Scriviamo nel pieno del bailamme suscitato, all’interno del sistema politico italiano, dalla scelta del nuovo Presidente della Repubblica, nei minuti precedenti la prima votazione.
Tralasciamo considerazioni nel merito della dinamica politica e delle espressioni della società che pure si sono dimostrate di grande interesse e sulle quali sicuramente avremo occasione di ritornare.
In realtà ci interessano due questioni:
1) L’incidenza della crisi sulla materialità della vita dei ceti subalterni e della povera gente e il feroce meccanismo di ricollocazione di classe che la gestione capitalista della crisi produce;
2) La presenza politica, anche all’interno delle istituzioni, di una sinistra autonoma, alternativa, d’opposizione rappresentata da un partito politico fondato sull’idea di una trasformazione del sistema, provvisto di un adeguato programma di transizione, e strutturato orientativamente verso una dimensione di massa in grado di fornire adeguata rappresentatività politica.
Tutto qui, e non è poco.
I fatti ci diranno come andrà evolvendosi la situazione italiana: quello che è certo è che chi pensava, da sinistra, di introdursi (come nell’antica vulgata nenniana) nella stanza dei bottoni sarà chiamato molto presto a ricredersi.
In questa Italia, ed anche in questa Europa, non si può fare a meno di una sinistra nuovamente all’altezza di quelli che sono i suoi compiti storici: il rovesciamento radicale dell’ordine costituito e l’emancipazione delle lavoratrici e dei lavoratori dall’oppressione dal Capitale.
Acquisita, sul terreno appena indicato, la propria autonomia teorica, politica, organizzativa, allora si potrà discutere di alleanze sociali e politiche: senza l’autonomia ogni passo politico rappresenterà soltanto un atto subalterno.

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