Lo spettro del populismo volteggia sulle macerie della
democrazia italiana assumendo le sembianze pericolose dei Renzi, Grillo,
Berlusconi di turno, tre facce poste sullo stesso lato della medaglia
corteggiate dai tristi corifei dei vecchi e nuovi protagonisti della propaganda
mediatica. Gli interrogativi posti da questo stato di cose si collocano però
ben oltre la contingenza politica.
In quest’occasione, però, non si cercherà di rispondere a
quel livello ma di riprendere i termini del tema “populismo” sul piano della teoria politica, anche per stabilire
delle coordinate di carattere generale sulla base delle quali impostare il
prosieguo di un dibattito che, a questo punto, appare assolutamente necessario
perché non si arrivino a sottovalutare i rischi per la democrazia.
Rischi che si stanno davvero correndo, in una riedizione
questa volta drammatica del “caso italiano”.
Il Populismo è un atteggiamento politico apparentemente
favorevole al popolo, identificato nei ceti soci economici più umili e sovente
culturalmente più arretrati, ma concepito in modo generico e velleitario che
gli fa assumere un carattere del tutto demagogico.
Infatti, si suole adulare il popolo quale depositario di
tutte le virtù politiche e sociali e difenderlo dai raggiri machiavellici di
non meglio identificati “ceti dominanti”.
Chi si colloca in una dimensione di tipo populista svolge,
in sostanza, una funzione adulatoria si sente in dovere di formulare proposte
politiche atte a gratificare i desideri di rivalsa del popolo minuto,
contrapponendoli alle elites.
A questo proposito si pensi alla vera e propria “furia iconoclasta”
che accomuna Renzi e Grillo nell’idea di distruzione dei “corpi intermedi” dai
sindacati, alle stesse associazioni imprenditoriali, fino al sistema delle
autonomie locali e all’idea di cancellare il bilanciamento di poteri tra
diverse istituzioni rappresentative anche a livello centrale, come nel caso del
Senato.
Funzione adulatoria e “furia iconoclasta” insite nel
populismo, che risultano, però, del tutto fuorvianti rispetto alla necessità di
risolvere i problemi complessi di una società moderna.
Le proposte avanzate dai populisti, come abbiamo sicuramente
verificato nel periodo in cui è stato Silvio Berlusconi a risultare centrale
nell’attenzione dei “media” che stavano occupandosi del sistema politico
italiano, svolgono esclusivamente una funzione strumentale, perché dirette a
obiettivi di mera conquista e conservazione del potere, da parte di chi avanza
tali proposte pretendendo di farlo presuntamente a nome del popolo.
In tal senso, allora, il popolo è assunto come mito per
individuare un livello di confronto di tipo quasi irrazionale ed emotivo: si
pensi , ad esempio, al tono tenuto da Grillo nei suoi comizi in piazza: tono
molto diverso dalle sue più recenti apparizioni televisive o nel confronto con
i gruppi parlamentari del suo movimento.
Il concetto di popolo nel populismo non è razionalizzato, ma
piuttosto intuito o postulato apoditticamente.
Anzi se vi è chi scrive che il populismo è una “sindrome”,
si può dire che al populismo non corrisponde un’elaborazione teorica organica e
sistematica.
Elementi fondamentali del populismo appaiono essere così
l’appello alla nazione (Renzi) e l’appello al popolo (Grillo e Berlusconi).
Per ritornare sul tema delle origini teoriche si può dire
che il populismo si accompagna con un concetto di democrazia senza
intermediazioni che si colloca in antitesi alla democrazia rappresentativa che
si proietta, alla fine, su forme di vero e proprio fascismo.
Nella sostanza il soggetto politico più vicino agli
atteggiamenti prevalenti attribuibili al populismo possono ben essere assegnati
alle stesse categorie che, in altri tempi, generarono il fascismo: certo, oggi
come oggi, le forme concrete potranno essere diverse ma i rischi, valutati
appunto in questa sede sul piano teorico, ci sono proprio tutti ed è il caso di
lanciare un vero e proprio grido d’allarme.
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