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| La Presidente della Camera Boldrini a Civitanova, immagine da web |
Scrivo nella serata dei funerali della tragedia di Civitanova Marche, dove la Presidente della Camera ha fatto la faccia sorpresa per le contestazioni cui è stata fatta oggetto.
Tre
suicidi causati dall’indigenza, dalla costatazione del “non farcela”, da una
crisi terribile e senza pietà come sono terribili e senza pietà i suoi gestori,
capitalisti senza scrupoli, professori del tutto alieni dalla realtà, politici
intenti a misurarsi tra loro per accaparrarsi fette d’insignificante potere.
Descrivere le cose in questo modo non è qualunquismo: è
prendere atto, con decisione, del baratro nel quale ci hanno fatto cadere
seguendo le logiche degli altri, le compatibilità, la governabilità,
l’incapacità di esprimere autonomia politica e progettuale portandola avanti in
nome dei sacrosanti bisogni della povera gente.
Non è qualunquismo, neppure populismo o massimalismo
retorico: ripeto è prendere atto, con decisione della realtà.
Il silenzio delle forze politiche ufficiali attorno al tema
delle questioni concrete dell’economia, del lavoro, dello stato sociale non è
assordante, è imbarazzante.
Ed è imbarazzante anche il modo nel quale le forze che
dovrebbero richiamarsi a una necessaria ma inesistente “sinistra d’alternativa”
stanno affrontando questo difficile frangente.
Confesso che ho sbagliato analisi: pensavo, del tutto
ingenuamente, che la legnata presa con la lista Ingroia, in seguito quasi
naturale con quella presa con la Lista Arcobaleno segnando per la seconda volta
consecutiva l’esclusione dal Parlamento (con il forte significato politico che
questo fatto comporta e che non può essere negato da nessuno) avrebbe suscitato
un forte dibattito e, finalmente, attraverso una presa di coscienza collettiva
si sarebbe potuti andare ad affrontare i nodi veri.
Invece è prevalso il “politicismo” dei dirigenti che debbono
conservare il loro posto così come lo debbono conservare gli assessori e i
presidenti di Commissione nelle Regioni e nei Comuni dove si sta nelle giunte
con un centrosinistra palazzinaro e tagliatore di servizi sociali (c’è stato un
sussulto di ragione a La Spezia, di fronte al tragico fallimento dell’ACAM, ma
da altre parti, con bilanci degli enti locali rigonfi di debiti causati dalle
acrobazie speculative degli amministratori, non si è mossa una paglia).
Un inciso: non è possibile considerare “sinistra
d’alternativa” SeL e il suo drappello di parlamentari. Troppo evidente la
subalternità di questa formazione al PD sotto ogni aspetto: subalternità
confermata anche oggi in un’intervista da Vendola, che rispetto alla proposta
avanzata da Orfini dalle colonne del Manifesto di confluenza nel PD, arzigogola
argomenti confusi ma ammette l’ipotesi di un “rimescolamento”.
L’ipotesi della confluenza di SeL nel PD è ormai molto più
di una – appunto – semplice ipotesi.
Nel corso di questi mesi attraverso il nostro blog, pur
nella modestia delle nostre forze e delle nostre capacità, abbiamo tentato più
volte di affrontare l’argomento, sia attraverso una proposta di tipo
elettorale, sia attraverso un’analisi relativa all’assenza di un’adeguata
soggettività politica rappresentativa, in Italia, dei comunisti e dell’insieme
della sinistra d’alternativa.
In tutta sincerità abbiamo ricevute poche, anche se
qualificate risposte: ma il punto, ovviamente, non risiede nelle risposte che
noi abbiamo ricevuto.
Risiede, invece, nella drammaticità della situazione che
stiamo vivendo: nell’impoverimento di massa che la crisi sta producendo
fornendo il risultato di una pesantissima selezione sociale “alla rovescia” nel
senso della discriminante di classe vista dalla parte dei padroni, in un’Europa
dominata dalla logica delle banche e della finanziarizzazione “strozzina”
dell’economia, verso il rotolare del quadro istituzionale verso il personalismo
e la riduzione dei margini di agibilità democratica.
Credevo, e continuo a credere, che l’analisi di questi tre
punti sarebbe bastata a far saltare tutti dalla sedia, a darsi una mossa, a
tentare di colmare l’enorme buco politico che a sinistra si è creato e che è
stato raccolto, in gran parte dall’astensione e dalla fallace illusione del
movimentismo a 5 Stelle, laddove la contraddizione “vera” quella della realtà
sociale quotidiana del lavoro sfruttato o del lavoro che manca per sopravvivere
non si sa nemmeno dove stia di casa, e termini come ambientalismo e “decrescita
felice” sono snocciolati lì con noncuranza, recitando uno snobistico
vocabolario borghese.
E’ evidente la crisi dei soggetti politici ancora esistenti
nell’area della sinistra d’alternativa: una crisi ideale, progettuale, anche
morale nell’incapacità di recuperare i tre pilastri che dovrebbero comporre la
nostra identità, quello dell’autonomia senza la quale non è possibile fare
politica neppure nel senso della politica delle alleanze ed anche del
compromesso; quello dell’alternativa che non può essere ridotta a un elenco
della spesa ma deve traguardare, nei suoi contenuti progettuali, l’idea di una
società diversa, di una trasformazione profonda; quella dell’opposizione,
perché in questa fase è necessaria l’opposizione di una soggettività che sappia
porsi sul crinale difficile del rapporto tra le istituzioni e la società,
chiedendo l’allargamento dei margini di democrazia attraverso l’espressione di
un concetto di rappresentatività in grado di combattere la moda dilagante di
una “democrazia del pubblico” di cui abbiamo scritto anche nel nostro blog e
che finirà con il consegnare la residualità di un agire politico nel dialogo
diretto tra “il capo” e le masse, magari all’insegna – questo sì qualunquistico
– di un “tutta a casa” oppure rottamiamoli.
Noi comunisti, ma ci sono anche i socialisti e altri
soggetti nella tradizione dell’alternativa, siamo gli eredi di una grande
storia, bruscamente interrotta nel suo sviluppo in Italia da scelte compiute a
suo tempo in maniera del tutto inopportuna.
Neppure possiamo fermarci a giudicare la “storia finita”
come hanno sostenuto Fukuyama e Huntington, arrendendoci davanti al fallimento
storico e innegabile del tentativo di inveramento statuale di alcuni
fraintendimenti teorici del marxismo.
Dobbiamo riprendere i termini della nostra storia, dei suoi
diversi fili, ragionarci su, ricomporre un quadro prima ideale e teorico e poi
essenzialmente politico, di azione politica.
Non possiamo rinunciare così in fretta, ciascheduno
coltivando – come si diceva una volta – il proprio orticello pensando di
difendere posizioni ormai , queste sì, superate dal vortice della storia.
Questo non è un appello, è un richiamo verso chi conserva
ancora responsabilità e dignità: la strutturazione, da subito, di un adeguato
soggetto rappresentativo della sinistra in Italia è una strada che può ancora,
rimuovendo indugi e tatticismi, essere percorsa.
Cerchiamo tutti assieme di trovare le strade giuste per
individuarne il tracciato.

3 commenti:
Condivido il tuo stato d’animo sullo stato della sinistra ma credo che la strategia politico-comunicativa non possa essere quella , che mi sembra lo sfondo del tuo pensiero, di “ricostruire” una radicalità assopita dalla lunga contiguità della sinistra radicale con il riformismo, quanto quella di un percorrere delle analisi e delle strategie nuove , senza la paura di contaminarsi con aree che secondo me troppo sbrigativamente vengono definite come “altro” rispetto alla sinistra classica.
Faccio tre esempi di ambiti di pensiero-azione, che mi sembra siano strategici rispetto ad una azione di cambiamento : il concetto di decrescita , l’euro e il proporzionale.
Lo stesso Latouche, come saprai benissimo , è fortemente insoddisfatto del termine “decrescita” che troppo mostra il fianco ad accuse di neo-pauperismo filo-borghese e preferisce parlare di a-crescita , ma al di là del pensiero di Latouche quello che più mi sembra miope da parte di una forza di cambiamento è il meccanismo semiautomatico di reazione che gli intellettuali d’area hanno ogni volta che si mette in dubbio l’ideologia dello sviluppismo capitalistico, io lo trovo strano, trovo strano cioè che si possa pensare ad un radicale cambiamento della società che non ponga anche in discussione il “cosa” della produzione, che è poi il “come” della quotidianità che cerchiamo di immaginarci in un possibile futuro.
E’ pensabile continuare ad assorbire le migliori energie dell’umanità in una parossistica iper-produzione di oggetti inutili quando non addirittura programmati per autodistruggersi a garanzia scaduta ?
Scusami la rozzezza : la nostra lotta mira ad un mondo in cui qualsiasi operaio possa essere l’orgoglioso possessore di un gigantesco fuoristrada ?
Forse no , forse ci immaginiamo invece un mondo dominato da fini diversi rispetto al ciclo produzione-acquisto-distruzione , forse pensiamo ad un mondo in cui il lavoro tenda a diminuire la sua presenza preponderante tra quelli che un lavoro ce l’hanno e che non sia una lontana speranza per quelli che quel lavoro possono solo sognarlo.
Forse vogliamo un mondo più conviviale in cui crescano drasticamente il momento della relazione tra le persone e quello della crescita culturale, forse vogliamo un mondo – perdonami il termine, ma è una provocazione – anche più “spirituale”.
Ma allora perché tanta foga contro il concetto di decrescita ?
E’ forse di destra dire che una lampadina che duri vent’anni è migliore di una che duri dieci mesi ?
Perché è’ tanto difficile per la sinistra radicale capire che un mondo liberato dal rapporto servo-padrone deve necessariamente essere anche un mondo dove si produce in modo diverso ?
L’euro : mi sembra ormai evidente che la moneta unica sia stata costruita appositamente per soggiogare i lavoratori europei togliendo ai popoli lo strumento della svalutazione monetaria, vedi le ormai classiche analisi di Bagnai, Cesaratto, Napoleoni, Brancaccio etc.
Anche qui : non è che l’uscita dall’ euro comporti la fine del capitalismo ma è indubbio che il riappropriarsi del controllo sulla moneta sia un ingrediente fondamentale per lo sviluppo di una rinnovata lotta delle masse lavoratrici per la loro autodeterminazione.
Perché tanta ritrosia della sinistra radicale sul tema della lotta alla moneta unica ?
Perché rifiutare temi importanti solo per il motivo che sembrano condivisi dai populismi ?
Il proporzionale : anche qui - vedi l’illuminante contributo di Canfora in “la democrazia ,storia di una ideologia” - come non vedere che i sistemi maggioritari sono un altro degli strumenti cardine delle oligarchie europee contro l’autodeterminazione dei popoli ?
Non pensi che sia ora di scatenare anche su questo una lotta – anche se ahimè di lunga durata ?
Scusami per la lunghezza.
Adriano Ottaviani
Caro Adriano, risponendendo per punti e riducendo a slogan:
1) Il tema della decrescita, tanto più declinata "felice" è tema scivolosissimo, sia dal punto di vista del lasciare intatte le "distanza sociali" sia dal cadere in un deleterio pauperismo. Il tema era stato inquadrato - credo perfettamente - nel '68 (e portato avanti da molti soggetti in particolare al riguardo del rapporto tra lavoro e ambiente, che rimane uno dei veri e propri "punctum dolens" nel rintracciare l'intreccio tra contraddizione principale e contraddizioni post-materaliste: ed il tema del "cosa produrre" e del "per che copsa produrre";
2) Il tema dell'euro deve essere sopravanzato dal tema dell'Europa politica e dalla colmatura, per quanto possibile, del "deficit democratico" europeo. Dovremo parlarne a fondo in occasione delle prossime elezioni europee, come architrave di una possibile presenza alternativa;
3) Il proporzionale è la bandiera, sul versante della riflessione politico - istituzionale, del nosro sito. Come spero avrei notato, in questo senso non c'è bisogno di alcuna sollecitazione...
Grazie per l'interlocuzione Franco Astengo
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