venerdì 9 maggio 2014

ELEZIONI, FORSE, MA C'ENTRA BEN ALTRO di G.Angelo Billia




 

Lo so, uno si ripromette di non alimentare polemiche per non dare l’idea di sponsorizzare qualcuno contro altri, ma quando si trova a verificare che è tutto inutile, che i termini della questione vengono sempre intesi così, anche se non lo sono, beh, forse la rottura di palle è il male minore. Votare, non votare, votare Tsipras, m5s, altro, annullare il voto, non andare alle urne, Resistenza, Costituzione, Democrazia, istituzioni; queste sono le “lee” ( i canali che prelevano acqua dal corso principale), che alimentano i vari mulini.
Tutto rende esplicito il fatto che la polemica sulle elezioni scaturisce da una lettura della realtà che nei fatti si carica di una propria interpretazione soggettiva, considerata, però, verità assoluta, appiccicata ad ognuno dei termini sopra elencati. Per questo, pur consapevole del calpestio della sensibilità del mio prossimo che ciò comporta, intendo affrontare la questione elettorale da un’altra angolazione rispetto a quella che seguo abitualmente.
Resistenza, ne parliamo, ma siamo proprio sicuri di vedere la stessa cosa? Senza tritarci le “cellule grigie” con analisi tanto complesse quanto perniciose per l’abitudine del mordi e fuggi ormai imperante, anche a sinistra, vogliamo dircelo che, al di là delle aspirazioni di una parte dei combattenti comunisti, è stata lotta per sostituire il capitalismo truce, dal volto fascista, con quello, sul momento apparentemente accomodante, del capitalismo dal volto “buono”? E a questo proposito, soprattutto per i molti che sognano di gestire “democraticamente” lo Stato capitalista, quanto ci vuole ancora per capire che il capitalismo ha volti diversi e li usa sempre per coprire un unico interesse?
Democrazia, davvero quella conquistata nel ’45, può essere considerata sinonimo di libertà? Non dice proprio nulla il fatto che, sia pure con mezzi meno platealmente coercitivi, la sorte della maggioranza degli uomini sia determinata dalle esigenze di un pugno di detentori delle ricchezze prodotte da altri? Mi domando come possano, compagni che si rifanno intellettualmente agli ideali comunisti, considerare irrinunciabile un momento elettorale svuotato completamente della valenza democratica frutto del compromesso scaturito dalla resistenza. A cosa non si vuole rinunciare? A votare a prescindere da chi si vota? Oppure si vuole attribuire democraticità ad un fatto elettivo costruito in modo da escludere a priori qualsiasi presenza anticapitalista?
Francamente trovo infantile, antistorico, astratto dalla realtà, il pervicace tentativo di autoconvinzione secondo il quale, se non si vota, si rinuncia alle conquiste della resistenza. Ma dov’erano questi compagni, nel momento in cui la borghesia, attraverso i suoi organi esecutivi, i governi, cestinava quel poco di democratico strappato dalla resistenza? Viaggiavano nell’abbraccio “rivoluzionario” di chi stava lavorando dall’interno per trasformare il PCI nell’ennesima appendice esecutiva dei padroni? Le elezioni tenutesi nel ’48, per le modalità “divine”con le quali l’opinione pubblica è stata piegata alle ragioni di chi, pur avendolo scaricato, portava tutt’intera la responsabilità del fascismo, anziché indurre a ripensamenti sembrano aver lasciata intonsa l’idea della democrazia realizzata.
Costituzione, assodato che è stata frutto di un compromesso fra chi combatteva il fascismo in quanto tale e chi, al contrario, aveva come obiettivo anche i mandanti del fascismo stesso, presenta nella sua stesura vistosi elementi di ambiguità condivisa fra gli estensori. In questi termini, tenendo presente che è comunque l’atto fondante della Repubblica, deve essere rivendicata senza remore alcuna, ma, e purtroppo è un ma enorme, non è mai stata applicata, neppure nei suoi principi fondamentali. Quindi, se la questione verte sul rifiuto di perdere le conquiste della Resistenza, per cortesia, qualcuno è in grado di dirmi perché la lotta per il suo rispetto si è sempre limitata, anche a sinistra, ad una battaglia difensiva contrapposta ai tentativi di cambiare la lettera stessa, ignorando che il problema, dal ’46, è esattamente quello di imporne semplicemente l’applicazione? Mi spiace, ma su questo punto sento un fetore insopportabile di complicità, ai livelli più alti, e di dabbenaggine fideistica a livello militante.
Istituzioni, cioè la miscela politico burocratica che la Repubblica si è data, badando a non frapporre ostacoli al potere. Insomma, l’insieme delle cose che i compagni a cui ho alluso sembrano disposti a difendere fino alla morte. il Parlamento, nelle apparenti intenzioni del costituzionalista luogo sacro, in cui il volere del popolo, attraverso i suoi rappresentanti, trova espressione nella formulazione delle leggi. Bene, quali sono gli strumenti messi a disposizione del popolo affinché possa esprimere, con piena conoscenza, la sua valutazione sui candidati? Non parlo del Parlamento di nominati attuale, luogo dove la feccia della politica trova la sua naturale collocazione, parlo dell’altro, in cui si dà il voto di preferenza. Chi ha coraggio venga a dire che i meccanismi di selezione sono a disposizione del popolo, che la piaggeria, il servilismo e l’ignoranza dei media non c’entrano nulla nell’orientare la scelta “democratica” dell’elettore. Se poi vuole anche la medaglia al valore, aggiunga che tutti hanno uguali possibilità di essere conosciuti ed eletti.
Ma la natura aziendale dell’attuale Parlamento (tralasciando di chiedere il certificato antimafia alle aziende-partito) è solo una delle ragioni per le quali un comunista dovrebbe essere naturalmente collocato “oltre”, in un ‘altra dimensione. Il Parlamento esprime il Governo (formalmente, perché da un po’ di tempo deve avere il benestare preventivo del capo dei capi). Sto parlando di un’altra istituzione, lo rilevo perché non vorrei che sfuggisse. Bene, com’è che da decenni non si riesce più a capire le differenze rispetto all’associazione a delinquere e la cosca mafiosa? E questo pone un altro problema non secondario.
La Presidenza della Repubblica, concepita formalmente super partes, nei momenti migliori si è limitata ad un ruolo notarile, magari con qualche brontolio per dire che è ingiusto, che bisogna fare in un altro modo, salvo poi lasciare esattamente le cose come stanno, ciò si è trasformato, nei momenti peggiori, in un praticantato per direttori d’orchestra ligi allo spartito fornito dalla borghesia italiana ed europea. Con Napolitano questa istituzione ha raggiunto il culmine della negazione costituzionale, e se c’è bisogno d’altro per qualificarla, beh, è meglio lasciar perdere, sarebbe inutile.
La Magistratura, in quanto istituzione non elettiva, paradossalmente, alla fine, è quella che più d’ogni altra mostra segni, parlo di segni non di stravolgimenti generali, della minore egemonizzazione borghese rispetto a quelle d’origine elettiva. Per capirci, intendo che, se in quelle elettive nessuno sfugge alla natura profonda dei partiti della borghesia, nella Magistratura qualche smagliatura è possibile, a volte, rispetto agli ordini di scuderia. Ciò non toglie che sia un organo che amministra la “giustizia” in uno Stato che considera legale il delitto contro l’umanità chiamato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Questa è la situazione obiettiva, a mio giudizio e per questo compiango chi, sentendosi comunista, finisce poi, sulla base di un’incomprensione profonda della realtà, per fare scelte che appartengono ad un copione ormai superato, ma percorso con risultati nefasti da milioni di comunisti prima di loro, il copione che ha portato all’annientamento del PCI e dell’idea stessa dell’alternativa al capitalismo. Ma forse è giusto così, le macerie reclamano ciò che è normale: per ricostruire devono essere sgomberate e, se lo fanno da sole tanto meglio.

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