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Sta delineandosi con una certa chiarezza un nuovo processo di ristrutturazione del sistema politico italiano collocato questa volta sul versante del centrosinistra.
Terminata la fase riguardante l’elezione del Presidente della Repubblica e quella relativa alla formazione del nuovo governo (sembra proprio difficile che, in ogni caso, ci si precipiti nell’immediato verso le elezioni) dovrebbe aprirsi, infatti, almeno a giudicare dalle mosse fin qui compiute dagli interessati una fase di un rimescolamento delle carte, dalla quale dovrebbe uscire un PD profondamente diverso dall’attuale.
Per cercare di definire questo possibile scenario futuro principio dall’affermazione di Vendola: “Mescoliamoci !”.
Perché di ciò, appunto di un rimescolamento, dovrebbe trattarsi: non di una semplice confluenza (questa era già data per scontata in precedenza allo svolgimento delle elezioni di febbraio) di SeL nel PD ma di un vero e proprio nuovo assetto di questo partito.
Ci si trova, infatti, alla vigilia di un’altra novità importante che dovrebbe essere rappresentata dall’ingresso, in funzione dirigente di Fabrizio Barca (addirittura da segretario, anche se l’interessato smentisce. Si tratterebbe così di un vero e proprio “papa che arriva dalla fine del mondo”.)
Fabrizio Barca figlio dello scomparso dirigente del PCI Luciano, un economista molto vicino a Berlinguer, è attualmente ministro nel governo Monti, e dovrebbe rappresentare la punta di diamante di una nuova generazione di tecnici prestati alla politica.
Il suo ingresso in funzione dirigente (ha preannunciato, a breve, la presentazione di una sua “agenda”) dovrebbe impersonificare un rapporto molto stretto con settori non tanto e non solo genericamente legati all’imprenditoria, a centri di ricerca a nuovi “grand commis” della pubblica amministrazione in cerca di spazio politico soprattutto legati a un’ipotesi di nuova presenza del “pubblico” nell’economia.
Nuovi “manager”, nuovi tecnocrati che individuerebbero così nel PD lo strumento adatto per l’espressione di una centralità per una cultura di governo, ritenuta più adatta di quella schematicamente di vecchia scuola liberista, rappresentata proprio dal governo Monti.
Dovrebbe trattarsi, di conseguenza, di una sorta di “spostamento a sinistra” di una parte dell’asse del PD, in grado di superare sia l’ormai fuori del tempo “blairismo” condito di iper-tattica alla D’Alema, sia il “riformismo” in salsa emiliana alla Bersani.
A leggere con attenzione i principali analisti potrebbe anche essere stato già raggiunto un accordo con Renzi, per stabilire una sorta di “diarchia” (con il sindaco di Firenze che punterebbe direttamente alla Presidenza del Consiglio) in un partito rigidamente suddiviso in correnti.
Si è scritto, infatti, che con l’ingresso di SeL nel PD potrebbe formarsi un “correntone” rappresentativo del 40% del partito e, di conseguenza, posto in grado di dialogare, più o meno, alla pari con l’area presuntamente “moderata” rappresentata da Renzi.
Anche il presunto “moderatismo” di Renzi sarà, però tutto da interpretare: muovendosi, infatti, sul filone di una nuova interpretazione dell’agire politico, posto a cavallo tra la “democrazia del pubblico” e un liberismo molto accentuato.
Quale sarà, nel caso, la natura di questo partito?
Semplicisticamente lo si potrebbe definire come un partito “pigliatutti” (nel senso dell’acchiappa elettori in un quadro di assoluta indifferenza non solo per l’ideologia, ma anche per il riferimento a un “forte” sistema di valori).
Un partito “pigliatutti” di conio diverso, però, da quello già individuato e catalogato dalla scienza politica fin dagli anni’60 come punto di evoluzione del “partito a integrazione di massa”.
Si potrebbe pensare, infatti, a una sorta di ripresa del concetto di “vocazione maggioritaria” che già si era tentato di esprimere all’origine del PD, con la segreteria Veltroni, ma che aveva il difetto di rivolgersi a un partito diviso sì in correnti, ma con la testa rivolta all’indietro alle vecchie frazioni di appartenenza DS e PPI.
Adesso i riferimenti sarebbero ben diversi e soprattutto immersi, comunemente, con sfumature più temperate o più aggressive dentro un comune quadro liberista, proiettato nel futuro di una crisi internazionale di dimensioni così rilevanti da far prevedere esito di vero e proprio sconquasso sociale non soltanto in Italia, o nella parte meridionale dell’Unione Europea.
In questo caso, però, non si può non segnalare da subito l’esistenza di una forte contraddizione tra questo tipo di espressione, del partito “ a vocazione maggioritaria” il cui sviluppo, in funzione della propria vocazione di governo, avrebbe bisogno di uno schema sistemico bipolare (se non bipartitico) a fronte di un quadro italiano che, ormai, non lo prevede più, essendosi solidificate almeno tra grandi porzioni sul piano elettorale, compresa quella per adesso di natura antisistemica del M5S.
Precisando, opportunamente, in ogni caso che la natura definita antisistemica al riguardo del M5S si riferisce, soltanto e ovviamente, alle dinamiche interne al sistema politico italiano: per il resto il M5S, ferma restando la pericolosità democratica della concezione della politica esercitata come “democrazia del pubblico” orientata verso il dialogo diretto tra il Capo e le masse, appare – sul piano economico e sociale in una dimensione altrettanto ferocemente liberista quale quella prevalente nel futuro PD (ricordo, tanto per essere chiaro, l’origine e la natura di un provvedimento come quello del “reddito di cittadinanza”, pensato da economisti della scuola di Friedman e di Von Hajek, nato per tagliar fuori interi settori sociali marginalizzati da un qualsivoglia contesto di lotta sociale.)
Tornando al PD risulta, quindi, difficile, quindi, prevedere adeguatamente un’articolazione di iniziativa di questo soggetto.
Tanto più che le due grandi correnti nelle quali potrebbe essere identificato questo partito risulteranno sicuramente formate da assemblaggi di diversi settori, non facili da unificare, in una logica per di più, come è già stato scritto, di “partito frattale” all’interno del quale lo scontro di leadership sempre più minime, attorno al meccanismo dell’individualismo competitivo, sarà riprodotto attraverso le primarie dal centro alla più remota periferia.
Meno difficile a questo punto individuare i termini fondamentali dell’impianto programmatico di questo possibile futuro PD: stretto, dal punto di vista dell’economia, dal vincolo esterno imposto dall’U.E. e sul versante della qualità dell’azione politica e della concezione della democrazia dall’affermarsi impetuoso dei meccanismi (inquietanti) di certa “democrazia diretta” e dal riproporsi, in termini estremi, della richiesta di modificazione dell’impianto parlamentare della Repubblica, con un impianto di tipo presidenziale, del resto già largamente affermato dalla “Costituzione materiale” operante, in particolare, durante il settennato di Giorgio Napolitano.
Non mi inoltro più di tanto nei meandri di questa possibile analisi, tenuto conto dei margini di errore sicuramente presenti nel complesso della previsione e delle difficoltà, evidenti, a inquadrare compiutamente i termini del confronto a livello sistemico se non per affermare due punti conclusivi che mi paiono difficilmente confutabili:
a) L’eventuale ingresso di Sel nel PD non avrà alcun effetto dal punto di vista dello schema programmatico prevalente in quel partito e al riguardo della composizione del gruppo dirigente (largamente ipotecato, sul versante di sinistra, dalla presenza di questa nuova tecnocrazia di “liberismo temperato”. Diciamo che, in tempi di grande sofferenza, tra la realtà sociale e il ceto politico dovuto all’esasperarsi della crisi (fattore non esaustivo, ma sicuramente determinante) questo tipo di operazione di cui stiamo discutendo, sia pure in termini futuribili, resterebbe limitato al recinto del “politicismo” tanto per usare un termine di vecchia data;
b) Sicuramente si confermerebbero spazi politici e di raccordo sociale, per una sinistra comunista e d’alternativa :spazi che, in ogni caso originano, come sempre, dalla drammaticità della condizione di classe prima che dalle dinamiche politiche che pure non possono e non debbono essere trascurate. Un soggetto comunista e d’alternativa da costruire finalmente, attrezzandoci sul piano organizzativo in maniera credibilmente unitaria e proponendo sul terreno dei contenuti una visione radicalmente anticapitalista. Una visione radicalmente anticapitalista da declinarsi all’interno di un progetto adeguato alle contraddizioni dell’oggi Un progetto in grado di esprimere insieme autonomia di pensiero e d’azione e capacità di un dialogo posto fuori da ogni idea di rinserramento meramente identitario. Memoria, identità, autonomia, progetto, a partire dalla difesa della Costituzione in particolare rispetto all’identità parlamentare della Repubblica, dell’obiettivo di un’Europa politica partendo dall’allentamento dei meccanismi di dominio del monetarismo e del recupero di margini di manovra attraverso il “deficit spending”, dell’intervento pubblico in economia, del “welfare state” come strumenti del “fare politica” oggi e del definire un orizzonte di radicale trasformazione del sistema, presentando proposte politiche insite in un’idea di transizione non semplicemente antiliberista, come mi pare si intenda invece di portare avanti anche in altri settori della sinistra che intendono muoversi nell’idea di affrontare la drammatica situazione nella quale ci stiamo muovendo.

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