazionale. Ad esempio quella per
congelare il prezzo delle bollette.
È uno dei punti principali del nuovo programma laburista…
È nato così, dal basso?
Sì, era un tema ricorrente in tutti gli incontri che
facevamo. Incontravi un preside di scuola e subito ti diceva che l’impennata
dei prezzi del gas e dell’elettricità stava diventando un problema. Ne
sentivamo parlare di continuo e il partito se n’è accorto. A quel punto il
Labour ha provato a verificare la questione con dei focus group
specifici, e ogni volta fermare l’impennata dei prezzi delle bollette risultava
la seconda o la terza priorità dei partecipanti. Abbiamo lanciato alcune
campagne locali, coinvolgendo i sindacati, le Chiese, le ong, sempre con un
ottimo successo. Poi, nel settembre scorso, al congresso del partito, Ed ha
riunito questo e altri temi sotto un’unica voce: quella del costo della vita
sempre più alto per lo squeezed middle, il ceto medio tartassato. Le
diverse campagne locali si sono fuse in un unico capitolo del programma
elettorale del partito. Molti hanno iniziato a sentirsi “sostenitori laburisti”
proprio a partire da proposte molto concrete: ehi – ci dicono – questa gente fa
proposte che mi riguardano.
Lei era una persona spedita da Ed Miliband per mettere
sotto sopra il Labour. I dirigenti locali non si sono sentiti scavalcati?
Ho incontrato molti scettici. Ma non ci vuole molto a
capire che se la vita di un partito a livello locale si riduce a una riunione
al mese – e in quella riunione il più giovane ha la mia età, settant’anni –
allora il partito non ha davanti a sé un futuro molto luminoso. Il mio compito
era “aprire” il partito fin dalle sue strutture locali. Il numero degli
iscritti negli ultimi anni è precipitato. La gente non rinnova la tessera, non
crede più nella funzione dei partiti. Anche tra gli ex militanti si sente dire:
tanto sono tutti uguali, rubano, mentono, come si fa a fidarsi? Il messaggio che ho cercato di trasmettere
negli incontri con la base è stato: smettiamola di parlarci solo tra di noi. E
quando parliamo con gli elettori, il punto non è “vendergli” il partito.
Conquistare un voto. Bisogna ascoltare quello che hanno da dire. Se busso a
una porta e dico: “Ho la soluzione per i
tuoi problemi”, ormai non mi crede più nessuno».
Durante l’ultima campagna elettorale per le
amministrative si è visto Ed Miliband che teneva dei mini-comizi agli angoli
delle strade, in piedi su una cassetta di legno, rispondendo alle domande dei passanti. È parte di
questa strategia?
Certo che sì. Stare dove sta la gente, non solo nelle
riunioni di partito. Non ha senso pensare che solo i grandi discorsi
programmatici cattureranno l’attenzione degli elettori.
In tempi in cui si sente tanto parlare di populismo,
vedere un leader di partito scendere in strada con un megafono fa una certa
impressione…
Penso che la chiave sia accettare di parlare con le
persone, una per una. Lo Ukip – il partito anti-europeista britannico – per
molti aspetti è razzista. Ma quando si parla coi suoi elettori, nella
stragrande maggioranza dei casi non si trova neppure l’ombra del razzismo. È
gente che ha perso il controllo delle propria vita, che è arrabbiata – e sappiamo
che storicamente, quando succede questa cosa, la vittima designata è sempre il
più debole. Quando qualcuno mi dice: “Gli immigrati ci rubano i posti di
lavoro”, in genere basta conversare un po’ per accorgersi che il problema è un
altro. La caduta degli investimenti, la chiusura delle fabbriche. Ma a sinistra
siamo abituati a parlare alla gente, non a parlare con la
gente. Siamo pieni di pregiudizi sugli operai che votano a destra: pensiamo che
in fondo non abbiano capito nulla, altrimenti voterebbero per noi. Pretendiamo
di insegnargli cosa è più giusto per loro. Abbiamo smesso di parlare con le
persone, è tutto qui.”
·
Mi pare che
questa lunga testimonianza sia quanto mai istruttiva, per chi voglia
ri-costruire una qualche forma di partito a livello territoriale. Modestamente
il lavoro che la mia Associazione va facendo giorno dopo giorno in quel di
Venaria Reale a ridosso del PRS è esattamente di questa natura.
Sì, vedi le aziende esemplari.
Intanto
però la realtà va squadernata e trovo quanto mai curioso che nei documenti
preparatori del recente Congresso della CGIL, non si faccia nessun riferimento
all’andamento della struttura manifatturiera e dei servizi. Così come ai dati
occupazionali. Così come alla presenza o meno in questa fase di crisi, di
“aziende esemplari”.
|
|
Numero
unità attive
|
Numero
addetti
|
Numero
lavoratori esterni
|
Numero
lavoratori temporanei
|
||||
|
Territorio
|
2001
|
2011
|
2001
|
2011
|
2001
|
2011
|
2001
|
2011
|
|
Italia
|
4 083 966
|
4 425 950
+ 341.984
+ 8,37%
|
15 712 908
|
16 424 086
+ 711.178
+ 4,52%
|
627 607
|
421 929
- 205.678
- 32,77%
|
100 255
|
123 237
+ 22.982
+ 22,62%
|
|
Piemonte
|
329 958
|
336 338
+ 6.338
+ 1,92%
|
1 409 120
|
1 331 000
- 78.120
- 3,93%
|
45 708
|
28 167
- 17.541
- 38,37%
|
12 937
|
14 207
+ 1.270
+ 9,81%
|
|
Torino
|
168 948
|
174 209
+
5.261
+
3,11%
|
797 269
|
746 974
-
50.295
-
6,30%
|
26 030
|
17 558
-
8,472
-
32,54%
|
8 959
|
9 002
+
43
+
0,47%
|
Dati ISTAT
2011
Stessa
cosa per le quasi 3.000 aziende del Comune di Venaria e per gli andamenti sulle
assunzioni: con ben 28 tipi di assunzioni nel 2010 sono passati nelle varie
aziende di Venaria (di cui 385 nell’industria manifatturiera e 495 edili)
14.000 lavoratori (compresi i 10.000 a tempo indeterminato).
Stessa cosa per i comuni (in
provincia di Torino)
In provincia di Torino vi
sono 315 comuni per un totale di
2.302.353 abitanti con 1.050.370 famiglie. Con tutta probabilità ci saranno
dei comuni amministrati da cialtroni così come da persone probe, democratiche,
ecc. cosa conosce delle “esperienze
esemplari” le varie formazioni della sinistra e i sindacati?
Antonio Calabrò nel libro Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori, ci dice che nel 2008 nelle oltre 4.000.0000 di
aziende nel territorio italiano, ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili” che vanno
dai 50 ai 500 addetti, 600 di queste hanno più di 500 addetti) che forse ci tireranno fuori dalla
crisi. Il Prof. Romano Prodi in un recente convegno del PD, in una bella e
lucida relazione afferma che a oggi sono ca. 1.000. Domanda: chi le conosce,
cosa producono e per chi, e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda
successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (dai
sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per
tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese, prima
che la crisi sia occasione di adeguamento alla normalità rappresentata dalla
crisi e dalla recessione? per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il
movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono
senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla
difensiva. Inoltre l’Assolombarda ha censito in Lombardia 60 aziende esemplari
che fanno parte di un altro archivio: “L’INDUSTRIA ITALIANA CAMBIA VOLTO” di
ca. 530 imprese (vedi la ricerca Conoscenza e crescita: le nuove strategie
delle imprese del sistema Confindustria – Centro Studi – Progetto Focus
Group). Di queste imprese si sa il nome, l’ubicazione, il prodotto, il mercato
e un eccetera sconfinato.
Cosa tentare di fare in queste aziende
- A partire dal meglio prodotto dalla esperienza degli anni ’70, puntare al cambio di paradigma. A patto però di essere consapevoli di tre questioni: la 1° ha bisogno di una salutare autocritica di tutti coloro i quali furono i protagonisti di quella stagione, nel senso di vedere i limiti di quella esperienza che grosso modo si può così definire: diventammo tutti quanti dei “bravi poliziotti” e chi come il sottoscritto si misurò con i problemi della prestazione di lavoro finì nel fare il “guardiano del 133 di rendimento” (è la misura massima stabilita per lo sfruttamento di una persona). La 2° quella di riconoscere che avevamo (chi più, chi meno) delegato al solo inquadramento unico la “carriera dell’operaio”, oscurando invece quanto dall’esperienza operaia e quindi quanto dalla sua “competenza professionale allargata” poteva venire, offrendo invece delle ipotesi di maggiore professionalità a nuovi modi di lavoro (le isole e quant’altro), ovvero quello di riconoscere che all’operaio intraprendente restavano aperte due strade: la 1° diventare talmente bravo da passare dall’altra parte (senza nessun giudizio moralistico, passare dalla parte di coloro i quali in una fabbrica hanno il compito di costruire delle Istruzioni per gli Esecutori) ovvero 2° strada, diventare talmente bravo e passare a fare il Sindacalista! La 3° è quella di essere approdati a livello della migliore liberal democrazia, ergo: i lavoratori devono avere il diritto di esprimere i loro giudizi, specie con il voto sugli accordi e sui contratti (la libertà di opinione). A me pare che a questa concezione (del tutto giusta) occorra affiancare una strategia che si fondi sulla “democrazia cognitiva” (al cambio svizzero: mettere nella bagna i lavoratori).
- Ricostruire una unità contrattuale a partire dalla ricostruzione dalle filiere di prodotto, sia nei Contratti Nazionali (pochi), sia nei territori a livello aziendale o per siti di prodotto.
QUALE
CAMBIO DI PARADIGMA: Occorre partire dal progettare una carriera dell’operaio che
deve significare quindi dare un nuovo significato alla PRODUTTIVITA’: fare
il massimo con il minimo sforzo; quindi ciò significa riconoscere che gli
operai sono persone pensanti, che se “allenati, motivati, retribuiti, ecc.”
(alla maniera per es. di un calciatore) possono dare molta, molta più
produttività;
Non
sarà una cosa facile. Basta mandare a mente il decennio degli anni ’60, che ci
volle per la conquista dei lavoratori rispetto alla parola d’ordine della
“salute non si vende” a cui, gli stessi lavoratori, opponevano “ma neanche si
regala”.
E
occorre avere a mente il criterio della possibilità/gradualità: ergo trovare
nelle nostre controparti degli interlocutori che siano quanto meno curiosi e
con loro avviare delle sperimentazioni in piccoli gruppi di lavoratori che
andranno scelti, incentivati e messi a confronto con altrettanti “gruppi di
controllo”, non fosse altro per comparare i risultati di produttvità. Sia
questo nelle aziende manifatturiere (dove i processi di bonifica ambientali
siano ormai realizzate), sia nelle aziende della Pubblica Amministrazione dove
oggettivamente i problemi del profitto non essendoci, essendoci invece quelli
della ricerca di maggiore efficienza ed efficacia del lavoro prestato, il tutto
si configuri come un processo virtuoso, di utilizzo intelligente dei
lavoratori.
Nel
progettare la “carriera dell’operaio” vanno previste quindi tutte quelle
riappropriazioni tecnico-scientifiche (oggi in mano agli “istruttori”) che
rendano sempre più ricco, interessante il lavoro dell’operaio;
Quali le condizioni per le quali ciò si
avveri
|
Obiettivi
|
Condizioni
|
|
Trovare lavoro –
puntare alla sua riduzione redistribuzione
|
Ridurre drasticamente
la precarietà, e la flessibilità in azienda. Incentivare il lavoro di gruppo:
è nel lavoro collettivo che si impara di più dai lavoratori esperti.
|
|
Lavoro non nocivo anzi
coerente con la salute in senso complessivo
|
·
Abbattere tutte le forme di nocività conosciute: sono loro, gli
ambienti, inidonei, e non gli operai che quando lo diventano sono un peso sul
rimanente degli altri operai e un costo sociale
·
Se si vuole che un operaio dia il meglio di sé occorre quindi
liberarlo dalle forme di gravosità, di costrizione (alla Marchionne per intenderci) che non tolte portano gli operai
ad un uso del tempo altro, lontano dalla produttività
|
|
Lavoro riconosciuto
come produttore di esperienza grezza
|
Se viene riconosciuto
significa un arricchimento complessivo dell’azienda
|
|
Lavoro riconosciuto
dalla società come lavoro sociale
|
Se viene riconosciuto
deve significare un salto nella scala sociale (quindi va certificato) e un
adeguato riconoscimento retributivo
|
Si potrebbe
pensare nella situazione attuale di speriemntare in alcune aziende, accanto
alla “rappresentanza sindacale” (per lista) anche forme di rappresentaza
diretta (vedi le forme di Delegati eletti su scheda bianca da tutti i
lavoratori con compiti specifici riferiti alla prestazione di lavoro).
Con chi ripartire
·
Con i portatori sani del baco. In pratica con tutti coloro i quali
(pur diversamente collocati nelle varie formazioni politiche) sono “portatori
sani del baco”: ergo con tutti coloro i quali sono gente curiosa e capace di
mettersi in discussione
·
No con i “Berlinguer e le Rossana
Rossanda” (= gli
intellettuali umanisti, coloro i quali le invenzioni le catalogano nello “sviluppo delle forze produttive” e non
parlano mai dei diretti interessati). Voglio dire che pur riconoscendo a questi
intellettuali impegno, dedizione e una cultura sterminata, che ha fatto sì che
per un intero periodo storico il nostro “proletariato” si sia nutrito (ed
emancipato) a contatto con questi intellettuali, occorre riconoscere il limite
profondo di questi: quando va bene delle
lucidissime capacità analitiche sul perché abbiamo perso, e totalmente
vacui nella capacità di una qualsiasi opera di previsione. Per non dire una
sorda incapacità nel riconoscere tutte quelle invenzioni dell’agire umano, che
se invece conosciute possono dare nel tempo linfa alla speculazione teorica.
·
Alla
fine della fiera è molto più interessante sapere la data e il perchè della
scoperta dell’ago, o del perché ad un certo punto della storia europea vi fu il
declino dei cantieri di Venezia a fronte della fortuna dei cantieri delle
Fiandre (vedi le fortune di alcuni artigiani che inventarono il timone), che
accanto ad un diverso uso delle vele, permise alle moderne navi trans-oceaniche
di andare controvento, permettendo così a Cristoforo Colombo di “scoprire le
sue Indie Occidentali”.
Chi fa, che cosa
Problema è
chi fa, che cosa. Ad oggi non vedo nessuno nel panorama attuale che sia
incuriosito per queste questioni. Le quali non sono ovviamente l’unica risposta
alla crisi delle formazioni della sinistra (se no si cadrebbe di nuovo in una
unica via), ma quanto meno è una delle vie da percorrere.
Il mio voto alle Regionali
Va fuori
ogni mia comprensione l’atteggiamento e l’agire dell’attuale “mio partito”. L’ho
catalogo nell’opportunismo non solo dei gruppi dirigenti, ma anche di una buona
parte di militanti, prede come sono del “baco”. Da un lato sostegno (anche se
tardivo) alla lista del “greco” e dall’altra a livello Regionale del Piemonte
in lista con il PD di Chiamparino. Sia chiaro conosco il “Chiampa”, (siamo
stati a suo tempo nello stesso partito, il PCI), è una persona intelligente e
simpatica. La pensa diversamente da me.
E non capisco per quale arcano motivo mi toccherà fare il “voto disgiunto”. E a
sentire parecchi compagni di SEL sarà questo il voto di maggioranza di questi
militanti.
A proposito
di: un baco si aggira nelle teste di
parecchi comunisti, ex comunisti e varia sinistra, è il baco della “rappresentanza elettorale” a qualsiasi costo, in qualsiasi maniera.
[1] Per
maggiore chiarezza vedere il libro di Ivar Oddone “Psicologia dell’ambiente –
fabbrica e territorio” Giappichelli Editore
[2] Vedi il
Sito: http://www.mirafiori-accordielotte.org
[3] vedi il
libro di Norbert Wiener del 1949 “Introduzione alla cibernetica” (da “L’uso
umano dell’essere umano”) Ed. Einaudi
[4] Vedi il
Sito: http://www.unitadibase.altervista.org
[5] Vedi al
proposito questo Sito www.sistemainformativosociale.it - www.mediaera.it
Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie