sabato 23 marzo 2013
Non posso nascondere una certa
soddisfazione (se non una vera e propria contentezza) per il recente risultato
elettorale, in modo particolare per il brillante risultato della lista
“grillina”, che si presentava per la prima volta a delle elezioni nazionali.
E non perché io mi senta
rappresentato politicamente granché da questa lista. (Infatti, non ho votato
per essa. E non lo farei, probabilmente, neanche se ci fossero nuove elezioni a
breve.).
E neanche perché sottovaluti i
rischi e i pericoli di ricadute politiche negative (anche gravi) per la
democrazia italiana, legate alle vistose ambivalenze di natura strutturale,
cioè ideologica e organizzativa, di questa lista.
Ma perché il successo clamoroso,
addirittura al di là dei più ottimistici e favorevoli sondaggi, ottenuti dalla
lista “grillina”, rompe finalmente (e io spero una volta per tutte) lo schema
bipolare, nel quale da alcuni decenni una certa politologia, immediatamente (e
superficialmente) sposata dalla gran parte della pubblicistica nazionale, aveva
preteso (non si è mai capito bene in base a quali postulati teorici) di
ingabbiare il dibattito e la dialettica della società e, quindi, della politica
italiana.
A cui si erano poi adeguate le radicali
e (nel caso dell’ultima) ardite modificazioni, in senso maggioritario, della
legge elettorale, di natura proporzionale, che aveva retto il sistema politico
italiano per oltre quarant’anni.
Oggi, infatti, dopo quasi
vent’anni dalla prima introduzione in Italia di una legge elettorale
maggioritaria, non si può parlare più dell’esistenza di due poli nello scenario
politico italiano, ma bisogna parlare dell’esistenza di almeno tre poli. Se non
addirittura di quattro (considerando quarto polo la lista di Monti) o di cinque
poli (considerando la presenza parlamentare della Lega, che è uscita fortemente
ridimensionata da queste elezioni, ma che conserva comunque una sua non
insignificante consistenza numerica, oltre che un importante radicamento territoriale
in almeno tre regioni italiane: Piemonte, Lombardia e Veneto).
E questo fatto è di per sé di
natura positiva. Segnala che la effervescenza e la pluralità di interessi
economici e di prospettive culturali, oggi presenti nella società italiana, non
possono essere represse o ingabbiate da una pretesa assurda, sostanzialmente di
natura autoritaria, di semplificazione della complessità, in nome di una
“governabilità” del sistema, che tende a negare l’articolazione sociale del
sistema e, quindi, la sua democratica e fedele rappresentazione e “rappresentanza”.
E il fatto è tanto più
significativo, anzi clamoroso, in quanto esso è sopravvenuto in presenza di una
legge elettorale che fa di tutto per premiare le coalizioni e, quindi,
l’articolazione in senso radicalmente bipolare delle aggregazioni politiche,
perché “regala” alla coalizione vincente
un premio di maggioranza spropositato, già valutato dall’Alta Corte come non
consono alla lettera e allo spirito della Costituzione.
Segno che nessuna operazione di
ingegneria istituzionale può reprimere oltre un certo limite la vitalità, la
complessità e il pluralismo di ciò che è presente e si muove in una società.
E’, infine, un fatto ancora più
significativo, perché si oppone (e lo sconfigge) a un tentativo strisciante,
messo in atto, nell’ultimo anno e mezzo, da alcuni poteri forti (soprattutto
economici), con la “preziosa” e indefessa collaborazione (anzi regia)
istituzionale del nostro beneamato (da chi?) Presidente della Repubblica, di ridurre
addirittura ad unum lo stesso sistema bipolare, affidando il governo a una
sorta di tecnocrazia super partes, col compito di realizzare, sotto la minaccia
dell’implosione del sistema economico e finanziario del Paese, misure ritenute
politicamente senza alternative e perciò insindacabili (anche perché dettateci
dall’Europa).
Il grande risultato ottenuto alle
elezioni dalla lista di Grillo ha sconfitto anche quel tentativo e lo ha
sepolto (speriamo) per sempre come ipotesi politica da praticare in futuro.
Anche se il nostro attuale (per
fortuna ancora per poco) e “beneamato” Presidente della Repubblica (ottusamente)
non sembra averlo compreso e non sembra che ne voglia prendere atto.
lunedì 15 aprile 2013
Nel suo editoriale di ieri,
domenica 14 aprile, Eugenio Scalfari ha affermato testualmente:
“Napolitano è uno dei pochissimi presidenti della nostra Repubblica ad
essere stato, dal momento della sua elezione, rigorosamente super partes.
Nessuno degli altri, salvo Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi, lo è stato.
Non lo fu Gronchi e neppure Segni né Saragat né Leone né Pertini né Cossiga e
neppure Scalfaro.
Napolitano sì, lo è stato ed ha instaurato un metodo di ascolto non
soltanto delle forze politiche ma anche di quelle sociali e della pubblica
opinione e un’attenzione all’Europa, alle potenze internazionali, alla cultura
in tutte le sue manifestazioni, che ha scarsi riscontri nei suoi predecessori.
Non sarà facile sostituirlo, ma per fortuna non impossibile.
Basterà trovare una persona che non abbandoni quel metodo che fa del
capo dello Stato un punto di riferimento capace non solo di rappresentare
l’unità nazionale nel senso pieno del termine, ma in particolare delle ragioni
dei ceti più deboli, degli esclusi, dei giovani, delle minoranze, garantendo a
tutti la libertà, l’eguaglianza dei punti di partenza, l’interesse generale,
l’indipendenza delle istituzioni, la separazione dei poteri costituzionali.
Cioè la presenza e il rafforzamento della nostra ancora gracile
democrazia.
Questo è stato Giorgio Napolitano. Auguriamoci che il suo successore
proceda nel segno della continuità.”
Vorrei fare alcune osservazioni
nel merito di quanto qui sopra sostenuto:
1) Scalfari in buona sostanza
afferma (e in modo neanche tanto velato, ma del tutto esplicito) che finora la
maggior parte dei Presidenti della Repubblica Italiana (a parte Ciampi e,
appunto, Napolitano) non avrebbero adempiuto, nel corso del loro mandato, ad
una delle principali funzioni della carica alla quale erano stati chiamati,
cioè quella di essere i “rappresentanti dell’unità nazionale”, in quanto
nessuno di loro sarebbe stato (come, invece, lo sarebbero stati i soli Ciampi e
Napolitano) “rigorosamente super partes”. Ho l’impressione che Scalfari, mentre
scriveva, non fosse consapevole della gravità di quanto affermava. Ma ciò non
toglie che lo sia. Non sto dicendo (per ora) che quanto dice Scalfari sia
sbagliato. Sto dicendo che le sue affermazioni alludono a comportamenti di una
gravità inaudita, al limite (a me pare) dell’attentato alla Costituzione.
2) Scalfari sostiene che
Napolitano avrebbe “instaurato un metodo di ascolto … che ha scarsi riscontri
nei suoi predecessori”. E qui dice due cose dalle quali (entrambe) dissento
profondamente: innanzitutto offende la maggior parte dei Presidenti che hanno
preceduto Napolitano e io questo lo
ritengo ingiusto (penso, infatti, che Pertini, per fare un esempio, avesse una
“capacità di ascolto … dei ceti più deboli, degli esclusi, dei giovani, delle
minoranze …” molto, ma molto superiore a quella di Napolitano); in secondo luogo
attribuisce a Napolitano un merito che io non gli riconosco: Napolitano non è
stato affatto il Presidente super partes che dipinge Scalfari; Napolitano ha
fatto scelte politiche ben precise, a favore di certi settori economici e di
certi orientamenti culturali e politici
e a sfavore di altri; faccio un solo esempio: quando è andato in visita in val
di Susa si è rifiutato di ricevere una delegazioni di cittadini no Tav, che
saranno pure una minoranza in quel territorio (e io non credo affatto che siano
una minoranza), ma certo sono una realtà ben presente e attiva in quella valle,
che forse sarebbe stato il caso di “ascoltare”.
3) Scalfari, a mio modo di
vedere, fa una confusione grave tra il concetto di “rappresentante dell’unità
nazionale” e quello di “personaggio super partes”. Io ritengo che le due cose
non coincidano e non vadano confuse. Che vuol dire oggi “essere super partes”?
Forse che si può essere al di sopra delle parti tra “chi è a favore della
Costituzione” e “chi è contro la Costituzione”? Non credo che Scalfari intenda
questo. E allora come si può essere super partes tra coloro che rigorosamente
difendono la Costituzione
e coloro che ogni giorno cercano di infliggerle colpi mortali (e da anni)?
Napolitano per me è stato super partes soprattutto in questo secondo senso. Ha
tentato impossibili e malaugurate intese e mediazioni tra chi difendeva la Costituzione e chi la
picconava. In questo senso per me non è stato un rigoroso “rappresentante
dell’unità nazionale”, se il punto di equilibrio dell’unità nazionale non è da
intendere (banalmente) come il punto di medietà geometrica tra le diverse
tendenze politiche, ma il riferimento esclusivo e senza mediazione alcuna allo
spirito e alla lettera della Costituzione italiana.
Sulla base di queste premesse, io
mi auguro esattamente il contrario di quello che si augura Scalfari. E cioè che
il successore di Napolitano proceda nel segno di una profonda discontinuità
rispetto al suo predecessore.

Nessun commento:
Posta un commento
La redazione del blog ha scelto di moderare i commenti dei lettori. I commenti inerenti gli articoli saranno pubblicati Grazie