Un’analisi minimamente più approfondita di quella realizzata
registrando semplicemente i dati di cronaca via accumulatisi nel corso di
questi giorni di febbrili consultazioni intorno al nodo dell’eventualità di un
nuovo governo in Italia ci indica che, con tutta probabilità, in nessun momento
il Presidente della Repubblica, Napolitano, abbia mai avuto l’intenzione
davvero di conferire un incarico.
Quest’affermazione deriva da una costatazione di fatto: in
Europa, nelle sedi che contano, lo scenario italiano post-elettorale era già
stato stabilito e da quello schema, alla fine, non ci si è discostati.
Lo scenario in questione, accompagnato dalla pubblicazione
di sondaggi estremamente mirati (addirittura nei momenti immediatamente seguiti
alla chiusura delle urne, il 25 Febbraio scorso, sono stati diffusi dei
presunti exit-poll che li ricalcavano pedissequamente), prevedeva sì un
risultato “nullo” nella distribuzione dei seggi al Senato della Repubblica, ma essendo
decisiva per la formazione della maggioranza la Lista Monti: un esito che
avrebbe favorito, alla fine, l’assoluta continuità con l’esecutivo nominato, in
una situazione costituzionale del tutto border-line, nel Novembre 2011.
Il massiccio voto ottenuto dal M5S (i cui esponenti, in
verità, nel corso della campagna elettorale avevano sempre denunciato il fatto
di essere stati sottovalutati) e la caduta, impressionante, del PD (un salasso
di tre milioni e mezzo di voti) gonfiato come una rana da sondaggi rivelatisi
alla fine del tutto sproporzionati (mi era capito di scrivere: “Alla fine a
rimetterci saranno i sondaggisti”) e la vera e propria “debacle” della lista
Monti hanno, quindi, costretto i reggitori della fila a equilibrismi davvero
difficili, anche se alla fine il risultato è stato portato a casa, almeno
provvisoriamente.
Altro che “veti incrociati”, somma di “no”, ecc, ecc: ma
rispetto di un copione molto rigido.
Un copione dettato da due esigenze ineludibili, almeno a
livello europeo:
1) Il
mantenimento del rapporto, ormai del tutto squilibrato a livello
internazionale, tra il prevalere dell’economia sulla politica. E di questa
economia, incentrata sulla finanziarizzazione e il conseguente dominio delle
banche (verrebbe da citare prima Brecht che Hilferding) sono emersi i parametri
veri sui quali è stata costruita questa crisi che alla fine, se ci sarà una
fine, mostrerà chiaramente i suoi vincitori e i suoi vinti. Un modello
economico sul quale sono stati costruiti i trattati europei (non a caso riuscì
Maastricht, e fallirono quelli tesi alla costituzionalizzazione del modello
politico dell’Unione) e al riguardo del quali, per quel che concerne la
situazione italiana, ci sarebbero da chiedere informazioni a Ciampi e Prodi
veri autori dell’infilarsi dell’Italia in questo tunnel. L’inversione della
rotta sul terreno europeo dovrebbe rappresentare il primo compito di una
sinistra, soprattutto di quella sedicente riformista, degna di questo nome;
2) Il
trasferimento del “deficit democratico” europeo anche all’interno del sistema
politico italiano. L’andamento delle consultazioni di queste settimane è stato,
in questo senso, fortemente indicativo: ne è uscito rafforzato il ruolo
presidenziale, svilita ulteriormente la funzione del Parlamento (l’elezione delle
cui cariche di vertice tra l’altro è stata giocata semplicemente in funzione
della trattativa) addirittura negandone l’agibilità legislativa in assenza di
governo. Realizzando, infine, un triplice obiettivo: il rafforzamento dell’idea
presidenziale (ormai vecchio pallino del centrosinistra, già corifeo non
pentito del sistema elettorale maggioritario. Quanto al presidenzialismo, nella
sua versione semipresidenziale “alla francese” era già stato incluso nei
dettami della Commissione Bicamerale presieduta, nel 1997, da Massimo D’Alema),
il “continuum” di un modello di governabilità costruito al di fuori dalle aule
parlamentari, la costruzione di una sorta di Areopago (la commissione dei
cosiddetti “saggi”) che, al di là del giudizio (desolato) sulle soggettività,
si muove in perfetta continuità con l’idea della Commissione Europea,
“nominata” dai governi e non eletta da cittadini che si limitano a indicare i
membri di un organismo poco più che consultivo quale il Parlamento Europeo.
Questa sommaria ricostruzione d’analisi in questo frangente
che, a mio giudizio, dimostra una cosa e ne indica un’altra: prima di tutto
l’assoluta superficialità di impatto della contestazione “grillina” che si
muove su di un terreno del tutto esterno alla concretezza dei fatti sul terreno
economico e, per contro, del tutto conseguente con l’idea presidenziale e di
riduzione nel rapporto tra politica e società che risulta, alla prova dei
fatti, il fondamento teorico di questa forte operazione di restringimento della
democrazia, in particolare del modello indicato dall’ancora vigente e negletta
Costituzione repubblicana.
In secondo luogo, almeno per i marxisti ma anche per chi più
genericamente si proclama “di sinistra” con altrettanto vaghe ambizioni
anti-liberiste (si sono rispolverati, sicuramente in maniera opportuna, Lord
Keynes e il “New Deal”) la necessità di ripartire da un dato: il meccanismo di
“ricollocazione di classe” (ho usato molto spesso questo termine, negli ultimi
tempi, ma non ho alcun timore di ripetermi) che questa gestione della crisi sta
producendo. Da quel punto, da una rinnovata “identità di classe”, si potrà
ricostruire una teoria e una pratica politica autonome, in grado di far
sviluppare ipotesi e pratiche in grado di indicare, da un lato un orizzonte di trasformazione, e
dall’altro la praticabilità di una alternativa al riguardo della quale tornare
a essere in grado di esercitare egemonia culturale.

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