sabato 6 aprile 2013

NELLA TRAGEDIA DELLA CRISI LA SINISTRA E' RINCHIUSA NEL POLITICISMO DEI SUOI DIRIGENTI E DEI SUOI ASSESSORI di Franco Astengo

La Presidente della Camera Boldrini
a Civitanova, immagine da web

Scrivo nella serata dei funerali della tragedia di Civitanova Marche, dove la Presidente della Camera ha fatto la faccia sorpresa per le contestazioni cui è stata fatta oggetto.
 Tre suicidi causati dall’indigenza, dalla costatazione del “non farcela”, da una crisi terribile e senza pietà come sono terribili e senza pietà i suoi gestori, capitalisti senza scrupoli, professori del tutto alieni dalla realtà, politici intenti a misurarsi tra loro per accaparrarsi fette d’insignificante potere.


Descrivere le cose in questo modo non è qualunquismo: è prendere atto, con decisione, del baratro nel quale ci hanno fatto cadere seguendo le logiche degli altri, le compatibilità, la governabilità, l’incapacità di esprimere autonomia politica e progettuale portandola avanti in nome dei sacrosanti bisogni della povera gente.

Non è qualunquismo, neppure populismo o massimalismo retorico: ripeto è prendere atto, con decisione della realtà.

Il silenzio delle forze politiche ufficiali attorno al tema delle questioni concrete dell’economia, del lavoro, dello stato sociale non è assordante, è imbarazzante.

Ed è imbarazzante anche il modo nel quale le forze che dovrebbero richiamarsi a una necessaria ma inesistente “sinistra d’alternativa” stanno affrontando questo difficile frangente.

Confesso che ho sbagliato analisi: pensavo, del tutto ingenuamente, che la legnata presa con la lista Ingroia, in seguito quasi naturale con quella presa con la Lista Arcobaleno segnando per la seconda volta consecutiva l’esclusione dal Parlamento (con il forte significato politico che questo fatto comporta e che non può essere negato da nessuno) avrebbe suscitato un forte dibattito e, finalmente, attraverso una presa di coscienza collettiva si sarebbe potuti andare ad affrontare i nodi veri.

Invece è prevalso il “politicismo” dei dirigenti che debbono conservare il loro posto così come lo debbono conservare gli assessori e i presidenti di Commissione nelle Regioni e nei Comuni dove si sta nelle giunte con un centrosinistra palazzinaro e tagliatore di servizi sociali (c’è stato un sussulto di ragione a La Spezia, di fronte al tragico fallimento dell’ACAM, ma da altre parti, con bilanci degli enti locali rigonfi di debiti causati dalle acrobazie speculative degli amministratori, non si è mossa una paglia).

Un inciso: non è possibile considerare “sinistra d’alternativa” SeL e il suo drappello di parlamentari. Troppo evidente la subalternità di questa formazione al PD sotto ogni aspetto: subalternità confermata anche oggi in un’intervista da Vendola, che rispetto alla proposta avanzata da Orfini dalle colonne del Manifesto di confluenza nel PD, arzigogola argomenti confusi ma ammette l’ipotesi di un “rimescolamento”.

L’ipotesi della confluenza di SeL nel PD è ormai molto più di una – appunto – semplice ipotesi.

Nel corso di questi mesi attraverso il nostro blog, pur nella modestia delle nostre forze e delle nostre capacità, abbiamo tentato più volte di affrontare l’argomento, sia attraverso una proposta di tipo elettorale, sia attraverso un’analisi relativa all’assenza di un’adeguata soggettività politica rappresentativa, in Italia, dei comunisti e dell’insieme della sinistra d’alternativa.

In tutta sincerità abbiamo ricevute poche, anche se qualificate risposte: ma il punto, ovviamente, non risiede nelle risposte che noi abbiamo ricevuto.

Risiede, invece, nella drammaticità della situazione che stiamo vivendo: nell’impoverimento di massa che la crisi sta producendo fornendo il risultato di una pesantissima selezione sociale “alla rovescia” nel senso della discriminante di classe vista dalla parte dei padroni, in un’Europa dominata dalla logica delle banche e della finanziarizzazione “strozzina” dell’economia, verso il rotolare del quadro istituzionale verso il personalismo e la riduzione dei margini di agibilità democratica.

Credevo, e continuo a credere, che l’analisi di questi tre punti sarebbe bastata a far saltare tutti dalla sedia, a darsi una mossa, a tentare di colmare l’enorme buco politico che a sinistra si è creato e che è stato raccolto, in gran parte dall’astensione e dalla fallace illusione del movimentismo a 5 Stelle, laddove la contraddizione “vera” quella della realtà sociale quotidiana del lavoro sfruttato o del lavoro che manca per sopravvivere non si sa nemmeno dove stia di casa, e termini come ambientalismo e “decrescita felice” sono snocciolati lì con noncuranza, recitando uno snobistico vocabolario borghese.

E’ evidente la crisi dei soggetti politici ancora esistenti nell’area della sinistra d’alternativa: una crisi ideale, progettuale, anche morale nell’incapacità di recuperare i tre pilastri che dovrebbero comporre la nostra identità, quello dell’autonomia senza la quale non è possibile fare politica neppure nel senso della politica delle alleanze ed anche del compromesso; quello dell’alternativa che non può essere ridotta a un elenco della spesa ma deve traguardare, nei suoi contenuti progettuali, l’idea di una società diversa, di una trasformazione profonda; quella dell’opposizione, perché in questa fase è necessaria l’opposizione di una soggettività che sappia porsi sul crinale difficile del rapporto tra le istituzioni e la società, chiedendo l’allargamento dei margini di democrazia attraverso l’espressione di un concetto di rappresentatività in grado di combattere la moda dilagante di una “democrazia del pubblico” di cui abbiamo scritto anche nel nostro blog e che finirà con il consegnare la residualità di un agire politico nel dialogo diretto tra “il capo” e le masse, magari all’insegna – questo sì qualunquistico – di un “tutta a casa” oppure rottamiamoli.

Noi comunisti, ma ci sono anche i socialisti e altri soggetti nella tradizione dell’alternativa, siamo gli eredi di una grande storia, bruscamente interrotta nel suo sviluppo in Italia da scelte compiute a suo tempo in maniera del tutto inopportuna.

Neppure possiamo fermarci a giudicare la “storia finita” come hanno sostenuto Fukuyama e Huntington, arrendendoci davanti al fallimento storico e innegabile del tentativo di inveramento statuale di alcuni fraintendimenti teorici del marxismo.

Dobbiamo riprendere i termini della nostra storia, dei suoi diversi fili, ragionarci su, ricomporre un quadro prima ideale e teorico e poi essenzialmente politico, di azione politica.

Non possiamo rinunciare così in fretta, ciascheduno coltivando – come si diceva una volta – il proprio orticello pensando di difendere posizioni ormai , queste sì, superate dal vortice della storia.

Questo non è un appello, è un richiamo verso chi conserva ancora responsabilità e dignità: la strutturazione, da subito, di un adeguato soggetto rappresentativo della sinistra in Italia è una strada che può ancora, rimuovendo indugi e tatticismi, essere percorsa.

Cerchiamo tutti assieme di trovare le strade giuste per individuarne il tracciato.


3 commenti:

Anonimo ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Condivido il tuo stato d’animo sullo stato della sinistra ma credo che la strategia politico-comunicativa non possa essere quella , che mi sembra lo sfondo del tuo pensiero, di “ricostruire” una radicalità assopita dalla lunga contiguità della sinistra radicale con il riformismo, quanto quella di un percorrere delle analisi e delle strategie nuove , senza la paura di contaminarsi con aree che secondo me troppo sbrigativamente vengono definite come “altro” rispetto alla sinistra classica.
Faccio tre esempi di ambiti di pensiero-azione, che mi sembra siano strategici rispetto ad una azione di cambiamento : il concetto di decrescita , l’euro e il proporzionale.

Lo stesso Latouche, come saprai benissimo , è fortemente insoddisfatto del termine “decrescita” che troppo mostra il fianco ad accuse di neo-pauperismo filo-borghese e preferisce parlare di a-crescita , ma al di là del pensiero di Latouche quello che più mi sembra miope da parte di una forza di cambiamento è il meccanismo semiautomatico di reazione che gli intellettuali d’area hanno ogni volta che si mette in dubbio l’ideologia dello sviluppismo capitalistico, io lo trovo strano, trovo strano cioè che si possa pensare ad un radicale cambiamento della società che non ponga anche in discussione il “cosa” della produzione, che è poi il “come” della quotidianità che cerchiamo di immaginarci in un possibile futuro.
E’ pensabile continuare ad assorbire le migliori energie dell’umanità in una parossistica iper-produzione di oggetti inutili quando non addirittura programmati per autodistruggersi a garanzia scaduta ?
Scusami la rozzezza : la nostra lotta mira ad un mondo in cui qualsiasi operaio possa essere l’orgoglioso possessore di un gigantesco fuoristrada ?
Forse no , forse ci immaginiamo invece un mondo dominato da fini diversi rispetto al ciclo produzione-acquisto-distruzione , forse pensiamo ad un mondo in cui il lavoro tenda a diminuire la sua presenza preponderante tra quelli che un lavoro ce l’hanno e che non sia una lontana speranza per quelli che quel lavoro possono solo sognarlo.
Forse vogliamo un mondo più conviviale in cui crescano drasticamente il momento della relazione tra le persone e quello della crescita culturale, forse vogliamo un mondo – perdonami il termine, ma è una provocazione – anche più “spirituale”.
Ma allora perché tanta foga contro il concetto di decrescita ?
E’ forse di destra dire che una lampadina che duri vent’anni è migliore di una che duri dieci mesi ?
Perché è’ tanto difficile per la sinistra radicale capire che un mondo liberato dal rapporto servo-padrone deve necessariamente essere anche un mondo dove si produce in modo diverso ?

L’euro : mi sembra ormai evidente che la moneta unica sia stata costruita appositamente per soggiogare i lavoratori europei togliendo ai popoli lo strumento della svalutazione monetaria, vedi le ormai classiche analisi di Bagnai, Cesaratto, Napoleoni, Brancaccio etc.
Anche qui : non è che l’uscita dall’ euro comporti la fine del capitalismo ma è indubbio che il riappropriarsi del controllo sulla moneta sia un ingrediente fondamentale per lo sviluppo di una rinnovata lotta delle masse lavoratrici per la loro autodeterminazione.
Perché tanta ritrosia della sinistra radicale sul tema della lotta alla moneta unica ?
Perché rifiutare temi importanti solo per il motivo che sembrano condivisi dai populismi ?

Il proporzionale : anche qui - vedi l’illuminante contributo di Canfora in “la democrazia ,storia di una ideologia” - come non vedere che i sistemi maggioritari sono un altro degli strumenti cardine delle oligarchie europee contro l’autodeterminazione dei popoli ?
Non pensi che sia ora di scatenare anche su questo una lotta – anche se ahimè di lunga durata ?

Scusami per la lunghezza.
Adriano Ottaviani

PERCHE' LA SINISTRA D'ALTERNATIVA RITORNI NEL PARLAMENTO ITALIANO ha detto...

Caro Adriano, risponendendo per punti e riducendo a slogan:
1) Il tema della decrescita, tanto più declinata "felice" è tema scivolosissimo, sia dal punto di vista del lasciare intatte le "distanza sociali" sia dal cadere in un deleterio pauperismo. Il tema era stato inquadrato - credo perfettamente - nel '68 (e portato avanti da molti soggetti in particolare al riguardo del rapporto tra lavoro e ambiente, che rimane uno dei veri e propri "punctum dolens" nel rintracciare l'intreccio tra contraddizione principale e contraddizioni post-materaliste: ed il tema del "cosa produrre" e del "per che copsa produrre";
2) Il tema dell'euro deve essere sopravanzato dal tema dell'Europa politica e dalla colmatura, per quanto possibile, del "deficit democratico" europeo. Dovremo parlarne a fondo in occasione delle prossime elezioni europee, come architrave di una possibile presenza alternativa;
3) Il proporzionale è la bandiera, sul versante della riflessione politico - istituzionale, del nosro sito. Come spero avrei notato, in questo senso non c'è bisogno di alcuna sollecitazione...
Grazie per l'interlocuzione Franco Astengo

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