Maurizio
Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e
prestigio, con il no a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla
maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. Ora quel no diventa un si
attraverso l'accettazione della esigibilità. Maurizio Landini ha il dovere di
spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della FIOM, senza
sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica.
Il direttivo
nazionale della CGIL ha dato via libera, con la sola opposizione della rete 28
aprile, alla stipula del patto sulla rappresentanza.
Che bello,
diranno gli ingenui, finalmente c'è la democrazia sindacale. Bè, non è proprio
così.
L'accordo che si
prefigura si basa sullo scambio tra diritto alla rappresentanza e esigibilità
degli accordi. Che vuol dire in concreto? Facciamo un esempio.
Nel 2010 alla
Fiat di Pomigliano Sergio Marchionne impose una accordo gravemente lesivo delle
condizioni e delle libertà dei lavoratori. Quel patto fu accettato dalla
maggioranza delle organizzazioni sindacali, delle rsu e dei lavoratori con un
referendum. La FIOM comunque rifiutò quello che definì giustamente un ricatto,
non accettò il pronunciamento maggioritario e si mise a contestare l'accordo
per via sindacale e legale; e per questo fu esclusa dalla rappresentanza
sindacale in Fiat e i suoi iscritti discriminati sul lavoro.
Con il nuovo
accordo sulla rappresentanza tutto questo non succederà più.
La parola magica
è esigibilità, termine del più puro sindacalese che oggi significa che chi vuol sedersi al tavolo della rappresentanza con i padroni
deve preventivamente assicurare loro che cosa fatta capo ha.
Si azzera il
sistema esistente e si riparte da capo. Ai tavoli dei contratti nazionali
partecipano solo le organizzazioni che rappresentano più del 5% degli iscritti.
A quelli dei contratti aziendali le rsu
e i loro sindacati. L'accordo è valido quando la maggioranza dei sindacati o
delle rsu lo sottoscrive. La consultazione dei lavoratori, non obbligatoria ma
auspicata, può esprimere il suo giudizio finale. Ma cosa c'è allora che non va? L'esigibilità.
Per accedere a
questo sistema si deve infatti sottoscrivere prima la rinuncia a contestare gli accordi che non si
condividono.
Se in un
contratto nazionale o aziendale si aumenta l'orario di lavoro, si abbassano le
qualifiche, si toglie ai lavoratori il diritto ad ammalarsi, e se la
maggioranza dei rappresentanti sindacali e dei lavoratori accetta, la minoranza
non può più opporsi. Non può fare sciopero, non può andare in tribunale, non
può neanche tutelare quei lavoratori che non ci stanno. Altrimenti è fuori.
Questo il succo,
CGIL CISL UIL firmano con la Confindustria e così impegnano tutte le proprie
organizzazioni e i propri delegati a rispettare il principio della esigibilità.
Chi non ci sta è fuori. E gli altri sindacati? Se non ci stanno sono fuori e per starci, lo ripeto,
devono preventivamente firmare che accetteranno qualunque accordo.
Ovunque ci sia
una lotta o un ribellione vera allo sfruttamento, il sindacato dev'essere
preventivamente esigibile. Già oggi succede, perché le lotte sindacali più
importanti e partecipate della Lombardia, Trenord e S.Raffaele, vedono CGIL
CISL UIL ostili ed estranee, come accade alla lotta dei lavoratori migranti
della logistica e a tanti altri.
Però il problema
degli accordi separati è superato. Tutti gli accordi sono preventivamente
unitari perché non esiste più il diritto a non firmare ciò che non piace. Si supera il problema del dissenso
cancellando il diritto a dissentire. Come la Fornero che ha superato la
divisione tra chi è o non è tutelato dall'articolo 18, togliendo l'articolo 18
a tutti.
Questo accordo
costituisce un esproprio di quella tanto auspicata legge sulla
rappresentanza, che avrebbe dovuto
finalmente garantire ai lavoratori il diritto alla democrazia sindacale, mentre
invece realizza una privatizzazione corporativa di questo loro diritto.
Del resto questo
è ciò che le "parti sociali"
ricercano su un piano ben più ampio.
I gruppi
dirigenti di CGIL, CISL e Confindustria hanno visto travolti dalle elezioni i
rispettivi progetti politici. Le presidenziali, con la catastrofe del PD, hanno
scatenato l'angoscia tra i quadri della
CGIL, i cui più anziani hanno già vissuto la crisi del PCI e la distruzione del
PSI.
Quindi la spinta
ad affermare: che c'entriamo noi con la crisi politica noi siamo il sindacato,
è fortissima. E sarebbe anche una buona cosa se fosse il segno di una volontà
di rinnovare le pratiche della rappresentanza e del conflitto sociale. Ma CGIL
CISL UIL escono da venti anni di concertazione, di moderatismo rivendicativo,
di istituzionalizzazione. Tutta la struttura è stata selezionata da queste
basi. Come si fa a cambiare?
Così ci si
aggrappa ad una Confindustria anch'essa colpita da crisi di rappresentanza ed
efficacia. E si rilancia il patto
corporativo tra i produttori, che oggi più che mai è prima di tutto una patto
di sopravvivenza tra grandi burocrazie in crisi.
Così, mentre tutti i riflettori
dell'informazione sono concentrati sul governissimo di Giorgio Napolitano, CGIL
CISL UIL e Confindustria stanno definendo il governissimo sindacale.
La CGIL aderisce
al patto sulla rappresentanza con il concorso determinante di Maurizio
Landini. Senza il suo apporto la
segreteria di Susanna Camusso non avrebbe avuto oggi la forza politica di
andare avanti. Perché?
Si sprecano le
analisi di retroscena.
Ma questi dietro
le quinte hanno però il difetto di nascondere la scena principale. Maurizio
Landini ha dato speranza e coraggio al mondo del lavoro, acquisendo fama e
prestigio, con il no a Pomigliano, non firmando un accordo accettato dalla
maggioranza dei sindacati e dei lavoratori. Ora quel no diventa un si
attraverso l'accettazione della esigibilità. Maurizio Landini ha il dovere di
spiegare questo ribaltamento della sua posizione e di quella della FIOM, senza
sotterfugi, senza inutili sprechi di retorica.
In ogni caso
contro questo accordo che normalizza e centralizza autoritariamente tutte le
relazioni sindacali, bisognerà lottare. Tutte le forze e le esperienze
sindacali che non ci stanno debbono organizzare la disobbedienza, il contrasto,
la crisi del patto corporativo sulla rappresentanza.
Un regime
sindacale degli esigibili, quando su tutti pesano i danni e i ricatti della disoccupazione di massa, è un altro macigno che precipita sul mondo del
lavoro, bisogna reagire subito.

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