A trenta anni
dalla scomparsa di Enrico Berlinguer vorrei ricordare, tra le sue scelte
scomode allora come oggi, la decisione del 1979 di rompere con i governi di
unità nazionale dicendo no all'adesione dell'Italia allo SME. Il trattato che
definiva allora il cosiddetto serpente monetario era il primo passo verso la
moneta unica. Il PCI decise di opporsi a quel trattato anche per uscire dalla
disastrosa politica di unità nazionale
con la Dc, ma le motivazioni usate
contro la rigidità della moneta, e allora il liberismo veniva chiamato non a
caso monetarismo, valgono ancora oggi.
Nella Banca
d'Italia era stata appena liquidata la gestione del governatore Baffi, che era
stato arrestato insieme al direttore Sarcinelli, su mandato del giudice neofascista
Aliprandi. Successivamente furono entrambi completamente scagionati e
l'inchiesta su di loro si rivelò completamente falsa. Ma intanto la Banca
d'Italia era stata decapitata ed aveva cambiato completamente politica
monetaria. Infatti la scelta distintiva del governatorato di Baffi era stata
proprio la manovra sulla moneta. La lira veniva rivalutata rispetto al dollaro,
in modo da rendere meno pesante la bolletta energetica, e svalutata rispetto al
marco, per sostenere la produzione industriale. Baffi motivò esplicitamente
queste scelte con la necessità di non svalutare i salari e fu l'unico
governatore a non demonizzare la scala mobile e il sistema di protezione
sociale.
Lo SME invece mise al centro della politica economica
la rigidità monetaria, adottando quel liberismo che andava al governo in Gran
Bretagna con Thatcher e negli Usa con Reagan. I nostri primi interpreti di quella svolta furono il governatore Ciampi
e il ministro del tesoro Andreatta. Che assieme decisero nel 1981 la
separazione del Tesoro dalla Banca d'Italia, con il conseguente obbligo di vendere
sul mercato i BOT per finanziare la spesa pubblica. E con l'attacco alla
indicizzazione dei salari che ebbe il suo apice in quel decreto Craxi di taglio
della scala mobile, contro cui Enrico Berlinguer fece la sua ultima battaglia.
In sintesi
l'euro e la perdita formale della sovranità monetaria a favore della BCE sono
il punto di arrivo, e non la partenza,
di un sistema di accordi e decisioni che avevano un obiettivo dichiarato: rendere
impossibili le politiche economiche Keynesiane, imporre gli interessi della
globalizzazione finanziaria e dei mercati come vincoli insuperabili per gli
stati. Il pareggio di bilancio in Costituzione, votato da noi anche dalla destra oggi anti euro, è l'ultimo atto formale
di tale politica trentennale.
L'effetto euro sulle economie europee é
stato duplice. Da un lato la moneta unica è stato lo strumento per
istituzionalizzare ovunque le politiche liberiste. La Grecia é stata distrutta
con il ricatto della sua espulsione dall'euro. Da noi lo slogan "lo vuole
l'Europa" ha accompagnato ogni operazione di smantellamento dei diritti
del lavoro e dello stato sociale. D'altro lato la moneta unica forte ha finito
per mettere alla pari economie che pari non erano, facendo della zona euro non
un'area di crescita comune, bensì il campo di battaglia della competizione
estrema. Di questo si è avvantaggiata profondamente l'economia tedesca, che con
il governo socialdemocratico Schroeder all'inizio del duemila ha colpito duramente i
diritti del lavoro, aprendo così la via all'era Merkel. La depressione
salariale da sola non fa competitività, ma se si somma ad un sistema industriale forte che gode di
una moneta particolarmente favorevole, allora la fa eccome. Perché l'euro desse
risultati economici con un minimo di equilibrio ci sarebbe voluto un boom
salariale in Germania. Invece sono nati a milioni i cosiddetti minijob, lavori
precari con paghe da pochi euro l'ora,
per i quali dal Belgio son partite denunce alla corte di giustizia europea a
causa delle delocalizzazioni che hanno
lì provocato. E questa politica continua oggi in primo luogo per opera della
socialdemocrazia e della complicità sindacale. La legge sul salario minimo, vantata
come un successo progressista, è in realtà una formalizzazione del dumping
sociale. Stabilire che nel 2017 la paga minima in Germania sarà di 8,50 euro
all'ora, quando ora in Francia è di 10, significa usare l'euro come arma di
devastazione economica di massa.
Ora i due
partiti che guidano l'Unione Europea, la Germania e gli altri
principali governi, PSE e PPE, promettono un allentamento dei lacci
delle politiche di austerità. Ma mentono sapendo di mentire perché in realtà il
sistema euro, con i suoi trattati non rinegoziabili, da Maastricht al fiscal
compact, non prevede alternative alle politiche liberiste. O salta o continua
come sempre, e proprio di questa rigidità
si fa forte la signora Merkel, che così ha spianato ogni debole ostacolo
da parte della SPD.
Tre anni fa una
intervista di Giuliano Amato a Rossana Rossanda
puntava sul ritorno al governo
dei socialisti in Francia e Germania per farla finita con l'austerità. Non
voglio infierire, certo il centrosinistra europeo è oramai una formazione
social liberale che ha ben poco della sinistra, ma la realtà è che il sistema
europeo non è riformabile. Le tre misure più avanzate di cui si discute in
campagna elettorale, condono di una parte del debito per i paesi del sud
Europa, eurobond, trasformazione della BCE in un istituto che dia i soldi
direttamente agli stati e non alle
banche, non son realizzabili senza cancellare, e non semplicemente aggiustare,
i trattati che stanno a presidio dell'euro. E in ogni caso sarebbero impedite
da qualsiasi governo tedesco.
Chi sostiene queste misure dovrebbe
aggiungere: o si fa questo, o salta la baracca perché così non si può andare
avanti. Invece questo non viene detto e così il sistema di potere economico
finanziario che guida l'Europa capisce che non si fa sul serio. Il fondatore
della Linke tedesca Oskar Lafontaine aveva proposto un piano europeo di
smontaggio dell'euro, ma il suo stesso partito non ha avuto il coraggio di
sostenerlo. E tutta la sinistra europea oggi esprime la stessa paura.
È chiaro che dire no all'euro non basta se
non si rimuove la politica economica liberista che ha portato alla sua
costruzione, ma la fine della moneta unica è una condizione necessaria per
poter ricostruire una politica economica e sociale fondata su eguaglianza e
democrazia. È una condizione necessaria, ma non sufficiente e proprio questa
insufficienza avrebbe dovuto essere il
campo d'azione di una vera sinistra.
Come ho cercato di spiegare l'euro non é
tutto, ma è il simbolo monetario delle politiche liberiste e di austerità. La
sinistra non doveva subire il ricatto
psicologico di chi accusa di nazionalismo la rivendicazione della sovranità
monetaria, mentre in realtà difende l'internazionalismo di banche e finanza. La
sinistra non avrebbe dovuto avere il tabù dell'euro, ma anzi avrebbe dovuto
fare della contestazione della moneta unica la leva per spingere in campo una
critica popolare e di massa al liberismo. La sinistra doveva dire no all'euro
dal suo punto di vista e così questo punto di vista sarebbe tornato in campo
nella crisi europea.
Invece il campo è stato abbandonato e così il no all'euro è diventato
vessillo delle destre autoritarie, xenofobe e neofasciste. Che ovviamente lo
usano a loro modo e per i loro fini. Il
risultato è che la politica europea è bloccata tra la continuazione delle
politiche di austerità sotto le larghe intese PPE PSE e la contestazione degli
euroscettici reazionari. E il sostegno UE al governo ucraino infarcito di
neonazisti, mostra che ci sono momenti e situazioni in cui questi due
schieramenti possono trovare sintesi.
Un' alternativa di sinistra a tutto questo si
ricostruirà solo quando le sue forze
sapranno proporre senza tabù la messa in discussione dei poteri e delle politiche dell'Europa reale, senza trastullarsi con una
Europa ideale tanto ipocrita quanto inesistente.
In Italia questo
significa una sinistra che rompa davvero
con il PD e apra il confronto e
il dialogo con il Movimento 5 Stelle, che avrà tanti limiti e contraddizioni, ma che finora ha anche il merito democratico di aver
impedito un lepenismo di massa nel
nostro paese. La prima cosa da proporre subito dopo le elezioni europee è un
referendum costituzionale sui trattati e sull'euro, così come si fece già nel
1989. Lo chieda anche la sinistra che non vuol morire renziana.
Aveva ragione Berlinguer a dire no allo SME
e ha torto oggi la sinistra a non
mettere in discussione quell'euro che è stato messo lì per distruggerla.
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