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| Immagine dal sito: members.xoom.virgilio.it |
Si è scritto e parlato molto, in questi giorni, del periodo
intercorso tra il 1976 e il 1978 allorquando si formò un governo, monocolore
DC, detto della “solidarietà nazionale” (vedremo più avanti di che cosa, in
effetti, si trattò).
Non sono mancati i riferimenti alla situazione odierna nella
richiesta, da parte del Presidente della Repubblica, di assimilare quell’esperienza
alle tanto agognate “larghe intese” di oggi e si e compiuto, in particolare da
chi in allora era già protagonista della vita politica, forzature, inesattezze,
omissioni.
Per cercare di ristabilire un minimo di verità storica ho
cercato così di affrontare tre punti di quella vicenda che mi sono apparsi
fondamentali nel senso della necessità di chiarezza:
1) Non
è possibile fare confusione tra “compromesso storico” e “solidarietà nazionale”.
Soprattutto non ci fu allora, come ha strillato un’emittente televisiva, un “compromesso
storico” tra Moro e Berlinguer. Il compromesso storico costituì un punto di
elaborazione politica di grande respiro (nel merito poi la si può giudicare
come meglio si crede) avanzata dal segretario generale del PCI (e accolta, pur
tra varie riluttanze e sottintesi, dal gruppo dirigente di quel partito) che
prevedeva soprattutto, prima ancora che una proposta di governo, una proposta
di “concezione della democrazia”. Molti attribuiscono la scaturigine di quell’elaborazione
dai fatti cileni del 1973, con l’avvento sanguinoso della dittatura di Pinochet.
Storicamente è vero, tanto più che il progetto berlingueriano, apparve sotto il
titolo “Riflessioni sui fatti del Cile” in tre articoli (poi raccolti in
volume) pubblicati da “Rinascita”. Ma è vero anche che quella proposta stava
dentro tutta intera a un filone importante nella storia del movimento comunista
internazionale, e di quello italiano in particolare: il filone dei “Fronti
Popolari”, tradotto poi in Italia al rientro di Togliatti dall’URSS nel Marzo
1944 nel riconoscimento e nella partecipazione al governo Badoglio e nella
formula del partito di massa (il “partito nuovo”) applicato al PCI, fino a quel
momento partito di quadri rivoluzionari professionali. La “solidarietà
nazionale” fu, invece, fatto contingente dovuto alla stretta di una situazione
politica difficile, in piena crisi economica (shock petrolifero del 1974,
austerity e quant’altro), con il terrorismo in piena azione, e un risultato
elettorale, quello del 1976 di stallo tra le due maggiori forze politiche, DC e
PCI, che assieme avevano raccolto circa 26 milioni di voti pari a oltre il 73%
dei voti validi (erano tempi in cui si recavano alle urne oltre il 90% delle
elettrici e degli elettori). La situazione fu sbloccata, dapprima, dal
cosiddetto governo delle astensioni, con un monocolore DC guidato da Andreotti,
rispetto al quale si astennero il PCI, il PSI, il PRI, il PSDI e il PLI mentre
votarono contro, a sinistra, il PdUP e il PR e a destra il MSI. All’inizio del
1978 si pose il problema della formazione di una maggioranza organica con l’ingresso
del PCI nell’area di governo, senza però poter disporre di ministri all’interno
del dicastero. Proprio nel giorno in cui il monocolore Andreotti avrebbe dovuto
presentarsi in Parlamento per ricevere la fiducia e suffragare così l’ingresso
del PCI nella maggioranza, si verificò il rapimento Moro e la storia prese tutt’altra
piega che non riassumo per evidenti necessità di economia del discorso. Mi premeva
però sottolineare che non ci fu rapporto diretto tra la proposta di “compromesso
storico” e la formazione del “governo di solidarietà nazionale”. Il primo
rimase una proposta politica incompiuta, il secondo – dopo aver fornito il risultato
di qualche importante riforma come l’equo canone, l’avvio di un processo di
decentramento dello stato, il servizio sanitario nazionale, la legge 285 per i
giovani disoccupati, si arenò sulla frattura “salvezza/trattativa” al riguardo
delle decisioni da prendere circa le richieste delle BR per l’eventuale
rilascio di Moro. Frattura non colmata anche dopo la scoperta dell’assassinio
del presidente DC e l’elezione di Sandro Pertini (primo sostenitore della linea
della fermezza, in contrasto con il segretario del PSI Craxi) alla Presidenza
della Repubblica;
2) Risalgono
a quegli anni i primi segnali di serio scollamento tra l’opinione pubblica e il
sistema politico. Si scoprono scandali molto rilevanti, da quello dei petroli
all’affare Lockheed che portò in pratica alle dimissioni del presidente della
Repubblica Leone, oltre alla condanna di due ministri. Si ebbe un segnale molto
preciso sotto quest’aspetto: dallo scandalo dei petroli, soprattutto per
impulso del repubblicano Ugo La Malfa, fu adottato il meccanismo del
finanziamento pubblico dei partiti. I radicali sottoposero quel provvedimento a
referendum: il referendum si svolse, nel giugno del 1978, in contemporanea con
quello riguardante la richiesta di abrogazione dei provvedimenti liberticidi
contenuti nella cosiddetta “Legge Reale” (un altro repubblicano, Ministro della
Giustizia). Entrambi i referendum partivano sulla carta, rispetto al computo
dei voti dei partiti che li sostenevano, nettamente battuti. A favore del primo,
infatti, c’erano soltanto il PR, il PDUP, il PLI e il MSI (meno del 10% di voti
in totale), a favore del secondo soltanto PR e PdUP (In totale il 3%). Ebbene i
risultati dimostrarono che per la prima volta una grande massa di elettrici ed
elettori non avevano seguito l’indicazione dei partiti che erano stati
maggiormente votati nel 1976. Il quesito riguardante il finanziamento pubblico
ai partiti raccolse, infatti, il 46%, mentre quello relativo alla Legge Reale
il 23%;
Con buona
pace dell’esaltazione fatta di quel periodo dal Presidente della Repubblica, l’operazione
“solidarietà nazionale” (nemmeno parente, tra l’altro, della logica delle “larghe
intese” che oggi si vorrebbe applicare proprio perché sul piano concreto il
governo fu formato esclusivamente da ministri DC) si concluse molto
negativamente per il PCI. Il PCI uscì dalla maggioranza nel dicembre del 1978,
dopo aver votato contro ala legge che accettava il meccanismo del “serpente
monetario europeo” e nel giugno del 1979 si andò, per la terza volta
consecutiva, a elezioni anticipate. Il PCI perse oltre il 4%, distribuito in
gran parte tra il voto al PR (che fece eleggere anche Toni Negri) e l’astensione
che, per la prima volta, crebbe in maniera considerevole. Per i “governisti”
del PCI poi fu sbarrata definitivamente la strada del governo: il risultato
elettorale del 3 e 4 giugno 1979 aprì, infatti, la strada al pentapartito e
alla politica di destra, sul modello reaganian – tachteriano del CAF (Craxi-
Andreotti – Forlani) fino all’implosione del sistema all’inizio degli anni’90.
Berlinguer dopo aver traccheggiato qualche mese colse l’occasione dell’invettiva
lanciata dal Presidente Pertini verso i ritardi nei soccorsi ai terremotati
dell’Irpinia, per adottare la politica dell’alternativa, con la quale nel 1983
si presentò alle elezioni alleato con la Sinistra Indipendente, guidata da
Rodotà e Napoleoni e con il PdUP. Il resto, dal decreto di San Valentino 1984
che tagliò la scala mobile, alla prematura scomparsa del segretario comunista è
storia che potrà essere riassunta in altra

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