mercoledì 17 aprile 2013

DIARIO POLITICO di Giovanni Lamagna

sabato 23 marzo 2013



Non posso nascondere una certa soddisfazione (se non una vera e propria contentezza) per il recente risultato elettorale, in modo particolare per il brillante risultato della lista “grillina”, che si presentava per la prima volta a delle elezioni nazionali.


E non perché io mi senta rappresentato politicamente granché da questa lista. (Infatti, non ho votato per essa. E non lo farei, probabilmente, neanche se ci fossero nuove elezioni a breve.).

E neanche perché sottovaluti i rischi e i pericoli di ricadute politiche negative (anche gravi) per la democrazia italiana, legate alle vistose ambivalenze di natura strutturale, cioè ideologica e organizzativa, di questa lista.

Ma perché il successo clamoroso, addirittura al di là dei più ottimistici e favorevoli sondaggi, ottenuti dalla lista “grillina”, rompe finalmente (e io spero una volta per tutte) lo schema bipolare, nel quale da alcuni decenni una certa politologia, immediatamente (e superficialmente) sposata dalla gran parte della pubblicistica nazionale, aveva preteso (non si è mai capito bene in base a quali postulati teorici) di ingabbiare il dibattito e la dialettica della società e, quindi, della politica italiana.

A cui si erano poi adeguate le radicali e (nel caso dell’ultima) ardite modificazioni, in senso maggioritario, della legge elettorale, di natura proporzionale, che aveva retto il sistema politico italiano per oltre quarant’anni.

Oggi, infatti, dopo quasi vent’anni dalla prima introduzione in Italia di una legge elettorale maggioritaria, non si può parlare più dell’esistenza di due poli nello scenario politico italiano, ma bisogna parlare dell’esistenza di almeno tre poli. Se non addirittura di quattro (considerando quarto polo la lista di Monti) o di cinque poli (considerando la presenza parlamentare della Lega, che è uscita fortemente ridimensionata da queste elezioni, ma che conserva comunque una sua non insignificante consistenza numerica, oltre che un importante radicamento territoriale in almeno tre regioni italiane: Piemonte, Lombardia e Veneto).

E questo fatto è di per sé di natura positiva. Segnala che la effervescenza e la pluralità di interessi economici e di prospettive culturali, oggi presenti nella società italiana, non possono essere represse o ingabbiate da una pretesa assurda, sostanzialmente di natura autoritaria, di semplificazione della complessità, in nome di una “governabilità” del sistema, che tende a negare l’articolazione sociale del sistema e, quindi, la sua democratica e fedele rappresentazione e “rappresentanza”.

E il fatto è tanto più significativo, anzi clamoroso, in quanto esso è sopravvenuto in presenza di una legge elettorale che fa di tutto per premiare le coalizioni e, quindi, l’articolazione in senso radicalmente bipolare delle aggregazioni politiche, perché  “regala” alla coalizione vincente un premio di maggioranza spropositato, già valutato dall’Alta Corte come non consono alla lettera e allo spirito della Costituzione.

Segno che nessuna operazione di ingegneria istituzionale può reprimere oltre un certo limite la vitalità, la complessità e il pluralismo di ciò che è presente e si muove in una società.

E’, infine, un fatto ancora più significativo, perché si oppone (e lo sconfigge) a un tentativo strisciante, messo in atto, nell’ultimo anno e mezzo, da alcuni poteri forti (soprattutto economici), con la “preziosa” e indefessa collaborazione (anzi regia) istituzionale del nostro beneamato (da chi?) Presidente della Repubblica, di ridurre addirittura ad unum lo stesso sistema bipolare, affidando il governo a una sorta di tecnocrazia super partes, col compito di realizzare, sotto la minaccia dell’implosione del sistema economico e finanziario del Paese, misure ritenute politicamente senza alternative e perciò insindacabili (anche perché dettateci dall’Europa).

Il grande risultato ottenuto alle elezioni dalla lista di Grillo ha sconfitto anche quel tentativo e lo ha sepolto (speriamo) per sempre come ipotesi politica da praticare in futuro.

Anche se il nostro attuale (per fortuna ancora per poco) e “beneamato” Presidente della Repubblica (ottusamente) non sembra averlo compreso e non sembra che ne voglia prendere atto.



lunedì 15 aprile 2013



Nel suo editoriale di ieri, domenica 14 aprile, Eugenio Scalfari ha affermato testualmente:

“Napolitano è uno dei pochissimi presidenti della nostra Repubblica ad essere stato, dal momento della sua elezione, rigorosamente super partes. Nessuno degli altri, salvo Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi, lo è stato. Non lo fu Gronchi e neppure Segni né Saragat né Leone né Pertini né Cossiga e neppure Scalfaro.

Napolitano sì, lo è stato ed ha instaurato un metodo di ascolto non soltanto delle forze politiche ma anche di quelle sociali e della pubblica opinione e un’attenzione all’Europa, alle potenze internazionali, alla cultura in tutte le sue manifestazioni, che ha scarsi riscontri nei suoi predecessori.

Non sarà facile sostituirlo, ma per fortuna non impossibile.

Basterà trovare una persona che non abbandoni quel metodo che fa del capo dello Stato un punto di riferimento capace non solo di rappresentare l’unità nazionale nel senso pieno del termine, ma in particolare delle ragioni dei ceti più deboli, degli esclusi, dei giovani, delle minoranze, garantendo a tutti la libertà, l’eguaglianza dei punti di partenza, l’interesse generale, l’indipendenza delle istituzioni, la separazione dei poteri costituzionali.

Cioè la presenza e il rafforzamento della nostra ancora gracile democrazia.

Questo è stato Giorgio Napolitano. Auguriamoci che il suo successore proceda nel segno della continuità.”

Vorrei fare alcune osservazioni nel merito di quanto qui sopra sostenuto:

1) Scalfari in buona sostanza afferma (e in modo neanche tanto velato, ma del tutto esplicito) che finora la maggior parte dei Presidenti della Repubblica Italiana (a parte Ciampi e, appunto, Napolitano) non avrebbero adempiuto, nel corso del loro mandato, ad una delle principali funzioni della carica alla quale erano stati chiamati, cioè quella di essere i “rappresentanti dell’unità nazionale”, in quanto nessuno di loro sarebbe stato (come, invece, lo sarebbero stati i soli Ciampi e Napolitano) “rigorosamente super partes”. Ho l’impressione che Scalfari, mentre scriveva, non fosse consapevole della gravità di quanto affermava. Ma ciò non toglie che lo sia. Non sto dicendo (per ora) che quanto dice Scalfari sia sbagliato. Sto dicendo che le sue affermazioni alludono a comportamenti di una gravità inaudita, al limite (a me pare) dell’attentato alla Costituzione.

2) Scalfari sostiene che Napolitano avrebbe “instaurato un metodo di ascolto … che ha scarsi riscontri nei suoi predecessori”. E qui dice due cose dalle quali (entrambe) dissento profondamente: innanzitutto offende la maggior parte dei Presidenti che hanno preceduto Napolitano  e io questo lo ritengo ingiusto (penso, infatti, che Pertini, per fare un esempio, avesse una “capacità di ascolto … dei ceti più deboli, degli esclusi, dei giovani, delle minoranze …” molto, ma molto superiore a quella di Napolitano); in secondo luogo attribuisce a Napolitano un merito che io non gli riconosco: Napolitano non è stato affatto il Presidente super partes che dipinge Scalfari; Napolitano ha fatto scelte politiche ben precise, a favore di certi settori economici e di certi orientamenti culturali  e politici e a sfavore di altri; faccio un solo esempio: quando è andato in visita in val di Susa si è rifiutato di ricevere una delegazioni di cittadini no Tav, che saranno pure una minoranza in quel territorio (e io non credo affatto che siano una minoranza), ma certo sono una realtà ben presente e attiva in quella valle, che forse sarebbe stato il caso di “ascoltare”.

3) Scalfari, a mio modo di vedere, fa una confusione grave tra il concetto di “rappresentante dell’unità nazionale” e quello di “personaggio super partes”. Io ritengo che le due cose non coincidano e non vadano confuse. Che vuol dire oggi “essere super partes”? Forse che si può essere al di sopra delle parti tra “chi è a favore della Costituzione” e “chi è contro la Costituzione”? Non credo che Scalfari intenda questo. E allora come si può essere super partes tra coloro che rigorosamente difendono la Costituzione e coloro che ogni giorno cercano di infliggerle colpi mortali (e da anni)? Napolitano per me è stato super partes soprattutto in questo secondo senso. Ha tentato impossibili e malaugurate intese e mediazioni tra chi difendeva la Costituzione e chi la picconava. In questo senso per me non è stato un rigoroso “rappresentante dell’unità nazionale”, se il punto di equilibrio dell’unità nazionale non è da intendere (banalmente) come il punto di medietà geometrica tra le diverse tendenze politiche, ma il riferimento esclusivo e senza mediazione alcuna allo spirito e alla lettera della Costituzione italiana.

Sulla base di queste premesse, io mi auguro esattamente il contrario di quello che si augura Scalfari. E cioè che il successore di Napolitano proceda nel segno di una profonda discontinuità rispetto al suo predecessore.

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