13 Maggio 1974, un lunedì, si chiudono le urne aperte il
giorno precedente 12 Maggio: l’Italia ha votato per il primo referendum
abrogativo nella storia repubblicana. Si tratta di decidere se conservare o
meno la legge sul divorzio introdotta nel 1971 grazie all’iniziativa di due
parlamentari laici, il socialista Fortuna e il liberale Baslini e approvata dal
parlamento con una maggioranza comprendente tutti i partiti dal gruppo del
Manifesto al PLI, contrari soltanto DC e MSI.
La legge sul divorzio, lungamente attesa e segno evidente
dell’avvio di un processo di modernizzazione nei costumi, era stata messa in
discussione dall’iniziativa di gruppi cattolici oltranzisti che avevano
raccolto le firme proprio per arrivare alla consultazione elettorale.
Ricostruendo così, con esattezza quella vicenda, si comincia
a sfatare un mito: quello del referendum voluto dai radicali, che sicuramente
rappresentarono un piccolo gruppo molto vivace a difesa della legge, ma che non
ne furono i promotori, non disponendo all’epoca neppure di una rappresentanza
parlamentare.
Il risultato di quella consultazione con il 69% di sì alla
conservazione della legge dimostrò, peraltro, come il cosiddetto “paese reale”
si collocasse ben oltre nella modernità della sua cultura e dei suoi costumi
rispetto al quadro istituzionale: erano state forti, ad esempio le incertezze
del gruppo dirigente del PCI ad accettare lo scontro referendario voluto dai
cattolici, anzi si può dire che le elezioni anticipate svoltesi per la prima volta
nel 1972 fossero state determinate anche dalla volontà dello stesso partito
comunista di prendere tempo, per arrivare a una mediazione su questo argomento
del divorzio che appariva come scottante per di più in un’epoca dove stava maturando,
la strategia berlingueriana del “compromesso storico”.
Fu la segreteria democristiana, retta da Fanfani, a volere
lo scontro diretto nella convinzione di riuscire a mobilitare la parte più
oscura e conservatrice del Paese, quella che nel 1948 aveva dato alla DC la più
grande vittoria della sua storia, anche grazie ai Comitati Civici di Gedda,
alle Madonne Pellegrini di Pio XII, al grido dall’allarme sul “pericolo rosso”.
Fanfani, però si trovò a fianco soltanto il MSI di Almirante
e non comprese per tempo le grandi trasformazioni verificatesi nella vita
culturale e sociale del Paese, in seguito alla fase del “miracolo economico” e
poi della ventata del’68, rivelatasi alla fine più importante su questo terreno
del costume e dei diritti civili che non su quello più propriamente politico.
Si trattò di una grande vittoria, la prima, di uno
schieramento progressista nato più dal basso, nella realtà sociale che non dai
vertici dei partiti: ma quelli erano tempi in cui i vertici dei partiti
sapevano catalizzare e aggregare il consenso, e il risultato, sul piano
politico, fu sicuramente quello di uno spostamento a sinistra che determinò
anche, 12 mesi dopo, il risultato delle amministrative del 15 giugno 1975.
Si stavano rompendo le barriere e si stava, finalmente,
secolarizzando la società italiana: un balzo in avanti dal punto di vista della
vita quotidiana, della libertà di pensiero e di comportamento cui diedero un
forte contributo anche i cosiddetti “cattolici del dissenso”, la CISL dell’unità
sindacale, le ACLI della scelta socialista di Vallombrosa.
Un processo di secolarizzazione della società cui non
corrispose, però, la proposta di un’alternativa maggioritaria da parte della
politica, dello schieramento di sinistra: la linea del compromesso storico, l’esplosione
del terrorismo, la crisi economica derivante dallo “shock” petrolifero dell’inverno
73-74, le difficoltà d’aggregazione di una nuova sinistra, la retrocessione dal
progetto di unità sindacale furono i fattori principali per i quali quella
grande spinta venne meno e si arrivò, due anni dopo, alla triste soluzione del
monocolore democristiano di Andreotti, con l’astensione di PCI e PSI: seguì,
poi, il rapimento Moro e così il processo di secolarizzazione del paese prese
più la strada del documento di Rinascita Nazionale di Gelli (1975) che quella
dell’alternativa di governo da parte delle sinistre.
Eppure quella del 13 Maggio 1974 fu una grande vittoria
della morale laica e della politica progressista, e come tale va ricordata.
Nell’occasione allora è il caso , per comprendere meglio il
clima dell’epoca, di ripubblicare l’editoriale scritto da Luigi Pintor per il
Manifesto il martedì 14 Maggio per commentare il risultato.
Il Manifesto, nel suo “sommarione” caratteristico dell’epoca
aveva titolato:
E’ la più grande vittoria contro la DC e la destra dalla
fine della guerra: 59% no, 41% sì. Vuol dire che l’Italia è cambiata per la
forza ideale delle lotte di questi anni. Fanfani ne esce a pezzi. Noi lo
avevamo detto. Ora lo dicono le masse e chiamano la sinistra unita a proporre
al paese un nuovo orizzonte.
Di seguito l’articolo di Pintor.
Franco Astengo
IL 18 APRILE ROVESCIATO di Luigi Pintor
Tutta la nostra gratitudine all’on. Fanfani, uomo di un oscuro
passato, che con il referendum ha permesso alla grande maggioranza del popolo
di affermare e dimostrare che l’Italia è cambiata: le grandi lotte operaie e di
massa di questi anni non sono state un sussulto di avanguardia, ma l’espressione
e la molla di una crescita politica e ideale che ha investito tutta la società.
Il 12 Maggio è più di una vittoria: è un trionfo per
dimensioni e qualità, una miniera d’indicazioni preziose per l’avvenire.
Nonostante il pessimismo o l’agnosticismo imperante anche tra
i gruppi dirigenti democratici, lo spostamento di voti contro la DC e il fronte
conservatore non ha l’eguale in nessuna consultazione dalla fine della guerra.
La DC e i fascisti hanno perso almeno un elettore su sei, il blocco d’ordine
esce non solo sconfitto ma disgregato , e per ora senza possibilità di
rivincita.
Malgrado molte valutazioni correnti, non esistono nel nostro
paese vandee inespugnabili. Il Mezzogiorno non è come lo descrivono i
reazionari e gli opportunisti, le sue masse popolari e si suoi strati
intellettuali sono più avanzati delle loro espressioni politiche. Il mondo
cattolico è una realtà infinitamente più ricca dei suoi vescovi reazionari e
dell’istituzione chiesa, che esce umiliata anche su scala internazionale. Salvo
oasi limitate c’è uno spostamento democratico, la maggioranza dei “no” accomuna
tutto il paese.
Non è solo un voto progressista, democratico-antifascista e
laico. Il voto operaio e popolare, il voto di una sinistra che è tanta parte
della vittoria, è omogeneo e compatto, non scalfito dalle insidie avversarie,
ma invece capace di trascinare con sé importanti strati di piccola e media
borghesia, al di là delle incertezze e dei riflessi anticomunisti dei partiti
intermedi.
Non è separabile la questione specifica della famiglia dalla
cornica politica generale della battaglia. Ci si è schierati in campo aperto
attorno ad una grande scelta ideale, in sé più impegnativa di qualsiasi altra
consultazione politica tradizionale: una visione della vita privata che è parte
integrante di una visione più generale dei rapporti tra gli uomini e dell’ordine
sociale. Ha vinto tutto quello che è stato seminato i n questi anni contro il
lavoro sfruttato e subordinato, contro la piramide gerarchica, contro lo Stato
autoritario e corruttore: tutto quello che è stato seminato come aspirazione
generalizzata all’autogoverno, alla responsabilità di scelta, all’autonomia di
lotta.
Su queste convinzioni, non certo su uno spirito di avventura
e tanto meno su illusioni elettorali, noi abbiamo fondato l’idea che bisognava
raccogliere la sfida dell’avversario e ritorcerla vittoriosamente contro di
esso, ma tutta la nostra politica e prospettiva da quando esistiamo.
Non lo diciamo ora dopo la vittoria che sentiamo perciò
nostra e della sinistra unita, ma lo abbiamo detto da anni e lo abbiamo
ripetuto fino nell’ultimo comizio. Le masse sono più avanti, i rapporti di
forza più favorevoli, di quanto il quadro politico-istituzionale e la strategia
della sinistra non rispecchino.
Per contro la crisi del capitalismo e del sistema di potere
democristiano è troppo profonda per poter essere rimontata con dei trucchi,
provocazioni o plebisciti che siano, cioè con una riunificazione viscerale
attorno a quei falsi valori che proprio da questa crisi sono travolti.
Per tutte queste ragioni il voto del 12 Maggio chiama tutta
la sinistra a consolidare la sua unità su posizioni avanzate, per rispondere a
una domanda di massa oggi esplicita. C’è la prova che, battendosi in questo
modo, non si restringono ma si allargano le alleanze, non si chiudono ma si
approfondiscono le contraddizioni dell’avversario; e che ogni battaglia che sia
insieme di classe e di libertà, di attualità politica e di prospettiva
strategica trova consenso e vittoria. Abbassare il tiro non si può neanche se
lo si vuole.
L’on. Fanfani esce dallo scontro molto più che sconfitto, ne
esce ridicolizzato molto peggio di De Gasperi nel’53. Da posizioni così
immeschinite, non può tentare apertamente una controffensiva, né cambiare
cavallo per scendere a compromessi. Può solo prendere tempo, e neppur lui, ma
il suo partito e il fronte padronale, per cercare nuove armi, con le quali
riversare la crisi economica e il vuoto di potere sul movimento operaio e sul
paese. E’ questo tempo che bisogna negare a lui e al suo partito, come glielo
ha negato ieri una maggioranza schiacciante e beffardamente “irreversibile”.
2 commenti:
Caro Franco,
come tu certo ricorderai, in occasione del "referendum sul divorzio" fui parte attiva qui a Savona, come singolo credente e come presidente delle ACLI savonesi, nella campagna per il "no" all'abrogazione della legge.che il divorzio aveva istituito.
Ben ricordo il clima del tempo: quello della sfera politico-partitica e quello individuale, puramente umano. Il primo, già allora, fu caratterizzato da un artificioso antagonismo che da tutti i contendenti, indipendentemente dalle loro posizioni, trasferì a livello di scontro di sistemi e di schieramenti il significato della consultazione. Il secondo, meno cerebrale, più modesto, ma anche più vero, mise ciascuno di fronte ad una riflessione sul significato del matrimonio, sul senso del matrimonio religioso e di quello civile, sui comportamenti da adottare in relazione al fatto di avere una Fede, di essere agnostici, di essere atei. Purtroppo su di esso gravò spesso una deformazione dei concetti e delle motivazioni di quel referendum, dovuta appunto alla influenza culturalmente scorretta esercitata dalla sfera politico-partitica. Eppure, a saper ascoltare la gente ed a parlare con essa, molto emergeva dei suoi valori e del fatto che essa aveva profonda la consapevolezza dell'importanza di un patto stipulato fa un uomo ed una donna, fosse ciò avvenuto davanti a Dio, per il tramite di un sacerdote, fosse davanti ad un pubblico ufficiale. E si interrogava con sincerità su portata e limiti di quel patto. Ho ancor oggi vivissimo il ricordo di una serata sul referendum alla SMS di Lavagnola e della tesissima attenzione che la platea offrì ai sostenitori delle opposte posizioni ed in particolare dell'attenzione di cui mi gratificò quando, nel mio intervento, da uomo di Fede cercai di parlare ad altri uomini e donne, senza entrare nel merito degli scontri di sistemi e degli antagonismi tra partiti, ma chiedendo a ciascuno di approfondire quella riflessione, insieme con quella del significato più autentico dell'essere cristiani: uomini liberi sparsi tra altri uomini liberi anch'essi. Perché, amico mio, al di là delle strumentalizzazioni, al di là dei laicismi deteriori, il vero senso di quella consultazione, la sostanza autentica della diatriba, al di là della specificità del suo oggetto del momento, non erano lo scontro tra DC e PCI, non erano il capitalismo o il collettivismo: era qualcosa di ancor più alto, era uno dei pilastri fondamentali di uno Stato, era la sua laicità.
Caro Franco, da provocatore qual sei (spesso ti ci diverti e mi piace stare al tuo gioco) non solo hai pubblicato il tuo intervento sul blog, ma, maliziosamente, me lo hai mandato anche personalmente. Ebbene, voglio dirti soltanto questo: non mi è piaciuto l'articolo di Pintor, persona che ho peraltro sempre stimato, perché si è fatto prendere la mano dalla sua dimensione politico-partitica ed ha tralasciato alquanto quella dell'uomo di cultura. Ha celebrato l'esito del referendum ad un livello più basso di quanto sarebbe stato possibile e di quanto meritasse, I veri nemici, in quella vertenza, non erano Fanfani, la DC, il MSI o anche il tatticismo del PCI; i veri nemici erano il clericalesimo (di cui tutti questi soggetti, ciascuno a modo suo ed in varia misura hanno sempre sofferto) e l'integrismo religioso, la religione eletta ad ideologia. Ma nel referendum del 13 maggio 1974 ha vinto la laicità dello Stato.
Saluti cari.
Mimmo Filippi
Caro Mimmo ricordo perfettamente il tuo impegno in quell'occasione e, in particolare, un documento dei Cattolici per il NO che redigesti mi pare assieme ad altri, mi pare di ricordare anche il nome di Silvio Riolfo Marengo. Quanto all'articolo di Pintor ti confermo che: Direi che l'articolo di PIntor, rileggendolo oggi, contenesse soprattutto un impianto da "totus politicus" ancora di stampo togliattiano. Infatti la modernizzazione appare del tutto laterale e la spinta delle masse serve
soprattutto alla definizione di un nuovo quadro politico. Non a caso tutto sembra incentrato sulla sconfitta della DC e sulla costruzione di un nuovo schieramento unitario a sinistra (che non si verificherà, imperante il
compromesso storico). Il peso prevalente era quello dei partiti e degli schieramenti. Tra l'altro PIntor: il meno sospettabile nle Manifesto di togliattismo. Figurati gli altri! Almeno questa è la mia lettura: quindi prioritaria la modifica dei rapporti di forza sul terreno politico, piuttosto che quella sul piano culturale della formazione del blocco storico
e meno che mai la modifica dei rapporti di forza sul terreno della lotta di classe (questa assolutamente funzionale alla prima). Un carissimo saluto e grazie Franco Astengo.
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