I numeri relativi alla quarta votazione dell’elezione del
Presidente della Repubblica parlano chiarissimo: il PD ha bruciato anche la
candidatura dell’ex-ministro di Andreotti, Romano Prodi, e pare muoversi davvero
“a occhi chiusi nella nebbia”.
Prima di provare a tirar giù un minimo di analisi sommaria è
necessario però segnalare come sia avvenuto, nella storia della Repubblica, un
fatto inedito e molto grave: l’intero centrodestra non ha partecipato al voto.
Un gesto di vero e proprio “spregio istituzionale”, da rimarcare con forza.
Andiamo allora al merito del risultato: Prodi si è assestato
a una quota che pare rendere impossibile la prosecuzione della sua candidatura
(non sarebbe bastati neppure i voti di Scelta Civica, andati al prefetto
Cancellieri) mentre è andata ben oltre la propria quota di riferimento la
candidatura di Stefano Rodotà proposta dal Movimento 5 Stelle (e SeL non ha
contribuito in questo senso, avendo blindato il proprio voto per Prodi
imponendo ai propri senatori e deputati di votare con la sigla “R.Prodi”, una
scelta ai limiti del ridicolo, se non peggio).
Il disfacimento è tutto e solo del Partito Democratico senza
se e senza ma.
Si tratta di un disfacimento che arriva da lontano,
derivante non tanto e non solo dagli errori “tattici” compiuti dal momento
delle dimissioni del governo Berlusconi in poi: dall’appoggio al governo Monti,
alla pervicace insistenza di Bersani e Vendola sul “governo di cambiamento”
dopo aver perso le elezioni.
Le cause di questo stato di cose sono diverse: prima fra
tutte la concezione del partito fondato sulla logica maggioritaria della
governabilità, la personalizzazione “in discesa” tra il centro e la periferia (ricordiamo
la felice definizione del “partito frattale”), l’incapacità di proporre una
sintesi politica ed organizzativa controcorrente alla degenerazione del sistema
dei partiti, l’assenza di un vero dibattito politico mentre sempre più si
apriva il fossato tra la società e la politica.
Il PD ha perso le elezioni per aver appoggiato e portato
avanti una politica di destra e sta perdendo completamente la bussola sul piano
istituzionale proprio per questa sua natura interna, sublimata dal cosiddetto
metodo delle primarie, che invece di rappresentare (come pensavano certi “soloni”)
un momento di ripresa della partecipazione politica hanno rappresentato,
invece, il veicolo per minare alla base il partito attraverso l’esaltazione del
meccanismo dell’individualismo competitivo.
La sinistra, se vuol essere tale e il PD non appare appartenere
a questo schieramento, non può scimmiottare i modelli di altri che si
sviluppano in contesti molti diversi: la forma – partito, la concezione della
politica rivestono, sempre e comunque, un’importanza fondamentale.
Non entriamo nel merito di altri spunti d’analisi che pure
meriterebbero di essere considerati, come quello riguardante il Movimento 5
Stelle (nato sul web, in funzione leaderistica, ecc, ecc) che avrebbe dovuto
essere oggetto di “scouting” rivolto soggettivamente ai suoi parlamentari che,
invece, non solo si è mantenuto compatto ma ha funzionato anche, attraverso una
candidatura di alto livello come quella di Rodotà, vero e proprio polo
d’attrazione.
Una vera e propria “fascinazione”.
E adesso pover’uomo? Ovviamente non tocca a noi indicare
soluzioni, ma quella che appare maggiormente praticabile, a questo punto
potrebbe essere quella di una conferma “a tempo” di Napolitano.
E’ questo il punto più basso nella vita delle istituzioni
repubblicane, un punto dal quale risalire soltanto aprendo una dinamica
politica diversa, restituendo alla rappresentanza il suo ruolo, proponendo una
modifica del sistema elettorale in senso proporzionale e ponendo al centro
questa questione nella prossima fase che dovrebbe condurre, entro pochi mesi,
alle elezioni anticipate: nel frattempo urgono i grandi problemi della gestione
della crisi, dalla disoccupazione, alla povertà crescente, alla disperazione
dei tanti.
La sinistra d’alternativa deve trovare la strada di una
riflessione comune, rielaborando strategicamente la propria presenza nel
panorama politico italiano: una richiesta che ci permettiamo di avanzare in
modo pressante.
E’ impensabile che all’interno di questo stato di cose che
abbiamo emblematizzato descrivendo il caos sorto intorno all’elezione del nuovo
Presidente della Repubblica, non abbiano rappresentanza politica i ceti
maggiormente colpiti dalla crisi, non si prospetti una seria opposizione che
parte dalla propria autonomia politica (quella che, clamorosamente, manca
proprio al PD) e – soprattutto – non si tracci una vera alternativa di sistema.

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