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| Congresso del PCI 1983: Bufalini, Magri e Berlinguer |
Appare evidente a tutti che l’esito complessivo riguardante l’elezione del Presidente della Repubblica abbia aperto una nuova fase politica.
Limito il mio orizzonte al tema delle istituzioni che appare, in questo momento, dominante: ci troviamo, infatti, a un punto di svolta proprio sotto l'aspetto della qualità della democrazia costituzionale.
E’, infatti, in via di completamento il processo di presidenzializzazione che aveva segnato, in particolare, l’ultima fase del precedente settennato di Napolitano, con l’inserimento di quella che era stata definita “Costituzione materiale” all’interno del complesso delle regole che presiedono il meccanismo della democrazia repubblicana.
Si partirà dalla formazione di un vero e proprio “governo del presidente” (con formula e prassi ben diverse da quelle che regolarono lo stesso varo dei “governi tecnici” del passato), per poi passare a una legge elettorale che si preannuncia ancor più restrittiva dell’attuale nei confronti della rappresentanza politica, alla riduzione del bicameralismo ridondante, ai temi del finanziamento della politica: una torsione netta verso l’affermazione decisionista della “governabilità”, in piena contraddizione con il carattere “rappresentativo” delle istituzioni disegnato dalla Costituzione del ’48.
L’intreccio che si cercherà di realizzare sarà quello tra l’esercizio della cosiddetta “democrazia del pubblico” con un ruolo di governo (a tutti i livelli) fortemente accentrato e imperniato su figure monocratiche (in particolare il Presidente della Repubblica, al riguardo della cui elezione il passaggio alla forma diretta richiederà forse più tempo di quello a disposizione prima di nuove elezioni da tenersi con il sistema modificato).
E’ evidente che, in questo scenario, il tema della democrazia costituzionale diventa il primo elemento di “frattura” sulla quale assestare una presenza politica soggettivamente strutturata dei comunisti e della sinistra d’alternativa.
Il secondo elemento cui intendo accennare riguarda il tema europeo: riassumo molto sbrigativamente perché penso che su quest’aspetto si pronunceranno altri in maniera molto più produttiva: in ogni caso proprio la gestione liberista della crisi e i suoi effetti devastanti e la necessità, sempre più impellente, di affrontare quello che è stato definito “deficit democratico europeo” chiamerà tutti quelli che intendono impegnarsi – appunto – sul terreno di un’alternativa, sul piano continentale, a misurarsi, fin dalle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo previste per la primavera del 2014, con un’idea di progetto e di presentazione unitaria, validi appunto per tutta l’Europa.
Il terzo aspetto è quello relativo al proporsi, all’interno del sistema politico italiano, di un nuovo processo di riallineamento riguardante essenzialmente il PD.
La crisi di questo partito è ormai all’ordine del giorno: un partito che, da un lato, soffre del dato di una sostanziale incapacità di proporre una propria visione autonoma della società e del proprio programma politico, per cui è costretto a chiedere di continuo le più diverse “supplenze”: dall’Europa, al “governo dei tecnici” e, d’altro canto, è stato strutturato, soprattutto attraverso le primarie, in quella forma definita di “individualismo competitivo” che ne ha impedito prima di tutto una definizione chiara di collocazione politica , poi, una stabilizzazione coerente del gruppo dirigente e dei quadri intermedi: concetti questi ultimi del tutto scomparsi dal lessico del PD, e sostituiti dall’arrembaggio alla notorietà e ai ruoli istituzionali da parte di singoli e/o cordate.
Quale indirizzo concreto prenderà questa crisi del PD non è possibile, oggi, pronosticarlo: si varerà un’idea di partito suddiviso coerentemente in correnti, oppure ci sarà una scissione, con la nascita di un nuovo soggetto di sinistra, comprendente anche SeL, raccolto attorno alle idee di modernizzazione tecnocratica del ministro Barca?
Una componente di sinistra che, in determinate forme soprattutto sul terreno dell’espressione di cultura politica (nascendo comunque nel solco della personalizzazione) potrebbe anche sentire una certa “fascinazione” da parte del M5S.
M5S che, al di là del “tutti a casa” e delle esplosioni di piazza, rimane, è bene ricordarlo, sul piano economico – sociale soggetto di natura interclassista, con tutto ciò che quest’antica definizione ancora rappresenta nel vivo dello scontro di classe.
In ogni caso, dal mio punto di vista, pare che – considerati gli sviluppi più recenti e più antichi nella sinistra italiana – esca rafforzata l’esigenza di mettere in moto il meccanismo di costruzione di una nuova soggettività politica dei comunisti e della sinistra d’alternativa, procedendo prima di tutto nell’espressione di una piena autonomia, sia rispetto all’espressione di pensiero, sia al riguardo dell’elaborazione programmatica, sia nei confronti di ciò che si muove all’interno del quadro politico.
Sarà soltanto allorquando sarà stata raggiunta una compiuta capacità di espressione della propria autonomia che i comunisti e la sinistra d’alternativa potranno pensare al tipo di relazione da intrecciare a sinistra, con ciò che nel frattempo sarà stato costruito in altre e diverse situazioni.
Questa autonomia è reclamata, prima di tutto, proprio dall’espressione violenta di una crisi la cui gestione capitalistica sta impoverendo e gettando nella disperazione milioni di donne e di uomini in un crescendo che pare davvero inarrestabile: senza un chiaro connotato anticapitalista alcun soggetto politico a sinistra non potrà esprimere quella capacità di sintesi e di aggregazione che è necessaria per rispondere adeguatamente alle molteplicità di istanze di movimento che pure sono in piedi ed esprimono momenti importanti di lotta sociale.
Esprimo ancora una volta, anche in vista di importanti appuntamenti che sono già stati programmati sul piano nazionale che questo dato della soggettività politica debba tradursi nella proposta di costruzione di un partito dei comunisti e della sinistra d’alternativa, chiedendo alle residualità esistenti di sciogliersi per avviare, in comune, dal basso un processo costituente.
Per motivare meglio questa richiesta prendo a prestito una frase tratta dall’ultima intervista di Lucio Magri : “ Puoi fare tutte le manifestazioni che vuoi:ma se queste manifestazioni non si sedimentano, se non vi è un progetto politico, se non vi è un partito capace di raccogliere questa espressione, ogni patrimonio politico rischia di disperdersi”.
Inoltre la descrizione, sia pure sintetica, delle contraddizioni in campo ritengo ci possa far affermare come un partito dei comunisti e della sinistra d’alternativa in questo momento non sarebbe semplicemente nelle condizioni di agire “in difesa” ma, pur tra mille difficoltà, con una forte capacità di proposta alternativa che proprio la drammatica situazione in atto impone di avanzare verso precise soggettività sociali, a partire dal lavoro dipendente, potenzialmente in grado di produrre nuova radicamento.
Nei confronti dell’idea di partito, oggi, si pongono molte obiezioni, soprattutto partendo dal dato – inoppugnabile – della modificazione nel rapporto tra agire sociale, agire politico, aggregazione, confronto, avvenuto attraverso l’espansione delle nuove tecnologie telematiche.
Mi permetto di obiettare a queste osservazioni ritenendo ancora l’aggregazione politica sul territorio nella forma del partito la più valida per poter esprimere quello che Gramsci definiva “l’intellettuale collettivo”.
Ecco la rielaborazione di un partito “intellettuale collettivo” dovrebbe rappresentare, insieme, il nostro obiettivo e la nostra ambizione, figurando anche un modello di struttura misurato sull’idea consiliare a livello orizzontale (con meccanismi democratici di qualificazione dei quadri) da espandere anche verticalmente.

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