Lo scrive Chantal Mouffe in un libretto uscito qualche anno fa (Sul politico, Bruno Mondadori, 164 pagine, 13 euro). Può sembrare bizzarro sostenere, nei giorni della battaglia al Senato sulle riforme costituzionali, che il problema delle democrazie oggi sia l’assenza di conflitto e un eccesso di consenso.
Ma
le riflessioni di Mouffe ci aiutano a vedere anche un po’ sotto la
superficie. L’idea di fondo è che oggi sia prevalsa una visone
neoliberale della società, dove non c’è più posto per le grandi
contrapposizioni, ma solo interessi diversi, e che può essere trovata
una soluzione razionale soddisfacente per tutti. L’essenza del
“politico” è stata espulsa dalla politica. E dunque i contrasti non sono
più di carattere politico, ma di altro tipo: personale o morale. Chi si
oppone non lo fa perché vede le cose in un modo diverso, ma per altre
ragioni. Non è un avversario politico ma, per esempio, uno che non vuole
rassegnarsi al “nuovo che avanza” (su cui il consenso dovrebbe essere
generale) perché ha qualche privilegio da perdere.Lo stesso modo di vedere le cose porta a elaborare progetti di riforme elettorali che escludono, con le soglie di sbarramento, i partiti piccoli dal Parlamento (spesso le forze minori sono quelle che rappresentano le posizioni più radicali).
Il paradosso è che questa espulsione del “politico” (cioè del conflitto) e la ricerca esasperata del consenso «contribuisce a esacerbare il potenziale antagonistico insito nella società». Potenziale agonistico che, sempre più escluso dai luoghi “istituzionali” di espressione del conflitto si trova a contestare direttamente la democrazia. E sostenere il superamento delle divisioni fra destra e sinistra ha finito per «creare il terreno favorevole alla nascita di movimenti populisti di destra».
Dunque questa visione “razionale” e trionfalistica della politica che dovrebbe portare la maggioranza della società verso un progresso condiviso, raggiunge l’esatto contrario dei suoi scopi.
«Dato l’accento particolare che oggi viene posto sul consenso, non sorprende che la gente sia sempre meno interessata alla politica e che il tasso di astensionismo sia in crescita. Si prenda per esempio il caso del voto. Ciò che spinge la gente a votare è molto più che la semplice difesa dei propri interessi. Nel voto è presente un’importante dimensione affettiva, entra in gioco una questione di identificazione. Il discorso politico deve offrire non soltanto misure politiche, ma anche identità che consentano alla gente di dare un senso a ciò che sta vivendo e che le offrano una speranza per il futuro».
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