domenica 11 maggio 2014

Costruendo l’Europa che non c’è. Un cambio di rotta contro le politiche di austerità stralcio da un articolo di Claudia Fanti da Adista

 Una terribile minaccia incombe sull’Europa, più devastante ancora delle politiche di austerità che hanno già messo in ginocchio il Continente: è il Ttip, il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, oggetto di trattative segrete tra Stati Uniti e Commissione Europea. Ribattezzato non a caso la “Nato del commercio”, l’accordo, che dovrebbe chiudersi entro il 2014, mira alla creazione della zona di libero commercio più grande del pianeta, ridisegnando gli scambi tra le due principali potenze commerciali a beneficio esclusivo delle grandi imprese. Un accordo nel segno della deregolamentazione, finalizzato, come emerge dal Rapporto 2014 di Euromemorandum (il rapporto annuale dall’EuroMemo Group, un network di economisti europei per una politica economica alternativa, consultabile su Sbilanciamoci.info), a «smantellare e/o armonizzare» le differenti normative Usa e Ue «in settori quali l'agricoltura, la sicurezza alimentare, gli standard tecnici dei prodotti, i servizi finanziari, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e gli appalti pubblici», senza alcun riguardo per la salute pubblica, i diritti del lavoro e la tutela dei consumatori. Oltre che a segnare la definitiva capitolazione della politica, potendo le imprese, grazie alla clausola di protezione degli investimenti, rivolgersi a un tribunale arbitrale (probabilmente presso la Banca Mondiale) al fine di ottenere un risarcimento per ogni cambiamento legislativo di uno Stato destinato a comportare una diminuzione dei loro profitti. Obbligato il richiamo all’Ami (o Mai), l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti che, negli anni ’90, si proponeva, per la prima volta nella storia, di regolamentare l'intera economia mondiale: bloccato, nel 1998, a causa delle contraddizioni interne all'Ocse (dove, nel 1995, nel più assoluto segreto, avevano preso avvio le consultazioni) e delle pressioni esterne di associazioni, campagne, organizzazioni non governative, l’Ami era stato espressamente ideato per aiutare gli investitori a muovere più liberamente i loro capitali, garantendo alle imprese un accesso illimitato a tutti i mezzi di produzione e a tutta la forza lavoro di un qualsiasi territorio del pianeta, con pari opportunità di investimenti per aziende estere e nazionali. Un accordo a cui i centri del potere economico non sono mai stati disposti a rinunciare, puntando a rilanciarlo in sede Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio) o, per l’appunto, in un trattato bilaterale Usa-Ue. Da qui la necessità, proprio come avvenne contro l’Ami, di attivare al più presto una forte mobilitazione politica e sociale, che, per quanto riguarda l’Italia, ha mosso i primi passi con l’Assemblea Costitutiva della campagna contro il Trattato di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Europa e Stati Uniti (a cui partecipano realtà come Comune-Info, Fairwatch, Scup, Sbilanciamoci.info, Attac Italia, Altramente, Associazione Botteghe del Mondo, Fondazione Banca Etica).
Quella contro il Ttip non è, peraltro, l’unica lotta che la popolazione europea è chiamata a combattere: se vent'anni di integrazione nel segno delle politiche neoliberiste e del potere della finanza hanno condotto il Continente in un vicolo cieco, l’obiettivo non può che essere quello di un radicale cambio di rotta rispetto a quelle politiche di austerità, che, come scrive il giurista Luigi Ferraioli nell’inserto della campagna Sbilanciamoci! pubblicato su il manifesto del 31 gennaio con il titolo “Vicolo cieco a Bruxelles” (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Vicolo-cieco-a-Bruxelles-22069), «non soltanto si sono rivelate fallimentari sul piano economico e disastrose sul piano sociale», ma «stanno distruggendo, in tutti i Paesi che ne sono stati colpiti, il senso comune di appartenenza all'Unione, avvertita sempre più apertamente da masse crescenti come una potenza estranea ed ostile». Sono questi, prosegue Ferraioli, «il danno e il prezzo più gravi che stiamo pagando per queste politiche irresponsabili: lo sviluppo di un anti-europeismo di massa, rabbioso e rancoroso, che è stato immediatamente intercettato, non solo in Italia ma in gran parte dei Paesi europei, dai tanti demagoghi in circolazione». 


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