Naturalmente ai più l’accostamento tra la grande kermesse
mediatica della canonizzazione dei “Papi Santi” e la celebrazione del Primo
Maggio potrà apparire irrituale, campata in aria se non, addirittura, blasfema.
Eppure il nesso c’è, ed è quello della “copertura”
attraverso la mistificazione di una società malamente secolarizzata, portata
all’imbarbarimento nel complesso dei suoi rapporti sociali con un’evidente
manipolazione degli orientamenti e dello stesso modo di vivere delle grandi
masse: il Potere (quello con la P maiuscola, religioso e politico, di Trono o
di Altare che si tratti, punta come sempre alla propria autoperpetuazione).
Secolarizzazione dovrebbe significare uscita dalla
costrizione dei dogmi sui comportamenti morali; secolarizzazione avrebbe dovuto
significare la laicizzazione dell’etica, mantenendo principi nell’elaborazione
dei progetti di società per il futuro.
Secolarizzazione, invece, ha significato – nella cosiddetta
modernità – la sostituzione degli antichi dogmi con un nuovo messaggio,
subdolamente veicolato per via mediatica, rappresentato dall’esaltazione
dell’individualismo, della proclamazione di una necessità della diseguaglianza,
dall’evidenza della sopraffazione tra i singoli e tra le diverse componenti
(religioso, etniche, politiche, di varia “diversità’) in una visione
pericolosamente “neo-corporativa”.
Il dramma della quotidianità non viene più affrontato attraverso
l’idea che promuove l’azione nel senso del cambiamento delle relazioni umane,
della società, della politica, degli equilibri economici: quando la chiesa
cattolica proclama i “papi santi”, esprime volutamente e scientemente
semplicemente un mito ammantato di apparenti buone parole utili appunto a
mantenere la cappa della mistificazione su fedeli che accorrono all’evento
bardati alla stessa stregua delle tifoserie dei concerti o del calcio.
Così in questo primo Maggio ci si dirige per la stessa strada, facendo
finta di proclamare l’insieme dei drammi che compongono oggi quello che fu il
mondo del lavoro: drammi che compongono per intero quel quadro d’imbarbarimento
che contrassegna l’essere e l’agire dell’oggi.
Il tutto viene affidato, alla fine, e dato in pasto al
pubblico attraverso una categoria che non è altro che una cosiddetta “virtù
teologale”: la categoria della speranza.
Si pronunciano parole, come nel caso dell’ingannevolità
evidente del nuovo papato, per dare “speranza”: senza tentare mai di intaccare
la realtà degli equilibri e dei rapporti sociali.
Si cerca di collocarsi oltre “ l’homo omini lupus”, per
assistere allo sbranamento da parte dei potenti verso gli inermi, edulcorandone
i termini chiedendo la carità.
Eccola la cifra comune tra la canonizzazione dei “papi
santi” e la celebrazione del primo maggio: la richiesta della carità verso i
potenti, una carità da elargire benignamente dopo aver distrutto qualsiasi
prospettiva e possibilità di rivoluzionamento delle relazioni di classe: relazioni
di classe che non debbono mai essere considerate, semplicisticamente, relazioni
economiche, del dare per avere, ma sono relazioni culturali, di modo d’essere,
di comportamenti nel mondo.
Coloro che avrebbero dovuto combattere questa cattiva
secolarizzazione che ha aperto spazi così importanti a una nuova
“millenarizzazione della speranza” si sono mossi invece, nel solco, del
ricreare nell’insieme delle coscienze l’idea della lotta del singolo e della
sopravvivenza personale: così sono passati di nuovo i messaggi della
“solidarietà” dello status quo e accanto alla speranza il ritorno dell’altra
virtù teologale della carità.
Siamo ridotti davvero a questo? Abbiamo gettato via il
portato di oltre un secolo di elaborazione e di lotta? Davvero alla CGIL di Piombino
non è rimasto altro che scrivere al distributore della speranza per chiedere la
carità?
Domande senza risposta: certo che assistere al vagare delle
masse alla ricerca di parole di conforto invece che dell’espressione, almeno,
di una dignità sociale se non di un’identità rivoluzionaria ci pone tutti in
una situazione di grande disagio e di profonda tristezza.
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