La proposta contenuta
in questo documento è rivolta a quanti si trovano costretti a rilevare una pressoché
totale impreparazione nell’esercizio dell’azione politica a tutti i livelli,
fuori e dentro le istituzioni, da parte degli epigoni – giovani e meno giovani –
di un presunto “rinnovamento” fondato semplicisticamente sulle categorie dei
sondaggi e di un pragmatismo di bassa lega esercitato essenzialmente attraverso
“annunci” elargiti al pubblico attraverso i social network (prediletto quello
che non consente di scrivere più di 140 caratteri, così si riesce a non
spiegare nulla a nessuno) e la televisione.
Un “agire politico”
esercitato attraverso la costruzione di “cerchi magici” composti da corifei/e
di accumulatori di adulazione e facile consenso che hanno finito con il
sostituire la complessa macchina delle organizzazioni costruite nella storia,
da quelle partitiche a quelle sindacali agli altri “corpi intermedi”
associativi di varie espressioni della società.
Tutto un patrimonio
da cancellare perché limitante il potere del “gonfiare il petto” di diversi
aspiranti dittatori.
In Italia questo
fenomeno è comparso sulla scena ormai da più di vent’anni perpetuando tutto il
negativo (vedi corruzione) che si era accumulato fin dalla fondazione della
Repubblica, eliminando il positivo (soprattutto sul terreno della
partecipazione e dell’aggregazione politica e sociale) esaltando piccoli e
grandi conflitti d’interesse a tutti i livelli, trasformando le occasioni di
confronto anche elettorale in referendum “pro” o “contro” questo e quello, in
un vero delirio di personalizzazione.
La sinistra italiana,
quella “storica” che aveva contribuito in maniera determinante alla Liberazione
e nell’Assemblea Costituente è stata colpita al cuore da questi fenomeni, così
come anche la Nuova Sinistra sorta in esito alla ventata del’68, e il fenomeno
più inquietante è che “Sinistra Storica” e “Nuova Sinistra” rappresentate per
decenni da gruppi dirigenti di altissimo livello e intellettuali di primo
piano; radicate profondamente sul territorio attraverso ramificate strutture
organizzate hanno prima ceduto sul piano culturale (pensiamo proprio alla
personalizzazione come già accennato poc’anzi e alle logiche del maggioritario
e della governabilità ad ogni costo) e poi su quello concreto della presenza
sociale e politica, lasciando dietro di sé il vuoto e aprendo la strada ad
avventurieri della politica, se non a faccendieri della tangente, come stiamo
ancora una volta osservando nella più stretta attualità.
IL fenomeno,
naturalmente, riveste dimensioni internazionali che non possono essere
sottovalutate ma ha assunto nello specifico del “caso Italiano” (quello delle
anomalie positive del ’68 più lungo perché intrecciato tra studenti e operai, e
della presenza del più grande partito comunista d’Occidente pilastro della
democrazia repubblicana) una valenza del tutto particolare, al punto da farci
pensare dell’esistenza di rischi seri di involuzione autoritaria.
Una situazione
determinata, a nostro avviso, dalla rescissione del rapporto tra politica e
cultura che ha determinato questo gigantesco sbandamento al punto che neppure
una crescita esponenziale dei livelli di diseguaglianza politica e sociale
appare foriera dell’apertura di una fase di conflitto tale da prevedere un
mutamento di fondo del pericoloso stato di cose in atto.
Più prevedibile l’esplosione
di una sorta di “jacquerie” facilmente domabili a livello di ordine pubblico
(dal G8 ai No TAV la storia più recente ci sta insegnando moltissimo) e, di
conseguenza, propedeutica appunto a quella svolta autoritaria cui già si
accennava.
Il recupero di un’identità,
prima di tutto, e poi della capacità di espressione politica e anche
organizzativa di una sinistra italiana, di opposizione e di alternativa, non
passa però semplicemente dall’avvio di un tentativo di ricostituzione di una
soggettività politica fondata prima di tutto sull’aggregazione dei soggetti
agenti all’interno delle grandi contraddizioni della modernità ma anche, e
soprattutto, da un recupero nel rapporto tra cultura e politica, dalla
ricostituzione di un nucleo intellettuale all’altezza ramificato in vari
settori della vita non soltanto del Paese ma a dimensione internazionale.
Un nucleo
intellettuale che recuperi l’idea di una politica considerata anche come
oggetto di studio e sede di riflessione sulle grandi prospettive epocali, sulla
storia, sull’approfondimento del pensiero politico.
Per questo motivo
seguiranno considerazioni di merito rivolte proprio all’aspetto dello studio
del pensiero politico, invitando coloro che non intendono abdicare dall’impegno
nascondendosi (come sempre più spesso purtroppo accade) dalla loro identità a
riflettere attorno a questo elemento.
Dalla “filosofia
della prassi” gramsciana va ripresa in pieno l’idea di fondo del ruolo dell’intellettuale:
“Elemento vitale del
partito politico è l'unità di teoria e pratica. Questo, però, non è un problema
filosofico ma, una "quistione" che deve "essere impostata
storicamente, e cioè come un aspetto della quistione politica degli
intellettuali".
Gramsci si pone
quindi il problema di elaborare una teoria generale della funzione e del ruolo
degli intellettuali (a essa sono dedicate le note raggruppate nel Quaderno 10), il cui
concetto principale è quello di "intellettuale organico". Esso sta a
indicare che gli intellettuali, contrariamente a come generalmente si
autorappresentano, non costituiscono "un gruppo sociale autonomo e
indipendente", ma "ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno
originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si
crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno
omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo
economico, ma anche in quello sociale e politico" (ibid., p. 1513). Le
funzioni degli intellettuali sono eminentemente "organizzative e
connettive", e dipendono dal ruolo che essi hanno in rapporto al mondo
della produzione, all'organizzazione della società e dello Stato.
LA PROPOSTA DI UN
LAVORO DI RICERCA SULLA STORIA DEL PENSIERO POLITICO DA SVILUPPARE IN CONNESSIONE
CON LA PROPOSTA DI COSTRUZIONE DI UNA NUOVA SOGGETTIVITA’ POLITICA DELLA
SINISTRA D’OPPOSIZIONE E D’ALTERNATIVA
L’idea è quella di
lavorare, con tutti gli strumenti disponibili, intorno al rapporto tra cultura
e politica, un rapporto che accusa ormai da molti anni un deficit
particolarmente vistoso, ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi,
in diversi campi da quello accademico, per arrivare a quello istituzionale,
laddove la politica appare ormai confusa con l’economicismo e il
giurisdizionalismo astratto.
Si tratta di partire
per una ricognizione di fondo, prescindendo dal proposito di sviluppare una
“ricerca di parte”, con l’ambizione - prima di tutto – di intrecciare gli
insegnamenti che ci vengono dalla storia della “filosofia politica” con quelli
derivanti dalla storia della “scienza politica”, per ottenere il risultato di
provocare una riflessione complessiva tale da superare le settorializzazioni,
gli schematismi oggi imperanti che, alla fine, hanno danneggiato non soltanto
la qualità degli studi e delle ricerche, ma soprattutto la qualità dell’“agire
politico”.
La “scienza
politica”, come già aveva ben descritto Giorgio Sola, è entrata nel XXI secolo
con un patrimonio di ipotesi conoscitive, teorie, modelli e risultati di
ricerca, che le conferisce un posto di primissimo piano nel panorama delle
scienze dell’uomo.
Un sia pur rapido
confronto con la sociologia e l’economia permette di affermare che, sotto il
profilo quantitativo, la disciplina presenta un livello di sviluppo e
consolidamento di gran lunga superiore a quello raggiunto da queste scienze.
Tuttavia, in questo
quadro che testimonia una situazione di assestamento, sviluppo e diffusione che
solo pochi decenni or sono gli stessi politologi non sarebbero neppure stati in
grado di immaginare, si individuano zone d’ombra che possono attenuare il
carattere trionfalistico di questa descrizione.
Chi si appresta a
tracciare una rassegna delle elaborazioni teoriche e delle ricerche empiriche
che caratterizzano quel campo del sapere che viene accreditato sotto la formula
“scienza della politica” si trova, cos’, a dover affrontare due problemi
strettamente connessi.
Il primo riguarda il
contenuto, ossia i temi, i metodi, i risultati e gli scopi della disciplina.
Il secondo è relativo
alla scelta del momento storico, e conseguentemente degli autori e delle opere,
da cui far partire l’esposizione.
Si tratta di
individuare un’accezione “estesa” del concetto di scienza politica, connessa ad
altre discipline quali la filosofia politica, la sociologia politica, il
diritto costituzionale, che con essa si trovano a condividere gli stessi temi
di ricerca, attraverso il ripercorrere criticamente il pensiero politico che ha
contraddistinto, nei secoli, la cultura occidentale.
La prima
caratteristica da ricercare sviluppando questo tipo di lavoro sarà quella di
collocarci tra l’informazione di carattere generale e la narrazione di lungo
periodo e fra la precisione riguardante la necessità di esporre “dati eruditi”
e il loro inquadramento storico – concettuale e, in generale, tra storia e
filosofia.
Il primo obiettivo dovrà essere quello di
ricostruire una sorta di percorso nella storia del pensiero politico, cercando
di riassumerne le fasi più importanti, individuare i passaggi al fine di
orientare l’idea di una dialettica possibile attorno a questi temi, in modo da
renderli fruibili, alla fine, nelle sedi correnti dell’agire politico.
L’esigenza di
ricercare questo equilibrio tra “storia del pensiero politico” e realtà
“dell’agire politico”, che poi dovrebbe trovare sbocco nell’elaborazione
complessiva della “scienza politica”, nasce dalla convinzione che il pensiero
politico sia un “pensiero concreto”, coinvolto attivamente nel mondo, sia come
critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione, cioè
come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a criteri di
legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.
Il riferimento è
rivolto a un pensiero politico in grado di esprimere interessi, finalità
aspirazioni ben individuabili che, a partire da precisi punti di vista di
soggettività determinate, è capace di interpretare le sfide reali della storia,
e vi risponde in base a parametri e a esigenze di volta in volta mutevoli.
E questo intreccio di
esperienze teoriche e pratiche, di critiche e di costruzioni, di riflessioni e
di azioni, si articola tanto come “dottrine politiche” (cioè come apparati
intellettuali complessi, riflessioni più o meno direttamente orientate alla
prassi, che sono anche organismi storici in continua trasformazione) quanto
come “concetti politici” (cioè come le strutture categoriali che organizzano le
dottrine, che ne sono per così dire lo scheletro teorico).
Si tratta, allora, di
proporre, prima di tutto, una schematica storia evolutiva delle dottrine politiche,
da quelle antiche fino all’utopia del razionalismo moderno fino alla tradizione
dialettica delle grandi ideologie, alle tematiche della globalizzazione, e al
tempo stesso segnalare le loro strutture costitutive concettuali.
In tal modo potrebbe
diventare possibile, com’è necessario, leggere in controluce, accanto alla
storia delle dottrine politiche, anche un’elementare storia dei concetti
politici.
Serve legarsi a un
filo conduttore, coscienti del fatto che ciò non significa che il pensiero
politico si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime
categorie.
Al contrario è
necessario prestare grande attenzione e insistenza nel mettere in luce che, se
è vero che i concetti politici sono la struttura-ponte di lungo periodo, l’asse
portante della storia politica dell’Occidente (perché è dell’Occidente che si è
chiamati a occuparci, sia pure giocoforza) è anche vero che solo le
trasformazioni epocali, il mutare degli orizzonti di senso, il modificarsi
catastrofico degli scenari sociali e politici, oltre che intellettuali, hanno
consentito ai concetti politici di assumere di volta, in volta, il loro
significato concreto.
Insomma, è necessario
mettere in rilievo che la concretezza del pensiero politico consiste proprio
nel fatto che esso aderisce alle drammatiche discontinuità dell’esperienza
storica, e anzi le riconosce, le interpreta, le mette in forma.
Il succedersi delle
epoche del pensiero politico, la loro reciproca discontinuità e il costituirsi
relativamente unitario di ciascuna di esse attraverso a un nucleo definito di
problemi, azioni, soluzioni, dovrà rappresentare un oggetto importante di
questo studio e di questa proposta di riflessione.
Ed è importante anche
sottolineare la coesistenza della storia del pensiero con la geografia del
pensiero, rivolgendosi quindi all’illustrazione tanto dell’evolversi delle
tradizioni intellettuali che innervano la riflessione politica quanto le
specificità, rilevanti e riconoscibili, con cui ciascuna delle grandi aree
geografiche dell’Occidente le ha sviluppate e interpretate.
Occorre mostrare,
come, di volta, in volta nel corso della storia sia strutturato quello spazio
in cui si sono attuale le relazioni tra i sistemi politici; il rapporto tra la
politica e la guerra (o la pace), fra l’ordine interno e l’ordine (o disordine)
esterno.
Si deve avere
fiducia, ed è questa l’unica nota di ottimismo permessa, nell’importanza e
nell’efficacia formativa della storia del pensiero politico, nel suo senso più
vasto, fornendo strumenti per interpretare lo spessore storico e concettuale,
per decifrare i momenti di crescita e di crisi, di dramma e di trionfo, di
chiusura localistica e di apertura universale della nostra civiltà
intellettuale e politica.
Accingersi ad
affrontare la complessità del tema fin qui delineato, con tutti i limiti
soggettivi e oggettivi del caso, appare un compito rispetto al quale, dal mio
modestissimo punto di vista, ben pochi altri possono essere giudicati più
importanti e affascinanti
1 commento:
Nel commento è stato centrato un punto sul quale forse non sono stato particolarmente chiaro: la questione è proprio quella di uscire "dall'eterno presente", dall'affanno dell'hic et nunc, dal considerare la politica "affare" da bruciare nel breve. Grazie Franco Astengo
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