Lo so, uno si ripromette di non alimentare
polemiche per non dare l’idea di sponsorizzare qualcuno contro altri, ma quando
si trova a verificare che è tutto inutile, che i termini della questione vengono
sempre intesi così, anche se non lo sono, beh, forse la rottura di palle è il
male minore.
Votare, non votare, votare Tsipras, m5s, altro, annullare il
voto, non andare alle urne, Resistenza, Costituzione, Democrazia, istituzioni;
queste sono le “lee” ( i canali che prelevano acqua dal corso principale), che
alimentano i vari mulini.
Tutto rende esplicito il fatto che la polemica
sulle elezioni scaturisce da una lettura della realtà che nei fatti si carica di
una propria interpretazione soggettiva, considerata, però, verità assoluta,
appiccicata ad ognuno dei termini sopra elencati. Per questo, pur consapevole
del calpestio della sensibilità del mio prossimo che ciò comporta, intendo
affrontare la questione elettorale da un’altra angolazione rispetto a quella che
seguo abitualmente.
Resistenza, ne parliamo, ma siamo proprio sicuri di
vedere la stessa cosa? Senza tritarci le “cellule grigie” con analisi tanto
complesse quanto perniciose per l’abitudine del mordi e fuggi ormai imperante,
anche a sinistra, vogliamo dircelo che, al di là delle aspirazioni di una parte
dei combattenti comunisti, è stata lotta per sostituire il capitalismo truce,
dal volto fascista, con quello, sul momento apparentemente accomodante, del
capitalismo dal volto “buono”? E a questo proposito, soprattutto per i molti che
sognano di gestire “democraticamente” lo Stato capitalista, quanto ci vuole
ancora per capire che il capitalismo ha volti diversi e li usa sempre per
coprire un unico interesse?
Democrazia, davvero quella conquistata nel ’45,
può essere considerata sinonimo di libertà? Non dice proprio nulla il fatto che,
sia pure con mezzi meno platealmente coercitivi, la sorte della maggioranza
degli uomini sia determinata dalle esigenze di un pugno di detentori delle
ricchezze prodotte da altri? Mi domando come possano, compagni che si rifanno
intellettualmente agli ideali comunisti, considerare irrinunciabile un momento
elettorale svuotato completamente della valenza democratica frutto del
compromesso scaturito dalla resistenza. A cosa non si vuole rinunciare? A votare
a prescindere da chi si vota? Oppure si vuole attribuire democraticità ad un
fatto elettivo costruito in modo da escludere a priori qualsiasi presenza
anticapitalista?
Francamente trovo infantile, antistorico, astratto dalla
realtà, il pervicace tentativo di autoconvinzione secondo il quale, se non si
vota, si rinuncia alle conquiste della resistenza. Ma dov’erano questi compagni,
nel momento in cui la borghesia, attraverso i suoi organi esecutivi, i governi,
cestinava quel poco di democratico strappato dalla resistenza? Viaggiavano
nell’abbraccio “rivoluzionario” di chi stava lavorando dall’interno per
trasformare il PCI nell’ennesima appendice esecutiva dei padroni? Le elezioni
tenutesi nel ’48, per le modalità “divine”con le quali l’opinione pubblica è
stata piegata alle ragioni di chi, pur avendolo scaricato, portava tutt’intera
la responsabilità del fascismo, anziché indurre a ripensamenti sembrano aver
lasciata intonsa l’idea della democrazia realizzata.
Costituzione, assodato
che è stata frutto di un compromesso fra chi combatteva il fascismo in quanto
tale e chi, al contrario, aveva come obiettivo anche i mandanti del fascismo
stesso, presenta nella sua stesura vistosi elementi di ambiguità condivisa fra
gli estensori. In questi termini, tenendo presente che è comunque l’atto
fondante della Repubblica, deve essere rivendicata senza remore alcuna, ma, e
purtroppo è un ma enorme, non è mai stata applicata, neppure nei suoi principi
fondamentali. Quindi, se la questione verte sul rifiuto di perdere le conquiste
della Resistenza, per cortesia, qualcuno è in grado di dirmi perché la lotta per
il suo rispetto si è sempre limitata, anche a sinistra, ad una battaglia
difensiva contrapposta ai tentativi di cambiare la lettera stessa, ignorando che
il problema, dal ’46, è esattamente quello di imporne semplicemente
l’applicazione? Mi spiace, ma su questo punto sento un fetore insopportabile di
complicità, ai livelli più alti, e di dabbenaggine fideistica a livello
militante.
Istituzioni, cioè la miscela politico burocratica che la
Repubblica si è data, badando a non frapporre ostacoli al potere. Insomma,
l’insieme delle cose che i compagni a cui ho alluso sembrano disposti a
difendere fino alla morte. il Parlamento, nelle apparenti intenzioni del
costituzionalista luogo sacro, in cui il volere del popolo, attraverso i suoi
rappresentanti, trova espressione nella formulazione delle leggi. Bene, quali
sono gli strumenti messi a disposizione del popolo affinché possa esprimere, con
piena conoscenza, la sua valutazione sui candidati? Non parlo del Parlamento di
nominati attuale, luogo dove la feccia della politica trova la sua naturale
collocazione, parlo dell’altro, in cui si dà il voto di preferenza. Chi ha
coraggio venga a dire che i meccanismi di selezione sono a disposizione del
popolo, che la piaggeria, il servilismo e l’ignoranza dei media non c’entrano
nulla nell’orientare la scelta “democratica” dell’elettore. Se poi vuole anche
la medaglia al valore, aggiunga che tutti hanno uguali possibilità di essere
conosciuti ed eletti.
Ma la natura aziendale dell’attuale Parlamento
(tralasciando di chiedere il certificato antimafia alle aziende-partito) è solo
una delle ragioni per le quali un comunista dovrebbe essere naturalmente
collocato “oltre”, in un ‘altra dimensione. Il Parlamento esprime il Governo
(formalmente, perché da un po’ di tempo deve avere il benestare preventivo del
capo dei capi). Sto parlando di un’altra istituzione, lo rilevo perché non
vorrei che sfuggisse. Bene, com’è che da decenni non si riesce più a capire le
differenze rispetto all’associazione a delinquere e la cosca mafiosa? E questo
pone un altro problema non secondario.
La Presidenza della Repubblica,
concepita formalmente super partes, nei momenti migliori si è limitata ad un
ruolo notarile, magari con qualche brontolio per dire che è ingiusto, che
bisogna fare in un altro modo, salvo poi lasciare esattamente le cose come
stanno, ciò si è trasformato, nei momenti peggiori, in un praticantato per
direttori d’orchestra ligi allo spartito fornito dalla borghesia italiana ed
europea. Con Napolitano questa istituzione ha raggiunto il culmine della
negazione costituzionale, e se c’è bisogno d’altro per qualificarla, beh, è
meglio lasciar perdere, sarebbe inutile.
La Magistratura, in quanto
istituzione non elettiva, paradossalmente, alla fine, è quella che più d’ogni
altra mostra segni, parlo di segni non di stravolgimenti generali, della minore
egemonizzazione borghese rispetto a quelle d’origine elettiva. Per capirci,
intendo che, se in quelle elettive nessuno sfugge alla natura profonda dei
partiti della borghesia, nella Magistratura qualche smagliatura è possibile, a
volte, rispetto agli ordini di scuderia. Ciò non toglie che sia un organo che
amministra la “giustizia” in uno Stato che considera legale il delitto contro
l’umanità chiamato sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Questa è la situazione
obiettiva, a mio giudizio e per questo compiango chi, sentendosi comunista,
finisce poi, sulla base di un’incomprensione profonda della realtà, per fare
scelte che appartengono ad un copione ormai superato, ma percorso con risultati
nefasti da milioni di comunisti prima di loro, il copione che ha portato
all’annientamento del PCI e dell’idea stessa dell’alternativa al capitalismo. Ma
forse è giusto così, le macerie reclamano ciò che è normale: per ricostruire
devono essere sgomberate e, se lo fanno da sole tanto
meglio.
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