Quella “europeista” è una storia di 50 anni di elaborazioni
verticistiche, antiparlamentari e anticomuniste che nell’accentuarsi delle nuove
contraddizioni capitalistiche a misura del transito dall’Europa dei “sei” a
quella del “15” e “25” rappresenta da sempre il banco di prova della
volontà dei gruppi dirigenti anticomunisti, consapevoli della crescente
difficoltà che presentava in Europa -–a differenza che negli USA e in Gran
Bretagna sempre coerenti nel loro conservatorismo di fondo – la tenuta
dell’ambigua ideologia dello “stato di diritto” sotto la pressione di una
società di massa, che rendeva ineludivibile l’adozione da parte dello stesso
stato capitalistico, non solo di nuove misure di ordine pubblico militare e
poliziesco, ma anche di misure di “ordine pubblico
economico”.
Si usa
insistere sulla rozza distinzione tra euroentusiasti e eroscettici, per non
contestualizzare e non valutare il degrado “istituzionale”, ossia della
democrazia e delle sue “concrete” forme di organizzazione, di una Comunità europea fondata con i
Trattati del 1957 come comunità “economica”. Da allora sviluppatasi in 50 anni
di elaborazioni verticistiche ed antiparlamentari, sfociate in una “convenzione”
di 102 membri che però non hanno mai votato il testo della c.d. “costituzione
europea”: per decisione imposta dal Presidium (Ziller, La costituzione europea,
pagg.116-123) di procedere “per acclamazione” (peggio del sistema sovietico,
dove il voto era comunque previsto e come nel sistema fascista, in cui il voto
era formalmente precluso).
Nata come
“mercato del carbone e dell’acciaio” (Benelux) e, poi, diventata “mercato
comune” (Mec), si caratterizza come “cosa” propria del mercato d’impresa
capitalistica, di cui oggi si vorrebbe costituzionalizzare la tipologia
istituzionale innervatasi per 50 anni, ribadendo che “l’asse degli obbiettivi
dell’Unione è costituito dal mercato unico”, dominato dal potere d’indirizzo
economico-programmatico della BCE e del suo Governatore privo di legittimazione
elettorale come tutta la sua “squadra” di Banchieri centrali di ogni Paese, che
rispondono a lui e non ai loro Parlamenti.
L’hanno
chiamato e riconosciuto tutti come “deficit democratico europeo”, che con
spregiudicatezza, anziché superarlo lo si vuole canonizzare col Trattato
inter-governativo - c.d. “costituzione” - bocciato dal popolo francese. “Deficit
democratico” che è l’emblema sotto cui si concreta l’esplicito l’arretramento
persino dalla “civiltà giuridica” tanto enfatizzata dal costituzionalismo
liberale. “Deficit democratico” europeo che ha un effetto di trascinamento di
tutte le istituzioni e Costituzioni dei Paesi che – dalla Liberazione del
nazi-fascismo in poi - sono progrediti verso la democrazia, specie in
stati-nazione come l’Italia. La cui Costituzione può dirsi l’esatto contrario di
quella “europea”, a cui la si vuole subordinare per cancellare il “caso
italiano” di democrazia troppo e insopportabilmente avanzata per chi si rifà al
‘700 e al suo vetero e superato costituzionalismo liberale anglo-americano,
nonché al suo omologo “modello tedesco” – il c.d. “cancellierato” -, erede
dell’autoritarismo bismarckiano. 50 anni in cui tutte le istituzioni sono state
trascinate nel gorgo dell’involuzione autoritaria dei Trattati di Roma fino a
quelli di Maastricht, Amsterdam, Nizza, come si vede dal fatto che non c’è stata
una cancellazione degli stati ma bensì del ruolo dei loro Parlamenti.
Resi
del tutto subalterni ad un sistema
istituzionale fatto di organi monocratici i vecchi e di nuovo conio (dal Presidente
della Commissione europea, al Presidente del Consiglio europeo, al Ministro
degli affari europei); e di organi collegiali ma di vertice (il Consiglio
europeo, il Consiglio dei ministri, la Commissione europea, e
la Corte di
giustizia). Donde la natura cadetta di un Parlamento che - precisiamo - non è un
Parlamento “europeo” ma un insieme di parlamentari nazionali, eletti da meno del
50% degli aventi diritto.
Trattasi di una superfetazione costituzionale, resasi necessaria
per completare l’operazione volta a inglobare e comprimere, in un sistema “a
castello” dominato dalla “costituzione economica” e culminante nei poteri
relativi alla moneta unica, quei principi concernenti la vita politica, sociale
e civile dei popoli d’Europa. Principi che, surrettiziamente, vengono degradati
assieme alle ragioni che all’origine li avevano coinvolti come “popoli” e non
come semplici ”cittadini”, tramite un ritorno indietro dallo “stato comunità”
italiano e dalla “sovranità popolare” della nostra Costituzione, alle forme
dello “stato-apparato” e alla sovranità di apparati concentrata nel circuito,
tecnocratico, del “governament” europeistico e delle “corporate governace” delle
imprese finanziarie e industriali, sotto l’egida delle banche centrali
capeggiate dalla BCE. Tanto che nella c.d. “costituzione europea”, la “sovranità
popolare” non è neanche nominata: sostituita da gruppi di potere o di amici che
si dicono ‘opinione pubblica”; e da tecnocrazie finanziarie e amministrative
distribuite sia nazionalmente sia internazionalmente che ghettizzano i popoli e
la società.
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