venerdì 12 aprile 2013

UNO STUPEFACENTE CASO DI PERSONALIZZAZIONE DELLA POLITICA: IL MINISTRO BARCA, DA SOLO, ALLA CONQUISTA DEL PD



Lenin e Gramsci, nella vittoria e nella sconfitta, erano comunque alla testa di collaudati partiti composti da quadri rivoluzionari professionali, capaci di mobiltare le masse operaie
Attraverso un documento di 46 cartelle riassunto oggi da “La Stampa” (la vecchia “bujarda” torinese”) il ministro Fabrizio Barca è partito, apparentemente “en solitaire” alla conquista del PD: anzi, qualcosa di più, perché l’idea sul piano della pura dinamica politica sarebbe quella di aggregare anche Sel e realizzare, finalmente, il grande sogno di un grande partito della socialdemocrazia italiana (il fatto che i protagonisti, o almeno i comprimari raccolti attorno al nuovo vero protagonista, abbiano ascendenze culturali e politiche affatto diverse da quelle della socialdemocrazia europea appare considerato elemento del tutto secondario).

Ci limitiamo, in principio, alla questione del metodo politico, che abbiamo definito di post-personalizzazione.

Perché post-personalizzazione? I casi di “partito – personale” in Italia, almeno dall’avvento del sistema elettorale maggioritario, si sono affermati in maniera, infatti, del tutto diversa: Berlusconi poggiava sull’imponente apparato di Publitalia che fornì sedi, quadri, sistema di relazioni; Bertinotti quando transitò dal PDS a Rifondazione Comunista per esercitarvi il ruolo di segretario fu comunque protagonista di una piccola scissione di sindacalisti; Di Pietro s’insinuò nelle pieghe dell’Ulivo facendosi eleggere al Mugello; Vendola (il caso più clamoroso, a nostro giudizio, di esasperazione del concetto di partito personale –elettorale, perché nato per portare il proprio “leader” esclusivamente a un appuntamento di competizione personalistica come le primarie) fu comunque protagonista dell’ennesima scissione del PRC, Grillo ha tessuto per anni la sua tela attraverso l’idolatrato e famigerato web.

Lenin e Gramsci, nella vittoria e nella sconfitta, erano comunque alla testa di collaudati partiti composti da quadri rivoluzionari professionali, capaci di mobilitare le masse operaie (ma questo è un esempio che non c’entra nulla., solo un riferimento preso a caso).

Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta (ma anche Thorez, Waldeck-Rochet, Marchais) furono a capo di un partito strutturato di massa, con cellule di fabbrica e di strada, sezioni di fabbrica e di territorio, comitati federali, regionali, comitato centrale, direzione, segreteria.

Nell’occasione, invece, siamo al cavaliere solitario che s’iscrive a un circolo e pensa, apparentemente altrettanto da solo, come abbiamo già riferito di conquistare un partito (tra l’altro l’unico rimasto, in Italia, dopo il fallimento di AN) minimamente strutturato su di una base un po’ abborracciata da “partito pigliatutti”, aggregarne un altro (quello, come abbiamo visto, più spinto verso il modello del “partito elettorale – personale”) e spostare, tutto assieme, verso una diversa linea politica.

Il tutto tranquillamente proclamato “apertis verbis” : davvero riteniamo lo si possa definire un caso di “post-personalizzazione” che dove potrà condurci, in un quadro complessivo di articolati corsi e ricorsi, davvero non sapremmo indicare; forse la meta è quella – già tracciata da Napolitano – al ritorno della monarchia costituzionale contornata da partiti esclusivamente parlamentari formati da “notabili” (al posto del farmacista ovviamente il funzionario della Banca d’Italia).

E l’impianto programmatico?

Per adesso, quel che si sa può essere riassunto in due punti: il primo quello definito del distacco dei partiti dallo Stato, tornando al finanziamento attraverso le quote degli iscritti (come all’epoca della prima rivoluzione industriale le Trade Unions e l’SPD) e le “elargizioni di privati”, e il secondo, al riguardo della crisi e delle possibilità modalità di affrontamento della stessa, lo snellimento della burocrazia e il rientro della “macchina dello Stato” all’interno  dei meccanismi della “democrazia deliberativa”.

Si accenna poi a un partito di “mobilitazione cognitiva” nel quale par di capire “capitale e lavoro nelle stesse mani”, motto di mazziniana memoria.

La Rete potrà fornire occasioni di “straordinario slancio nel giocare la partita dello sperimentalismo”, costringendo così il processo deliberativo a essere aperto ma non potrà stabilirsi ai partiti.

Insomma, a nostro giudizio, pare che la questione centrale dell’agire politico sia quella delle procedure finalizzate alla governabilità.

Nessun cenno, in realtà, al drammatico scompaginamento sociale prodotto dalla gestione della crisi nel senso della formidabile ristrutturazione sociale in atto, nel senso vero e proprio di una nuova “determinazione di classe” e il deserto che il processo di finanziarizzazione dell’economia ha creato attorno alle fonti del “lavoro vivo”.

I due punti sui quali, invece, andrebbe ricostruita, collettivamente e senza singoli protagonisti, una nuova soggettività politica dell’alternativa.

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