25 APRILE, MA CHE FESTA E’? di G. Angelo Billia

Altare della Patria,
Roma. Ingoio il groppo rabbioso che ho alla gola e da buon masochista mi
trasferisco nei panni di un immigrato. Sapete, uno di quelli che è
sopravvissuto al passaggio nel cimitero chiamato Canale di Sicilia, di
quelli che, rischia la vita pur di fuggire dalle repubbliche delle
banane africane, dalla fame e dalle tante guerre, per interposta
persona, che dilaniano casa sua, uno di quelli che ha superato l’italica
imbecillità del “fuori di qui, negher, ci porti via il lavoro”, quale
lavoro, poi… Bene, nella mia nuova veste sto guardando il Presidente
mentre commemora il 25 aprile, mi hanno detto che si tratta della festa
della liberazione. Nel mio paese, per quel che ho potuto, ho studiato, a
quel che ricordo di storia, credo che la liberazione sia quella dal
nazifascismo.
Squilli di tromba, scatti marziali delle truppe
schierate. Però! Fanno proprio sul serio! La fanfara attacca l’inno
nazionale, musicalmente parlando non mi piace molto. Non conosco ancora
bene la lingua, ma mi pare che anche il testo sia un po’… Va beh, la
storia non si può cambiare, quello è, comunque rappresenta i moti che
hanno portato all’unità del paese e non è il caso di guardare per il
sottile. La corona viene accarezzata dal Presidente prima di essere
deposta solennemente ai piedi dell’Altare della Patria. Accidenti, qui
fanno davvero sul serio. Squilli di tromba e sbatter di tacchi, poi, gli
ottoni intonano... “La leggenda del Piave”!
Si legge la commozione
nella postura dei convenuti, mentre assorti pensano ai caduti, del
Piave. “La leggenda” si spegne, nuovo sbatter di tacchi, il Presidente
porge gli omaggi alle personalità convenute, poi si sposta e va ad
omaggiare i rappresentanti della resistenza. E’ il momento, penso,
mentre guardo curioso la fanfara schierata, ecco che ora si omaggia la
resistenza. Ordini secchi, scanditi, sbatter di tacchi: che coreografia!
I fiati prendono vita assieme agli altri strumenti e… l’inno di Mameli
dispiega le sue note.
Non ce la faccio più e ritorno nei miei panni.
Penso al partigiano Massimo, mio padre, sepolto dieci anni fa all’ombra
della bandiera dell’ANPI, sorretta dal partigiano Paisanetto che, se n’è
andato dopo poco, anche lui. Penso all’epopea partigiana entrata nella
mia vita quando ancora questi uomini non la consideravano conclusa.
Penso ai partiti che avevano creato la resistenza e al progressivo
scollamento dagli ideali che l’avevano sostenuta. Penso alla
“sistemazione” personale di molti “partigiani” che avevano “combattuto”
quando la resistenza aveva già vinto e penso al ritorno alla condizione
di paria della società in cui la Repubblica relegava gli autentici
combattenti antifascisti. Penso alla mancata epurazione degli apparati
dello Stato fascista e alle fortune di un apparato imprenditoriale
arricchitosi con la monarchia, con il fascismo e con la Repubblica.
Ciò
che ho visto oggi, a Roma, era il funerale della parte migliore
dell’Italia, quella capace di grandi ideali e che è disposta a
concimarli con il proprio sangue. Una ulteriore conferma della
restaurazione, in senso autoritario, di cui Napolitano è garante e al
tempo stesso artefice.
2 commenti:
è sempre un funerale se le persone di sinistra stanno a casa. se invece ci vanno facciano in modo di essere riconosciuti.
tutta questa modalità di critica alle manifestazioni ufficiali rischia di essere il solito lamento. ma che cosa ti aspettavi da queste persone che la pensano esatttamente all'opposto delle ragioni dellla festa.
che palle, non sopporto più chi critica e non si vede mai a mettere la faccia.le piazze sono una cosa i blog un'altra.
sono stufo di chi chiacchiera chiacchiera e non si vede mai. e poi si parla di restaurazione....basta mi sono (mi avete) davvero stufato.
Comprendo le osservazioni contenute nel commento, compreso lo spirito che le ispira. Mi rendo anche conto che un'osservazione a tavolino, senza gli elementi necessari a valutare complessivamente una questione possa ingenerare moti di stizza, tanto irragionevoli quanto comprensibili. Resta il fatto che l’oggetto del commento resta un pezzo, come dire, di commento, senza pretese analitiche complessive, salvo che, per i riflessi che esse hanno sul fatto specifico.
Questo commento mi offre lo spunto per integrare, sia pure brevemente, alcune questioni che lì sono affrontate di sfuggita.
La prima questione è di carattere personale. Nel corso della mia militanza comunista ultra cinquantennale non ho mai ceduto alla tentazione, comprensibile, ma irrazionale del, ma tu, dov’eri? E Neppure, anche se sarebbe un’osservazione assolutamente legittima, te l’assicuro, ho mai usato “io l’avevo detto”.
La seconda questione, questa sì, assolutamente pregnante, riguarda il lavoro che sto facendo, con altri compagni, e le caratteristiche del 25 aprile, oggi.
Nel momento che siamo convinti, (dico siamo perché in questo lavoro sono tutt’altro che solo), che lo scompaginamento della sinistra d’alternativa abbia un preciso riscontro anche in una miriade di sigle organizzative, nelle quali, a volte, l’alternativa verso il sistema si mischia all’alternativa verso le altre sigle, tanto da non riuscire neanche a capire, dall’esterno, quale parte dell’alternativa sia dominante, abbiamo scelto la strada della presenza politica, nell’ambito della quale le soggettività personali sono del tutto ininfluenti.
L’opera di ricucitura di una soggettività politica d’alternativa unitaria, richiede proprio di non ripercorrere strade simil organizzative, le quali, con tutta la loro “visibilità” possono essere appaganti da un punto di vista, come dire, psicologico e coreografico, ma non lo sono per nulla dal punto di vista della possibilità di incidere concretamente.
Uno dei riscontri lo si ha proprio prendendo in esame il 25 aprile. Davvero formulando le osservazioni del tuo commento, sei convinto che la questione possa essere posta in quei termini?
Ti garantisco che noi c’eravamo, anche se tu non ci hai visto, né ti domanderemo se eri presente in altre iniziative dove noi eravamo. Ma la questione è un’altra, di quanto ha spostato, la tua presenza “visibile”, il fatto che il 25 aprile, dal punto di vista dell’ufficialità, è ormai gestito da personaggi ed istituzioni (a cui si delegano orazioni ufficiali, commenti, ecc ) che sono lo specchio di uno stravolgimento della resistenza e dei suoi ideali? Ti sei chiesto come mai, nonostante tu stesso riconosca la degenerazione istituzionale (la dai per acquisita), il 25 aprile del 2023 non sia stato un momento di contrapposizione, salvo qualche eccezione, alla restaurazione, in senso reazionario, che con gli ultimi avvenimenti ha raggiunto livelli drammatici?
Per come la vedo io, il 25 aprile non è più una festa, perché gran parte di quello che è stato conquistato è stato perso o si accinge ad esserlo, tornerà ad essere tale il giorno in cui al canto di “fischia il vento”, anziché rimirarci per dirci quanto siamo bravi, rovesceremo questi palchi restituendo la resistenza al paese e il paese alla resistenza.
G. Angelo Billia
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