Lenin e Gramsci, nella vittoria e nella sconfitta, erano comunque alla testa di collaudati partiti composti da quadri rivoluzionari professionali, capaci di mobiltare le masse operaie
Attraverso un documento di 46 cartelle riassunto oggi da “La
Stampa” (la vecchia “bujarda” torinese”) il ministro Fabrizio Barca è partito,
apparentemente “en solitaire” alla conquista del PD: anzi, qualcosa di più,
perché l’idea sul piano della pura dinamica politica sarebbe quella di
aggregare anche Sel e realizzare, finalmente, il grande sogno di un grande
partito della socialdemocrazia italiana (il fatto che i protagonisti, o almeno
i comprimari raccolti attorno al nuovo vero protagonista, abbiano ascendenze
culturali e politiche affatto diverse da quelle della socialdemocrazia europea
appare considerato elemento del tutto secondario).
Ci limitiamo, in principio, alla questione del metodo
politico, che abbiamo definito di post-personalizzazione.
Perché post-personalizzazione? I casi di “partito –
personale” in Italia, almeno dall’avvento del sistema elettorale maggioritario,
si sono affermati in maniera, infatti, del tutto diversa: Berlusconi poggiava
sull’imponente apparato di Publitalia che fornì sedi, quadri, sistema di
relazioni; Bertinotti quando transitò dal PDS a Rifondazione Comunista per
esercitarvi il ruolo di segretario fu comunque protagonista di una piccola
scissione di sindacalisti; Di Pietro s’insinuò nelle pieghe dell’Ulivo
facendosi eleggere al Mugello; Vendola (il caso più clamoroso, a nostro
giudizio, di esasperazione del concetto di partito personale –elettorale,
perché nato per portare il proprio “leader” esclusivamente a un appuntamento di
competizione personalistica come le primarie) fu comunque protagonista
dell’ennesima scissione del PRC, Grillo ha tessuto per anni la sua tela
attraverso l’idolatrato e famigerato web.
Lenin e Gramsci, nella vittoria e nella sconfitta, erano
comunque alla testa di collaudati partiti composti da quadri rivoluzionari
professionali, capaci di mobilitare le masse operaie (ma questo è un esempio
che non c’entra nulla., solo un riferimento preso a caso).
Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta (ma anche Thorez,
Waldeck-Rochet, Marchais) furono a capo di un partito strutturato di massa, con
cellule di fabbrica e di strada, sezioni di fabbrica e di territorio, comitati
federali, regionali, comitato centrale, direzione, segreteria.
Nell’occasione, invece, siamo al cavaliere solitario che s’iscrive
a un circolo e pensa, apparentemente altrettanto da solo, come abbiamo già
riferito di conquistare un partito (tra l’altro l’unico rimasto, in Italia,
dopo il fallimento di AN) minimamente strutturato su di una base un po’
abborracciata da “partito pigliatutti”, aggregarne un altro (quello, come
abbiamo visto, più spinto verso il modello del “partito elettorale –
personale”) e spostare, tutto assieme, verso una diversa linea politica.
Il tutto tranquillamente proclamato “apertis verbis” :
davvero riteniamo lo si possa definire un caso di “post-personalizzazione” che
dove potrà condurci, in un quadro complessivo di articolati corsi e ricorsi,
davvero non sapremmo indicare; forse la meta è quella – già tracciata da
Napolitano – al ritorno della monarchia costituzionale contornata da partiti
esclusivamente parlamentari formati da “notabili” (al posto del farmacista
ovviamente il funzionario della Banca d’Italia).
E l’impianto programmatico?
Per adesso, quel che si sa può essere riassunto in due
punti: il primo quello definito del distacco dei partiti dallo Stato, tornando
al finanziamento attraverso le quote degli iscritti (come all’epoca della prima
rivoluzione industriale le Trade Unions e l’SPD) e le “elargizioni di privati”,
e il secondo, al riguardo della crisi e delle possibilità modalità di
affrontamento della stessa, lo snellimento della burocrazia e il rientro della
“macchina dello Stato” all’interno dei
meccanismi della “democrazia deliberativa”.
Si accenna poi a un partito di “mobilitazione cognitiva” nel
quale par di capire “capitale e lavoro nelle stesse mani”, motto di mazziniana
memoria.
La Rete potrà fornire occasioni di “straordinario slancio
nel giocare la partita dello sperimentalismo”, costringendo così il processo
deliberativo a essere aperto ma non potrà stabilirsi ai partiti.
Insomma, a nostro giudizio, pare che la questione centrale
dell’agire politico sia quella delle procedure finalizzate alla governabilità.
Nessun cenno, in realtà, al drammatico scompaginamento
sociale prodotto dalla gestione della crisi nel senso della formidabile
ristrutturazione sociale in atto, nel senso vero e proprio di una nuova
“determinazione di classe” e il deserto che il processo di finanziarizzazione
dell’economia ha creato attorno alle fonti del “lavoro vivo”.
I due punti sui quali, invece, andrebbe ricostruita,
collettivamente e senza singoli protagonisti, una nuova soggettività politica
dell’alternativa.

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