Pubblichiamo davvero con l'animo affranto la cronaca di questa strage annunciata. I minatori turchi sono vittime, ancora una volta, dello sfruttamento capitalistico portato all'inverosimile all'interno di un regime che trova la sua ragion d'essere soltanto nella sopraffazione delle opposizioni e in una antistorica vocazione imperiale. Intanto ad Ankara dimostranti che reclamavano notizie e giustizia su questo drammatico fatto sono stati dispersi con la violenza dalla polizia. Soltanto venti giorni fa le opposizioni in parlamento si erano viste negare la possibilità d'inchiesta sulle condizioni di sicurezza delle miniere, considerate ad altissimo rischio. Non possiamo che ribadire il giudizio del titolo , modificandolo leggermente: "Non è stato un incidente, ma un massacro voluto" dal governo Erdogan e dall'eterna legge dello sfruttamento capitalistico.
Gia’
232 corpi senza vita sono stati estratti nella miniera turca Soma in
provincia di Manisa, cento chilometri a nord-est di Izmir, distrutta
ieri – martedì 13 maggio – da un’esplosione.
Il bilancio potrebbe ulteriormente
aggravarsi: decine e forse centinaia di minatori sono ancora
intrappolati nelle viscere della terra.
Centinaia di soccorritori continuano a estrarre i compagni dalle gallerie della miniera a piu’ di 400 metri sotto terra.
Secondo i media turchi erano 787 nella
miniera al momento dell’esplosione, la metà dei quali sarebbero riusciti
a fuggire. Alla base del disastro mortale, secondo i media mainstream
di Ankara, vi sarebbe un cortocircuito che ha provocato esplosioni e
crolli fino a duemila metri di profondità.
Come accade molto spesso in casi di questo genere, impossibile parlare di “fatalità” o “tragedia”.
Da tempo c’erano infatti forti polemiche
sulla sicurezza nelle miniere del paese e proprio su Soma l’opposizione
al regime di Erdogan (Il chp) e i sindacati del settore avevano chiesto
solo due settimane fa, invano una commissione d’inchiesta.

Manifestazioni contro il disastro nella
miniera sono previste oggi, mercoledì 14 maggio, in diverse citta’ del
paese. La polizia nel primo pomeriggio ha già sparato lacrimogeni contro
gli studenti ad Ankara.
A Istanbul sono già scattate questa mattina con una protesta nella metropolitana per iniziativa delle reti sociali antiErdogan.
Molti giovani, in gran parte
universitari, hanno iniziato a sdraiarsi per terra nei vagoni,
identificandosi così con i minatori rimasti intrappolati nelle gallerie
della miniera invase dal fumo e dalle fiamme.
Su Twitter diversi hashtag riflettono la
rabbia crescente: uno dei piu’ popolari e’ #NotAccidentButMurder (Non è
un Incidente Ma un Omicidio).
Dalla Turchia la corrispondenza con Luca Tincalla, autore del libro autoprodotto “Testimone a Gezi Park”.
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