I dati sull’occupazione diffusi ieri da Eurostat dimostrano
come stia proseguendo la tendenza al decremento ormai in atto da cinque anni
consecutivi: il dato complessivo dei 28 paesi dell’UE è negativo, 68,3% di
occupati pari a -0.1%, che in Italia raggiunge però il -1,2%, il peggior
risultato dopo quelli di Grecia, Croazia e Spagna.
All’interno di questo dato risalta però quello della
composizione di questo ridotto “mondo del lavoro”.
C’è da considerare prima di tutto che questi numeri sono una
spia dello stato di salute macroeconomico, ma non dicono nulla circa la qualità
del lavoro perché lavoro a tempo indeterminato e lavoro intermittente e
precario sono calcolati nello stesso modo, senza distinzioni di sorta.
Il rapporto Eurostat offre però un dato disaggregato che
consente davvero di mettere il dito sulla piaga del “caso italiano”: ed è
quello relativo al tasso di occupazione delle persone tra i 55 e i 64 anni.
In quel particolare segmento l’Italia cresce.
Un aumento consistente del 2,3% ben oltre la media UE che si
ferma all’1,3%.
Si tratta, com’è evidente, del frutto avvelenato del mancato
ricambio generazionale (ricordiamo la percentuale della disoccupazione tra i 15
e i 24 anni ormai ben oltre il 43%) risultato pessimo delle varie
“controriforme” delle pensioni succedutesi nel corso degli anni, da quella Dini
allo “scalone” Maroni fino al colpo di grazia fornito dalla legge Fornero.
Il lavoro dipendente è stato sopraffatto da provvedimenti
sbagliati e ingiusti: tutte le ricette imposte da Francoforte per abbassare le
tutele per i lavoratori hanno fornito esiti a dir poco disastrosi.
Per di più in Italia si è cercato di affermare una vera e
proprio filosofia “contro” il lavoro dipendente, partendo dalla distruzione
delle grandi concentrazioni operaie: un progetto politico che stava già dentro
al documento di “Rinascita Nazionale” della P2 1975 che, attraverso un vero e
proprio scompaginamento sociale puntava a togliere di mezzo i corpi intermedi
rappresentativi del mondo del lavoro e a ridurre i lavoratori
all’individualismo.
Naturalmente questi corpi intermedi, specificatamente i
sindacati confederali hanno contribuito in misura decisiva al compimento di questo
distruttivo progetto allineandovisi e sposando, nella sostanza, i due punti
decisivi dell’ideologia che esso conteneva: l’acquisizione “in toto” delle
politiche liberiste e la considerazione – conseguente – della nocività del
lavoro fisso, da sostituire con precarietà, mobilità, incertezza.
Facendo pesare, in più, il debito pubblico (causato dal
combinato disposto di corruzione e evasione fiscale) quasi integralmente sulle
spalle del lavoro dipendente.
Intanto crescevano il lavoro nero, il supersfruttamento (non
rivolto soltanto agli emigrati), l’insicurezza, gli infortuni, le “morti
bianche”, il disprezzo per le minime regole di tutela ambientale.
Una folle “deregulation”.
Siamo così giunti a questi esiti paradossali: mentre il
“ceto politico” complessivamente inteso badava alla propria ricca
sopravvivenza, il lavoro “vivo” veniva mortificato e le giovani generazioni
messe in un angolo di parcheggio da provvedimenti ingiusti soprattutto verso le
generazioni più anziane, colpite a fondo nei diritti strappati attraverso
decenni di lotte.
La logica dell’impresa si è così rovesciata all’interno di
un meccanismo capitalistico feroce e arrogante verso il quale non è stata
svolta alcuna funzione di contrasto, con una totale perdita di autonomia da
parte delle espressioni politiche rappresentative che avrebbero dovuto basarsi
sull’inestinguibile contraddizione di classe.
E’ avvenuto questo, in Italia, provocando anche una
crescente separatezza tra la politica, l’amministrazione e la società,
aumentando enormemente il peso delle diseguaglianze, cancellando ogni
qualsivoglia ipotesi di trasformazione sociale.
E’ così cresciuto un malessere trasversale che, adesso, si
cerca di tamponare con un qualunquismo esasperante nel tentativo di coprire il
malgoverno di questi ultimi decenni: malgoverno che ha coinvolto tutti, tecnici
compresi, dai demoproletari ai repubblichini.
Il rapporto Eurostat fotografa, per l’ennesima volta, una
situazione di dramma e di disgregazione sociale: appare riduttivo e pesante
chiedere ancora di riflettere e di agire.
Ma dove stanno le forze che dovrebbero imporre almeno una
correzione di rotta? Sinceramente non se ne vedono all’orizzonte, neppure di
quello remoto.
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